«Generoso cordoglio, e ben degno di voi, valoroso Barone;» disse la Contessa stringendo la mano al Monforte «ma godetene per cagione mia, perchè voi non dovete affliggervi di cosa che mi piaccia.»
«Ah! mia bella cugina, s'io volessi nella presente vostra dolcezza stillare un amaro, che non potreste dimenticare, vi direi, il traditore per tradimento che faccia non muta cuore; egli sta come una fiera nella caverna ad aspettare la preda: la signoria di Carlo increscerà come quella di Manfredi increbbe, e allora….»
«Queste vostre osservazioni hanno che fare qui come il parlare di morte a mensa, come il vestire di bruno a nozze. È tanto rara la gioia, è tanto soave, che non merita punto di essere intorbidata con le vostre malinconie. Sarà assai amaro pensare al disastro quando verrà; per ora stiamo lieti, Conte; provvederemo allora. Voi intanto, Cavaliere, sappiate che nessuna novella più grata di questa potevate portare alla Contessa Beatrice; da qui innanzi sarete con noi; spero che vorrete bene spesso allegrarmi della vostra presenza. Intanto, non già perchè io la creda ricompensa, ma per segno di gratitudine, porterete questa collana per mio amore.» E qui levatasi una ricca catenella, con le sue proprie mani la pose al collo di Rogiero, che a sentirne il suono sopra l'armatura abbrividì e mormorò: «Ecco, il delitto è consumato, il premio del tradimento fu ricevuto; l'anima mi è stata improntata con l'infamia, l'intera eternità non varrebbe a cancellarla.»
Il Monforte, considerando quella smoderata vivezza della Contessa, scotendo la testa sorrise a fior di labbra, e disse a voce bassa: «Ella è valente donna, ma donna.»
Beatrice divertita da altra cura, punto badando se l'avesse, o no, ringraziata Rogiero, fece recare il danaro, lo numerò, e lo dette al Corriere, affinchè lo portasse al Duera. Il Monforte era sceso a ordinare che l'esercito si movesse; ma da savio capitano provvide che stesse in punto, come se il nemico gli fosse di contro per assaltarlo.
Buoso, ricevuto il danaro, si chiuse in Cremona, facendo spargere ad arte la novella che i Francesi valicato il fiume Serio ritornavano su quel di Milano per tentare il passo di Parma. L'esercito di Carlo traghettò senza contrasto l'Oglio, e seguendone il corso pervenne sul Mantovano, dove, lietamente accolto da Ludovico Conte di San Bonifazio, si riposò alquanto delle sofferte fatiche. Ripostosi in cammino, valicava il Po sopra un ponte apprestatogli dal Marchese Obizzo d'Este, e si metteva sano e salvo per le terre di Romagna. Ora comincia per Carlo di Angiò la serie dei prosperevoli eventi, che lo condusse a sovvertire in pochi mesi la nobilissima Monarchia di Manfredi. Narrasi che il Marchese Oberto Pelavicino, il quale, avuto avviso della via dei Francesi, si era mosso subitamente dalle sue posizioni di Pavia, giungesse a Soncino poche ore dopo il passo di quelli, dove considerando come il savio maestro di guerra Guido da Monforte avesse afforzato le rive opposte del fiume stimò bene non seguitarlo, e pieno di mal talento si aggiunse a Buoso, in Cremona. Le parole che ebbero insieme questi due condottieri furono piene di amarezza. Se merita credenza la fama lontana, dicesi che gli profetasse il Pelavicino:—«Buoso, che tu con fraudolenta favella t'ingegni ricoprire il misfatto non istupisco; hai commesso il più, puoi commettere il meno; ma se la tua parte è quella d'ingannarmi, la mia è di non crederti. Ben io potrei svelare alle genti la tua slealtà, suscitarti contro la plebe commossa, te, e il tuo lignaggio condurre a miserabile eccidio; tolga Dio, che per me sia alzata la spada contro il mio fratello di armi, contro colui al quale ho giurato amicizia fino dai miei più teneri anni: tieni non pertanto riposto nella tua mente, che col prezzo della patria venduta ti sei comprata la rovina in questa vita, la dannazione nell'altra.»
Una mente degna di non esser mortale, che dalla sua prigione di fango osò concepire il disegno di guardare in faccia l'Eterno, e scrutarne l'arcana natura, distribuendo a sua voglia i premii e le pene, ha inchiodato giù nei geli infernali quell'anima maledetta¹: nè, come se la divina sapienza si fosse presa cura di adempire il vaticinio di Oberto, il fine della vita di Buoso fu niente meno terribile di quello che gli aveva predetto. Il popolo, conosciuta la perfidia, acceso di sdegno rovesciò le sue case, distrusse il suo lignaggio,—a lui concesse la vita. Strascinava Buoso il capo grave di avvilimento e di miseria per le vie della città di cui era stato signore, perchè la Provvidenza per fare intero il supplizio gli aveva tolto la volontà di trucidarsi: errava durante il giorno nella sua salvatica solitudine, mormorando ratto ratto, come lo idrofobo, non curando gli urli, le contumelie, le percosse, con le quali non cessavano perseguitarlo. Nella notte, quando la rabbia della fame gli straziava le viscere, si appostava in luogo oscuro, e quivi copertosi il volto sporgeva la mano, e domandava elemosina per amore di Dio, con voce che studiava rendere diversa;—inutile tentativo! non v'era persona che tosto non lo scoprisse: alcuno passava chiudendo il cuore, e la borsa, e in suono minaccioso dicevagli: disperati, e muori;—questi erano i più pietosi! coloro poi che possedevano la scienza diabolica di avvilire le anime, e godevano di conficcare a più riprese il ferro nel cuore, gli davano il soldo, e col soldo la imprecazione, onde il cibo si convertiva in veleno pel sangue infiammato del paziente, e la bevanda diventava aceto e fiele all'anima angosciosa. Certa sera, tremante, battendo i denti pel ribrezzo della febbre, s'incammina ad un monastero, sperando che la pietà di quei Frati lo avrebbe raccolto: scese il primo e il secondo gradino, levò la mano per battere,—ad un tratto percuote la faccia contro la porta, e strisciando lungo il muro cade su i gradini:—alla mattina il portinaro lo trovò freddo quanto la pietra sopra la quale giaceva disteso. Sottrassero i Frati alle atroci villanie del volgo quegli avanzi della creatura, e li seppellirono nel chiostro. La carità della religione valse ad arrestare su le labbra la ingiuria, ma non gli potè recitare preghiera:—non lo aspersero di acqua benedetta;—la stessa compassione sospirò di piacere su quella sepoltura infelice….
¹ Va' via, rispose, e ciò che tu vuoi conta:
Ma non tacer, se tu di qua entr'eschi,
Di que' ch'ebb'or così la lingua pronta;
Ei piange qui l'argento de' Franceschi:
Io vidi, potrai dir, quel da Duera
Là dove i peccatori stanno freschi.
INFERNO, 32.
Imprecheremo noi che in questo modo finiscano tutti i traditori?—No,—perchè il desiderio che il mondo divenga deserto è peccato.