IL CAVALIERE DEL FULMINE.

L'una zuffa e poi l'altra io vi vo' dire,
Che in due luoghi ad un tempo si travaglia;
Lo strepito è si grande del ferire,
Lo spezzar della piastra e della maglia,
Che fa chi guarda intorno sbigottire.
ORLANDO INNAMORATO.

Forse fu il premio della costanza:—Carlo di Angiò afferra la riva: allorquando il suo coraggio stette al cimento della morte, se qualcheduno gli avesse posto la mano sul cuore, non avrebbe sentito nè accelerare nè diminuire i suoi palpiti;—alloraquando scomparsa tutta speranza di esterni sussidii l'anima fu ridotta all'alternativa di abbandonarsi vinta, o di sopravvivere, spiegò tal vigore, di cui ella non si sarebbe reputata capace se la occasione non fosse venuta.—Carlo afferra la sponda, perocchè la galera forse di un miglio lontano da terra s'era sommersa tra Capo Linaro e Civitavecchia; ma travagliato, indebolito, in guisa che parve la vita essergli soltanto bastata per non morire nel mare. Il mattino vide quello uomo ambizioso, destinato a rovesciare il trono del gran Federigo, steso senza moto su la sabbia, irrigidito per tutte le membra, stillante acqua dai capelli, e dalle vesti;—il più vile lo avrebbe potuto impunemente oltraggiare, il più codardo spegnere;—un fiato, per quanto leggerissimo, estinguere quella scintilla vitale, che di per sè stessa guizzava incerta intorno alla sede delle sensazioni. Il sole, distillandogli per le vene il sottile suo fuoco, gli intepidiva il sangue, e richiamava i suoi spiriti all'usato ufficio; si levava a sedere come smemorato, e gittava gli occhi smarriti sul cumulo delle acque. Il cielo rideva sereno, il mare tranquillo,—e sì che vedevi galleggiare, testimoni del suo terribile sdegno, tavole, remi, remiganti;—pure lieto di un bello azzurro, lentamente scorrevole, come i passi del Signore, invitava con la lusinga del piacere ad affidarsi alla sua immensa superficie:—così tenta il peccato! Sopra tutti gli avanzi della tempesta era osservabile Armando, lo sciagurato Maestro: giaceva supino, e quel suo ventre, già per natura tumido, adesso maggiormente per l'acqua trangugiata, errava qua e là in balia del vento quasi isoletta natante; ora il flutto sollevandolo su l'estreme sue labbra pareva ridonarlo alla terra, e di subito ritirandosi lo trasportava più lontano che prima; ora lo deponeva sul lido, e poi, come pentito, tornava a rapirlo; se giungeva una o due volte scarso, quanto meglio poteva si allontanava indietro, non altramente che se volesse prendere tratto a spingersi più veemente, sì che la terza o la quarta, fremendogli attorno spumoso, tutto gorgoglío, lo rimenava seco in trionfo: pareva un fanciullo che prenda diletto col suo balocco…. ma i trastulli del mare sono navi infrante, e cadaveri.

—Povero Maestro Armando!—sospirò Carlo, poichè l'ebbe tristamente considerato; e la sua anima si abbandonava a lugubri meditazioni, quando alzata la faccia vide disegnarsi su l'orizzonte alcune vele, che secondate dal vento tentavano prendere la terra; ed ecco che Carlo, dimentico di ogni altra passione, anelante tra il timore e la gioia, si leva in piedi, intendendo a scoprire se fossero sue. La pietà nel cuore dell'ambizioso passa veloce come il lucido intervallo nella mente del pazzo…. Maestro Armando e i suoi fratelli d'infortunio scomparvero dalla memoria del Conte per non tornarvi mai più.

«Sarebbe questo un errore dei miei occhi? m'ingannasse il mio desiderio?» esclamò Carlo, fregandosi le palpebre per meglio vedere, «o questa è la mia diletta bandiera? azzurra è certo…. no…. sì. Così Santo Dionigi mi facesse la grazia che fossero le mie galere, come ella è veramente azzurra! Ahimè! anche quella di Manfredi ha il campo dello stesso colore…. ma l'Aquila bianca fa gran macchia, e oggimai si scorgerebbe…. nello sventolare di una piega ho visto rosso…. sì rosso…. San Martino glorioso! la mia bandiera! i fiordalisi d'oro! il rastrello rosso!» E qui con tal atto dimostrò la soverchia allegrezza, ch'egli stesso, ogni qualvolta lo ricordava in appresso, arrossiva, perocchè suoni antica quella sentenza, che nessuno uomo è eroe quando sta solo.

