«Chi è che nega il destino? Eccomi immerso nel delirio di amor disperato, ricinto dai lacci della colpa, nè posso liberarmi; gemo sotto il peso di catena, che non ho balía di spezzare; i miei polsi grondano sangue, ed è invano il dibattermi; acquietati, aspetta il compimento dei tuoi destini, e divorati il cuore. Ecco l'abisso del pianto, del rimorso, dell'ira; mi appiglierei al ferro tagliente per non precipitarvi, la forza mi vi strascina. Donde nasce questa forza maledetta? dall'Inferno, o dal Cielo? Nol so, nol vo' sapere; la forza vive e regna, ed io sono condannato a precipitare. Oh! se mi fosse concesso domandare ragione! se il potere di muovermi con gli elementi!….»

E qui Rogiero divenuto del tutto privo di senno pronunziò tali voci, che Dio nella sua bontà avrà certamente rimesso a quell'anima, ma che furono le più scellerate, che mai avesse ascoltato da bocca mortale: maledì il giorno che nacque, l'acqua del battesimo, il fiato della vita, i sacramenti, il latte della madre, la generazione del padre: trasportato dall'impeto correva per la foresta, come uomo percosso da quello spaventevole morbo che chiamano licantropia,¹ e d'ora in ora digrignava tra i denti: «tiranno…. tormentatore delle anime…. possa morire la natura!…» ed altre assai che sarà meglio tacere. Seguendo la sua corsa, cieco della mente e degli occhi, ode allo improvviso gridarsi davanti: «Fermati, uomo, se non ami andare innanzi il tuo tempo entro il sepolcro.»

¹ Licantropia, voce greca. Specie di pazzia, per la quale l'uomo, come un lupo, corre urlando di notte per le campagne; e talora morde, e digrigna i denti, come i cani; onde questa malattia dicesi anche Cinantropia.

Rogiero allora, costretto a riunire lo spirito ai sensi, si vide forse un palmo distante da una fossa: in linea retta ne erano molte altre scavate nel medesimo campo, e aperte, quasi perchè fossero più pronte a divorare la schiatta destinata a morire. Le parole si erano dipartite da un vecchio Frate che pareva non avesse aperto labbro, tanta era l'attenzione che poneva a scavare la sua celletta di morte. So bene che l'arte di Lavater per conoscere dall'esterne qualità del volto i reconditi pensieri dell'animo procede incertissima; pure così siamo fatti, che ci fermiamo a considerare il vaso prima di bere il liquore che vi si contiene: consideriamo pertanto come meglio si può le umane sembianze, non perchè insegnino scienza, ma perchè ammaestrano a dubitare,—e il dubbio forma tutto ciò che alla polvere si concede sapere. Giungeva quel Frate con gli anni oltre i novanta; la sua persona pareva essere stata una volta maestosa e diritta, come i pini che circondavano la sua santa Abbazia; ma adesso l'età lo aveva curvato verso quella terra ch'egli stesso si apriva di propria mano, per esservi nascosto nel giorno non lontano della sua morte; cortesi apparivano in lui il muovere dei labbri, il sorriso, l'atto della mano; tuonante suonava la voce e solenne; negli occhi gli scintillava una fiamma che sembrava dovere ardere eterna, da che nè gli anni, nè le vigilie, nè il pianto, l'avevano potuta, non che spengere, diminuire. Michelangiolo, se avesse dovuto dipingere un Padre Eterno, ne avrebbe copiato il terribile; Raffaello, se ritrarre un Redentore, ne avrebbe imitato il gentile. Rogiero sentendosi alquanto consolato dalla bellezza di cotesto aspetto, sebbene un po' vergognoso, gli parlava: «Santo Padre, se la domanda non vi riesce importuna, ditemi in cortesia, perchè le vostre mani si occupano in opera tanto umiliante? Il cadere della neve, lo scrollare della terra, riempiono incessantemente cotesta fossa, che il giorno della vostra estinzione potrebbe da qualsivoglia uomo compirsi in breve ora. Parmi che il tempo si deva consumare assai meglio.»

