Carlo che sentiva tutte queste condizioni con animo di non serbarne pur una, maestosamente risponde: «Noi Carlo di Francia, per la grazia di Dio Conte di Angiò, di Folcacchieri, Provenza, e Linguadoca, Re di Sicilia, del Ducato di Puglia, e del Principato di Capua, a voi signor Clemente Pontefice IV, e in nome vostro ai vostri successori facciamo ligio omaggio pel Regno di Sicilia, e per tutta la terra ch'è di qua dal Faro fino alle frontiere, eccettuata la città e contado di Benevento, distretti, e pertinenze, a noi, e ai nostri eredi concessa dalla predetta Chiesa Romana; le cose espresse nella Bolla ratifichiamo, e di tenerle osservate promettiamo e giuriamo.»

Matteo Cardinale Diacono, preso il libro degli Evangeli lo pone innanzi al Conte ed alla Contessa, che mettono le mani sopra di quello; Clemente tolti dallo altare due manti di porpora foderati di ermellino li porge ai Cardinali, che ne coprono le spalle a Carlo e a Beatrice, i quali súbito prostrati su i gradini dello altare ricevono dalle mani del Papa la unzione col crisma consacrato, e la corona reale, che Matteo gli presentava in un vassoio di argento. Beatrice trema, scolorisce, una lagrima le sgorga dagli occhi, e cade sul pavimento: Carlo impassibile, più che alla presente cerimonia, tiene l'animo rivolto ai mezzi di conquistare il Reame di cui per ora ha la corona soltanto. Il Pontefice, incoronati i personaggi, lascia egli pure cadersi in ginocchio, e invoca a braccia levate lo Spirito Santo; il popolo risponde alla prece con grida tumultuose; le campane suonando a distesa accennano la cerimonia consumata; le trombe vi aggiungono altissimo fragore. Viva Re Carlo! Viva la Regina Beatrice! Vivano i Re di Sicilia! e la chiesa al rimbombo pare che cada rovesciata dai fondamenti: pure tra tante voci che applaudivano si udì un urlo, che disse: Morte agli stranieri! Ogni uomo riputando di avere a lato colui che aveva tanto ardito (così l'urlo fu sonoro e terribile) si volse cruccioso, ma su le labbra del vicino udì spirare l'ultime sillabe, Viva Re Carlo: sospettarono molti che si fosse partito dal soffitto, e alzarono gli occhi verso quella parte; nè agli orecchi di Carlo rimase celato, e fu sentenza di morte per molte centinaia d'individui, che immolava in appresso per acquietare il sospetto suscitato nell'anima sua. Clemente, compiuta la preghiera, scese, baciò il Re su la fronte, abbracciò la Regina, e disse: «En uncti Domini, et Reges estis. Sicut rugitus leonis, ita est terror Regis; qui provocat eum peccat in animam suam: sed sicut divisiones aquarum, ita cor Regis in manu Domini. Pax vobiscum.»¹

¹ Ecco, siete Re, ed unti del Signore. Il terrore del Re è come il ruggito del lione; chi lo provoca a indignazione pecca contro l'anima sua: ma come i ruscelli di acque, il cuore del Re è in mano di Dio. La pace sia con voi.