La fortuna, come femmina, stanca di Manfredi, seguiva innamorata le vestigie di Carlo, e come femmina abbandonava il buono pel tristo. Le galere chiamate dai segnali del Conte si fecero alla spiaggia, e i Francesi salutarono il signore loro con tali trasporti di gioia, che ad uomo resuscitato per miracolo non se ne farebbero altrettanti. Non lungi dal luogo, ove presentemente dimoravano, apparivano i campanili, le cupole delle chiese, e le case più alte di una città;—era Civitavecchia: Carlo vi condusse, costeggiando, le sue venti galere, e quivi lasciatele con parte di sua gente, se ne andò frettoloso a Viterbo presso Papa Clemente. Essi si abbracciarono, come due uomini, stretti per l'attuale bisogno, e pel futuro interesse, possono abbracciarsi.

Per altra parte il Monforte, con raro esempio di prospera ventura, traversata Romagna ove gli occorsero tutti i Guelfi d'Italia, tra i quali quattrocento uomini d'arme fiorentini, si avvicinava a Viterbo. Molto andava lieto il Conte Carlo della venuta del Monforte, molto più dei quattrocento Fiorentini che gli si erano aggiunti. E' bisogna sapere, che quando nel 1260 i Ghibellini per opera di Farinata prevalsero in Firenze, tutti i Guelfi si partirono nella notte del 13 settembre, e nella città di Lucca si rifugiarono: ben furono dai leali Lucchesi lungo tempo raccolti, finchè essi pure sconfitti nella guerra che sostennero contro quell'invincibile Farinata, doverono di altro più sicuro asilo provvedersi, se volevano campare dalla acerba persecuzione dei nemici. Questo fu caso pieno di lacrime: molte gentildonne partorirono su le Alpi di San Pellegrino, molti principali cittadini caddero morti per via, di fame, e di freddo; ma poichè, come dice lo Storico che questo fatto racconta,—bisogno fa prode uomo,—si ritirarono in Bologna, e quivi si dettero ad apprendere arme, e giornalmente esercitandosi vennero in breve a ottenere fama di valorosi cavalieri. Chiamati a Modena dalla fazione guelfa, superarono la ghibellina; lo stesso fecero a Reggio, dove dodici di loro, che in appresso tolsero il nome di Paladini, abbatterono, e uccisero il fiero gigante appellato Tacha, il quale con una grossa mazza di ferro tutti ammazzava, o guastava, come meglio potrà vedere nelle cronache di cotesto tempo il lettore vago di conoscere sì fatte cose lontane dal nostro soggetto. Questa gente, che molto erasi avvantaggiata in quelle guerre, appariva splendida di bellissimi destrieri e di ricche armature: li conduceva Guido Guerra dei Conti Guidi, pronipote di quel Guido Sangue, che solo scampò dall'universale eccidio che i Ravennati commisero di sua famiglia, s'egli è vero ciò che gli antichi Storici hanno preso cura di tramandarci. Carlo non avendo più danaro non fu parco di promesse, e il Pontefice d'indulgenze; anzi questi tanto gli ebbe per cari, che dette loro a portare la propria insegna, la quale faceva campo bianco ed aquila vermiglia con serpente verde tra gli artigli.

I Fiorentini la riceverono con la gioia dell'odio che si crede santificato; solo vi aggiunsero un giglietto rosso sopra la testa dell'Aquila, imperciocchè giglio rosso in campo bianco fosse la impresa dei Guelfi di Firenze, come il giglio bianco in campo rosso quella dei Ghibellini.

