CAPITOLO DECIMOSETTIMO.
IL RIMORSO.
Perchè nessuna notte ha seguitato il giorno,
nè nessun giorno la notte, che tra il vagito
dei nascenti non siasi inteso il pianto della
morte, e dei funerali.
LUCREZIO, 2.
«Siete voi, Messer Ghino! Già il cuore me lo aveva rivelato;»—esclamava il Cavaliere primo venuto abbassando la visiera a sua posta, onde Ghino aperte le braccia gli correva incontro gridando: «Voi qui, Principe Rogiero!» E si abbracciavano scambievolmente, e amorosamente si baciavano in bocca.
«Come mai, Cavaliere,» riprendeva Ghino «di amico ch'eravate di Francia, le siete diventato, e così tosto, nemico?»
«E' dovete sapere, messer Ghino, che allorquando io portai le lettere di Napoli alla Contessa Beatrice su le rive dell'Oglio, Monforte tutto cruccioso si volse al cielo esclamando:—Sire Dio, noi avremo Italia senza colpo ferire…. adesso ha imparato che mal per lui se gl'Italiani ferissero!…»
«Vedi petulanza! e non aveva anche vinto: pensate un po' quale orgoglio avranno costoro quando domineranno su Napoli…. Oh! se i patriotti nostri!… Ma or via, venite, Cavaliere, che dovete essere stanco e ferito, ed io non ho mai temuto quanto oggi di trafelare nell'arme;—con l'aiuto di Domineddio abbiamo fatto assai prove per oggi.»
Così s'incamminarono verso una casetta riposta in luogo assai remoto nella foresta, dove Ghino accolse ospite per la seconda volta Rogiero.
Ora poichè pel riposo, e per le cure di alquanti giorni ebbe Rogiero rimarginate alla meglio le ricevute ferite, avvenne che certa volta, essendo lontano Ghino pe' bisogni della masnada, si mettesse soletto per la foresta; teneva le braccia incrociate sul petto, il capo chino a terra,—camminava or lento, ora ratto, spensieratamente. La rimembranza delle passate avventure gli assaliva l'anima come un senso di mestizia, poi come irritazione dolorosa, alla fine come eccesso di rabbia; allora tu lo avresti veduto correre, cacciarsi le mani pe' capelli, disfatto nel sembiante, stralunato negli occhi, urlando e bestemmiando, come creatura travagliata dagli assalti del Demonio. Tutto sudante si appoggiava al tronco di un albero, o tra l'ansare dell'affanno sofferto ad alta voce diceva: «Qual è che nega il destino? Venga chi il nega a contemplare la sentenza feroce che mi condanna alla infamia; e se il cuore gli basta, affermi che non sia destino.—Ecco, non vedo lato dal quale mi volga, che non sia un delitto:—delitto, se sto neghittoso,—delitto, se opero. Il sangue di mio padre grida dalla fossa…. chiudiamo il cuore e le orecchie…. egli starà come un'accusa contro di me davanti al trono del Signore,—come, una vergogna alla faccia degli uomini…. Sia vendicato;—come?—Chiama il Re Manfredi a duello…. stolto! quelli stessi che sentono giù nel profondo la tua giustizia, ti getteranno addosso l'onta della follía;—sarai trucidato senza frutto,…. lascerai ai tuoi discendenti nuovo misfatto da vendicare.—Chiama lo straniero, l'anima di tuo padre sarà vendicata…. la tua patria oppressa!—Feriscilo da tergo…. questo sarebbe il meglio…. ma non si sa perchè gli uomini lo hanno chiarito infame. Ahimè! vedo il disprezzo della gente a mo' di forma mostruosa che si apparecchia a lacerare la mia rinomanza; vedo schierate dinanzi al pensiero le colpe presenti, i falli futuri, ma i miei tra tanta moltitudine appaiono distinti di proprio colore;—vedo il mio nome, non altrimenti che una piastra di metallo ingrappata nella memoria dei posteri si fosse, farsi più splendido sotto i miei sforzi di consumarlo, e richiamare l'attenzione dei secoli. Sommo dolore egli è questo;—ma fine dei dolori,—la morte. Se la vita è un presente, vi renunzio; l'avrei renunziata, se la mia ragione avesse potuto conoscere la vita, e se l'avessero interrogata;—s'ella è una pena, perchè punirmi? perchè sarò doppiamente punito per non sopportare la pena? Questa non si chiama giustizia…. Giustizia! osa profferire sì fatta parola al cospetto del potente:—dov'egli abbia sortito dal cielo compassionevole indole, farà per lo meno guardare dal medico se hai sano il cervello.—E poi io difesi la vita dalla fame, dalla sete, dal freddo, da tutti gli stenti, che a corpo mortale è dato sopportare; ma dall'obbrobrio non ho saputo,—non ho potuto: se lasciarla fu colpa, tenerla era vituperio; tra il vituperio e la colpa, io ho scelto l'ultima: se doveva scegliere il primo, perchè non additarmelo? perchè darmi tanta paura del disonore? perchè compartire ai miei simili una smaniosa volontà di perseguitare l'avvilito? perchè sarebbe peccato? Sia un corpo di forma quadrata, o rotonda.—servirà meno agli ufficii della natura? Degli enti non si perde nulla, la materia torna alla materia….—Lo spirito?…. Non è assai prova superare la rabbia del vivere instillataci nel sangue? non assai pena la ineffabile angoscia di scompigliar l'ordine della nostra esistenza attuale? Se è concesso uccidere un altro uomo che ti vuole apportare affanno, perchè non potrai uccidere te stesso per fuggirlo? Che cosa ha questa vita che meriti di essere conservata? Il mondo offre due sole strade ai viventi:—o scellerato,—o vittima; per essere il primo l'anima mia è troppo piccola, onde sprezzare la fama e chi la dona; per la seconda, è troppo grande, onde sopportare come lo infingardo sopporta. Finora ogni minuto fu un gemito,—ogni giorno un dolore,—adesso ogni anno sta per diventare un delitto.»
E così avrebbe certamente, con lo ingegno che aveva sortito prontissimo, divisato tutte le sentenze, che l'Abbate di San Cirano, Robeck, Rousseau, Goethe, Ugo Foscolo, ed altri infiniti, hanno mosso in favore del suicidio, e forse avrebbe anch'egli concluso col darsi la morte,—argomento che non ammette ragione in contrario,—dove una voce sonora non gli avesse percosso le orecchie, gridando: «Rammentatevi di vostro padre.» Rogiero trasalì, si guardò spaventato d'attorno, percorse i luoghi circostanti;—non traccia, non vestigio di umana creatura. Ora sì ch'egli stette da vero per divenirne folle, e se i precedenti discorsi furono in parte scevri di sapienza, in parte empii, come dettava la sua feroce passione, pensisi quali divenissero dopo la esposta avventura.