In mezzo agli applausi della plebe romana i nuovi Sovrani volsero al Palazzo Laterano dove magnificamente banchettarono; il Pontefice si assise terzo alla loro mensa, ma in luogo più elevato, come conveniva all'altezza della sua condizione. Remosse le mense, andarono accompagnati dalla medesima comitiva alla Piazza di San Paolo, accomodata per uso di torneo. Quivi si addestrava quotidianamente la gioventù romana in certe giostre, che si combattevano con lance senza ferro chiamate bagordi; e così fosse piaciuto a Dio che sapienza di senno avesse avuto in quei tempi la Italia nostra, come aveva fortezza di bracci! Egli era un campo di forma ovale circondato da fossa profonda, larga quattro o sei braccia, che in queste occasioni si riempiva di acqua: presso al punto in cui le curve si stringono per riunirsi avevano tratto una linea retta, e lo spazio tra questa linea e l'estremo del campo serviva pe' sergenti, araldi, contestabili, ed altre persone necessarie a quel combattimento: intorno le fosse avevano inalzato palchi coperti di tappeti bellissimi, e tra questi, come ognuno potrà immaginare, andava distinto quello di Carlo per ricchezza di tappezzerie, ori, e bandiere di mille colori. Giovani donne di aspetto leggiadro, e di guancia fiorita, splendide delle più ricche vesti, sedevano tutte contegnose, cupide di un saluto per parte dei Cavalieri combattenti, che valesse a distinguerle. Intorno agli steccati la plebe stupida e feroce si affollava, si urtava per meglio vedere; nè a farla star quieta giovavano le calciate di lancia che d'ora in ora distribuiva il ruvido soldato. Accennando Carlo, suonavano un corno: le anime dei circostanti furono percosse da brivido di speranza, e di timore; un profondo silenzio si diffuse da per tutto: suona la seconda volta,—la terza;—allora si abbassano due ponticelli alla estremità della piazza, e i Cavalieri a due a due passano la fossa. Giles Lebrun Contestabile in mezzo del campo fece accostare i Cavalieri, e giurare loro sopra i santi Evangeli, che avrebbero combattuto francamente, senza frodi, senza malíe; che le loro armi non erano ciurmate, e che non avrebbero altro aiuto invocato se non quello di Dio, e della Vergine Santissima: dipoi rammenta loro di non ferire i cavalli, e divide il vantaggio del vento, e del sole; ciò fatto, si ritira alla estremità del campo dalla parte destra vicino al palco del Re Carlo per meglio ricevere i suoi ordini, e quivi rimane immobile come la statua del Commendatore Lojola: lì presso a lui stava il premio del torneo. Gli altri due minori contestabili con gli araldi si posero ai capi della piazza che abbiamo descritto, accanto ai ponticelli. I Cavalieri disposti in ordine da una parte e dall'altra aspettavano il segno. Giles Lebrun abbassa l'asta, e i Cavalieri si rovinano addosso. Vergognosa narrazione! sei Cavalieri italiani al primo affronto cadono scavalcati: i soli Cavalieri del fulmine, e primo venuto, si tennero fermi in sella; ma come se atterriti da súbita paura, voltaron i destrieri verso le lizze. S'alza all'improvviso altissimo suono di risa per dileggio dei vinti, e un battere di mani pe' vincitori, e uno urlare, e un pestare, che assordava la gente: le dame sventolavano le ciarpe; Carlo godeva in suo cuore che con la paura degl'Italiani si mantenesse la reputazione delle armi francesi.

«Siete voi Italiano?»—domandò il Cavaliere del fulmine al
Cavaliere primo venuto.

«Sono.»

«E che pensate di fare?»

«Vincere, o morire.»

«Insegniamo dunque a cotesti superbi che noi due bastiamo per tutti.»

Al punto stesso voltano le teste dei cavalli: gli spettatori in attenzione di nuove cose si tacciono. Trasportati dall'impeto dei loro destrieri, i tenitori che primi incontravano le lance nemiche furono Bilmont e Bresilles; questi percosso dal Cavaliere primo venuto stramazza sul terreno a gambe levate; quegli ferito dal Cavaliere del fulmine di colpo tanto rovinoso, che la lancia, rottagli la visiera, gli entra in bocca, gli taglia la lingua, e gli riesce dietro la nuca, sollevato di sella è scagliato cadavere lontano nel campo. I due Cavalieri italiani, riabbassate le aste, continuando il corso, si affrontano in Mirapoix il Siniscalco, e Jonville, il giovane Cavaliere; Mirapoix e il cavallo sotto l'asta del Cavaliere del fulmine vanno sossopra, e il peso dell'animale fiacca una gamba al caduto, che dai sergenti viene trasportato tutto doloroso fuori del combattimento; Jonville, quantunque côlto al cimiero premesse con le spalle le groppe del suo cavallo, e l'asta per lo spasimo gli sfuggisse di mano, nondimeno afferrata la spada voleva ricominciare lo affronto: il Cavaliere del fulmine gli spinge addosso il cavallo, e gli prende la mira sul fianco; guai a lui se l'avesse côlto, chè non avrebbe mai più vestito piastra nè maglia; ma il Cavaliere primo venuto vedutolo approssimarsi prese tempo, e gli dette tal colpo sopra la lancia, che sviatala dalla mira, si conficcò nelle coste del cavallo, nè si rimase, finchè tutta sanguinosa non apparve dall'altra parte: Jonville abbrividì a quel colpo, e considerando la sua vita andar salva per opera del Cavaliere primo venuto, porgendogli la spada gli disse: «Signore, la cortesia vostra mi ha conquistato.»