«Figliuolo,» rispondeva il Frate piantando in terra la vanga, e sovrappose le mani alla estremità del manico, e su le mani appoggiò il mento in grave maniera: «certo tu diresti saviamente, se così lieve fosse l'oggetto di questa mia opera. Io vo' che tu sappi ben altro essere stato il consiglio del nostro glorioso institutore, quando ordinava questo quotidiano lavoro; ben è vero che la pratica se n'è oggidì quasi perduta tra i cenobiti di questo monastero, ed io sono ormai presso che il solo che tuttavia la segua. Pensi l'uomo, che il suo corpo deve formare due o tre zolle di terra, e un numero infinito d'insetti: e se le passioni implacabili non taceranno, imperverseranno meno spietate nell'anima sua. Noi siamo tali per nostra propria conformazione, che, bisognevoli di piacere, rifuggiamo spaventati, non che dal dolore, dalla fatica; ora immaginati se il pensiero vorrebbe fissarsi su la meditazione della morte, ch'è sommo dei dolori; però fa di mestieri costringerlo con sensazione continua. Veramente il tempo sarebbe meglio impiegato in qualche opera di grandezza, ma le occasioni di operare sublimemente occorrono rade, figliuolo, e rade bene; intanto aspettando che vengano, quale studio torna più vantaggioso di quello che ci svela la debolezza della nostra natura, e ne avverte tutte le condizioni pareggiarsi nella bilancia della morte, e forse una terra più perfetta emanare dalle membra dell'uomo per assiduo travaglio robuste, per temperato cibo incorrotte, che da quelle imputridite di colui che visse nella mollezza? O figliuol mio, non torna vano aprire la terra nella quale dobbiamo essere sepolti.»

«Io avrei creduto che replicando ogni giorno questa opera, l'uomo vi si fosse da gran tempo abituato, e il suo timore rimanesse come era avanti che la cominciasse. Ma, padre mio, che cosa ha mai la vita, che meriti tanto apparecchio per finirla? Se l'uomo per fastidio, per dolore, o per altro, vuol darsi la morte, così senza pensare si cacci il ferro dentro le viscere; allora, in quel momento che passa tra la ferita e la estinzione, il suo spirito penserà essere stato un atto del suo volere, e godrà nella lusinga di avere la potestà di disfarsi: meditandovi sopra apprendiamo essere cosa necessaria, disperatamente inevitabile, lo sforzo della tua costanza affrettarla di pochi istanti; tutto ti si riduce in bassezza, in miseria, in viltà. Non pensiamo in nome di Dio alla morte, ch'ella ci travaglia di troppo grande sconforto:—diamocela, se fa di mestieri, senza pensarci.»

«Ah!» gridò il Frate, percuotendosi della mano la fronte: «tu mi sveli un terribile arcano;—forse questa mia opera, che finora ho stimato derivare da forza del cuore, è tributo, che l'età, crollando il vigore del mio spirito, mi costringe di pagare alla debolezza! In altro tempo io aveva imparato che l'uomo si mostra in tutto imbecille; ma lo spirito maligno mi ha sorpreso, e la superbia mi ha deluso con la lusinga che la mia opera fosse magnanima: pure io non temo la morte.»

«Nè io la temo; anzi la cerco, come tesoro nascosto,¹ e non la trovo; la desidero come ricompensa della vita, e non mi viene concessa. Perchè non porne tra mezzo alla via travagliosa un luogo dove riposarsi? Perchè fra tanto dolore non v'è asilo di pace?»

¹ … Expectant mortem et non venit, quasi effondientes thesaurum. (Job, 3.)

Il Frate taceva. Rogiero stette lungamente pensoso; voltosi attorno vide una solenne solitudine, udì un silenzio beato, solo interrotto dal fremito delle fronde lontane, o dalla voce dell'errante lodoletta, che con velocissima curva trapassava pel Camposanto: il suo sangue, come rinfrescato, gli corse più placido nelle vene, i polsi gli battevano languidi, la respirazione si fece più libera.