Adesso, uniti in bella ordinanza i Francesi e i Guelfi italiani, avendo per guida il Pontefice e il Conte di Provenza, muovono da Viterbo pel cammino di Roma. Cavalcava Clemente, vestito degli abiti pontificali, una bianca Chinea: la magnificenza del manto era tale, che non solo la sua persona, ma sì bene anche tutto il palafreno copriva, onde l'Alighieri ebbe a dire quello che disse nel Canto XXI del Paradiso¹: le barde del cavallo foderate all'esterno di scarlatto comparivano ricamate a rose d'oro; di scarlatto parimente ricamata a rose d'oro era la gualdrappa lunghissima: teneva su la testa una mitra, simile a quella che costumano i moderni Vescovi, però che il triregno non ornasse ancora le tempie pontificali, e fu soltanto sul finire di questo secolo, che primo l'adoperò il glorioso Papa Bonifazio VIII: nella manca stringeva il pastorale a similitudine del vincastro dei guardiani di pecore, per dinotare la mansuetudine di governo con la quale Gesù Cristo ordinava che si reggessero i Fedeli: la destra alzava in atto di benedire; e così ella era assuefatta a quel moto, che quando ancora non ne faceva mestieri segnava: ambedue le mani poi si vedevano coperte di bellissimi guanti, che in vocabolo canonico chiamavano chiroteche, e il dito anulare della destra cinto di sopra il guanto di un preziosissimo anello: di qua e di là dalla testa del cavallo due giovani donzelli vestiti di abiti sontuosi ne reggevano il morso, terminato con borchie d'oro dalle quali pendevano nappe di seta cremisi, e ne regolavano il passo. Dal lato destro del Papa si avanzava Carlo d'Angiò: aveva usbergo, braccialetti, panciera, cosciali, e schinieri, tutti di acciaio intarsiati di oro a rabeschi maravigliosi: invece d'elmo portava sopra la testa la corona da Conte: nelle mani un bastone d'oro contornato di gemme: dal sommo della spalla sinistra, attaccata a un bel nastro ricamato, gli pendeva la croce, che aveva ricevuto dal Cardinale Simone di Tours per dimostrare a cui ci voleva credere, che nessuno interesse mondano, ma la maggior gloria della Chiesa, lo aveva indotto nella guerra contro Manfredi: una clamide non diversa dalla imperiale foderata di vaio nell'interno, e nell'esterno trapunta a fiordalisi d'oro, compiva l'abbigliamento: il cavallo che montava Monsignor Carlo era quel desso, che soleva accompagnarlo in tutti i suoi fatti d'arme, generoso animale, bianco come fiocco di neve, nato di madre araba, e da uno stallone di Normandia; dalle narici carnicine ferocemente dilatate pareva fiutare la battaglia: bene era fatto a pennello, ed ammirabile in ogni parte del corpo, ma si agitava fastidioso dentro grave bardatura di cuoio di capra, che chiamavano cordevano, ricoperta di rabeschi, e di azzimine di acciaio: il Conte nel frenare l'impeto del suo impaziente destriero mostrava essere molto savio maestro di cavalleria, e sebbene nel sembiante impassibile, tuttavolta si conosceva, com'egli facesse piuttosto opera per concitarlo, che per reprimerlo. Dall'altro lato veniva la Contessa Beatrice sopra un ginnetto di Spagna, il quale, quasi fosse consapevole del grado di colei che lo cavalcava, scoteva tutto altero la testa, e caracollava in molto leggiadra maniera; l'animosa sdegnando, come le femmine di quei giorni costumavano, far tenere la briglia da uno scudiero, di per sè stessa lo conduceva. Sebbene, come abbiamo già detto, avesse molte delle sue gioie impegnato o venduto per sovvenire al marito in quella impresa, non si creda, che non gliene rimanessero tante da comparire ornata; un busto di lamina d'oro le fasciava la vita, seguendone i contorni naturali fino sopra i fianchi, dove le terminava, con la forma medesima delle corazze romane; nel mezzo con crisoliti, zaffiri, rubini, ed altre pietre preziose, stava configurato un giglio; il rimanente sparso di rosette composte di cinque pietruzze di diversi colori: cingeva ricca cintura, da una parte della quale era attaccata la borsa, dall'altra un pugnale: la veste azzurra, affatto simile a quella di Carlo, si vedeva trapunta di fiordalisi d'oro: ornava la corona di Contessa i suoi capelli composti in trecce minutissime, che parte delle guance e del collo le ricoprivano: Beatrice non era bella, ma alta di corpo, e maestosa: nel suo volto traspariva quella indefinita autorità, che i signori della terra derivano dai loro padri, o piuttosto dall'abitudine del comando. La gente raccolta sopra il cammino, al comparire di sì magnifica gentildonna applaudiva, ed ella con occhi scintillanti dal piacere le rendeva sorridendo cortesi saluti. Seguivano quindi i principali Baroni di Provenza e di Francia, con vesti ed arme diverse, che a descriverle tutte andremmo di leggieri a mille e più pagine, con troppo gran danno dei nostri editori; poi l'esercito diviso in drappelli di bella mostra, ognuno dei quali condotto da un Cavaliere di assai buon nome nella milizia.

¹ Cuopron di manti lor li palafreni, Si che duo bestie van sull'una pelle: O pazienza, che tanto sostieni!