«Uscite, e tenetevi su la vostra parola per mio prigioniere all'estremità del campo.»
I fratelli Vandamme, nobilissimi giostratori, e pieni di prodezza, mal sofferendo quell'onta, si fanno con gran cuore a vendicarla. Quel dallo scudo nero con goccie di argento ferisce il Cavaliere del fulmine, gli fora lo scudo, e passa senza ricovrare la lancia; il Cavaliere percosso non piega un dito dal cavallo, ma sbaglia il suo colpo, e non trova il corpo avversario, cosa che soleva accadere ai giostratori mal pratici, o fuori di esercizio: infiammato di sdegno afferra la mazza d'arme, che gli pendeva dall'arcione, e la scaglia con tanta aggiustatezza sul fuggente Vandamme, che gli taglia l'elmo, la cuffia, e la ventaglia di acciaro; la testa ebbe salva per miracolo, se non che l'impeto della scure gli sfiorò un poco la pelle, e gli tolse alcuna ciocca di capelli: il Cavaliere del fulmine, che la vittoria sembrava rendere feroce, si disserra sul Vandamme, che intronato nel capo, privo del lume degli occhi, accennava ogni momento di cadere, lo prende alla gorgiera, lo tira giù da cavallo, e sprona verso la fossa per annegarvelo: un urlo di rabbia si fece sentire a quell'atto, e il Monforte, e lo Stendardo, si precipitarono a salvare il mal capitato compagno. Il Cavaliere primo venuto per questa volta fu più avventuroso di prima, perchè il suo avversario, mentre, arrivato da troppo acerba percossa, s'ingegna, stringendo i ginocchi, di non perdere le staffe, la cinghia della sella gli si rompe, ed egli trabocca sul campo; il cavallo lasciato in balía di sè, mentre vuol percorrere la piazza, è preso pel morso dal Cavaliere vincitore, e ricondotto cortesemente al vinto.
«Cavaliere, scendete, e cambiamo qualche colpo di spada, già che il cavallo non può più servirmi, almeno per oggi,»—disse il Vandamme.
«Signore,» rispose il Cavaliere primo venuto «volentieri farei quello che mi richiedete, ma il bisogno mi chiama altrove; io vedo il mio compagno assalito da due Cavalieri, nè posso lasciarlo solo: contro il Monforte, e non contro voi, noi portammo la sfida ad oltranza.»
«Cavaliere, io non saprei dirmi vinto oggi, senza un patto.»
«Ditelo.»
«Che voi veniste a combattere meco domani: lo promettete?»
«Lo prometto, salvo che impedimento non si opponga.»
Dopo queste parole il Cavaliere primo venuto si muove in soccorso del suo compagno, che, sopraggiunto dal Monforte di un colpo di lancia su la spalla destra, era stato costretto a lasciare il Vandamme, il quale fu miseramente calpestato dal suo cavallo, e piegare dal lato sinistro per modo, che, se non avesse puntato l'asta per terra, sarebbe per certo caduto; ma così presto si addirizzò, che lo Stendardo, avendo preso la mira bassa per ferirlo, piantò l'asta in terra. Il Cavaliere primo venuto, giungendo a gran corso, urta le spalle dello Stendardo così fieramente, che questi battendo col viso su le barde del suo destriere si sconcia il naso, e due o tre maglie della visiera gli si incarnano nelle guance; quindi continuando percuote il Monforte, e rompe nel suo usbergo la lancia; levata tosto la spada, si dà a tempestarlo, e s'ingegna a tenerlo corto, perchè non adoperi l'asta. Nel punto stesso apparisce uno stupendo caso; il destriero del Cavaliere primo venuto, di tutto nero che era, si tramuta all'improvviso, pezzato con grandi macchie di bianco.
«Ah! disleale Cavaliere!» gridò spaventato il Monforte «tu sei ciurmato. Contestabile!»