«No.»

«Che faremo noi di questo ostinato?»—domandò il vincitore al Cavaliere del fulmine, il quale freddamente rispose: «Dategli il colpo di grazia

E l'obbediva, se non che ad un tratto sente gridare per ogni parte: «Ferma! ferma!» e il rumore di una moltitudine che si muove gli percuote l'orecchio; alza la faccia, e vede superate le lizze, valicate le fosse, ed una calca di gente stringersi in cerchio intorno di lui.

«Che è questo?»—domandava al compagno.

«Il Conte di Provenza» gli rispondeva costui «lo ha dichiarato vinto facendo alzare la lancia al Contestabile Lebrun. La nostra parte è finita, andiamo.»

«È egli bene che ce ne andiamo a guisa di fuggitivi?»

«Io credo che sì: questa gente che ci viene addosso ama più il Monforte di noi, e non è la prima volta, che il premio del Cavaliere vincitore del torneo fu morte a tradimento: se volete campare, salite in sella, e seguitemi.»

Il Cavaliere, lasciato il Monforte, che dopo le ultime parole era caduto in deliquio, montò il suo cavallo, e si mise dietro allo sconosciuto compagno: questi cavalcò al luogo dove stava il premio del torneo, levò da terra l'asta, l'armatura e lo zoccolo, prese una coppa piena di bisanti, e la gittò alla plebe, la quale si sbandò in un subito per raccogliere le monete: allora l'avresti veduta percuotersi nel volto, carponi per la terra: e qui taluno aspettare che il suo vicino avesse preso il bisanto, poi dargli un pugno sotto la mano, il bisanto balzare all'aria, egli ghermirlo, fuggir via, e mescolarsi nella folla, che richiudendosi a un tratto non permetteva al derubato di perseguitarlo; là tali altri afferratisi pe' capelli, mentre s'impediscono scambievolmente di raccogliere la moneta, che potevano dividere, giunge un terzo che la porta via intera; in somma era uno schifoso spettacolo dell'umana cupidigia: molti considerando che i loro sforzi sarebbero tornati vani per acquistare i danari già sparsi, si affollavano al Cavaliere del fulmine, che gittò la seconda coppa, e la terza, e la quarta, tanto che giunse a distrigarsi a salvamento fuori di quella ciurmaglia.

L'onorato Lebrun, che quantunque il giorno innanzi offeso dal Monforte, aborriva ogni vendetta, che non fosse generosa, fu che salvò la vita al male arrivato Conte. Carlo, più volte a grande istanza da lui supplicato, ordinò che sollevasse la lancia, cosa che il Contestabile fece molto volentieri; e quindi affannoso andò co' sergenti a soccorrere il Monforte, che privo di sentimento trovarono steso per terra, e con modi soavi trasportarono alla sua abitazione.

I Cavalieri primo venuto, e del fulmine, comecchè cavalcassero a gran fretta, furono ben tosto raggiunti dai loro sei compagni, i quali, rimasti prigioni a prima giunta, non trovarono per l'esito della battaglia impedimento all'andare. Così riuniti, senza profferire parola, s'internarono nel più profondo di una vicina foresta; avevano forse mille passi percorso, allorquando si abbatterono in circa dugento uomini di arme, che da lontano con le daghe e con le partigiane gli salutarono. Il Cavaliere del fulmine venuto loro dappresso si calò la visiera, e disse:—«Compagni, abbiamo vinto.»