«Bel Cavaliere, ecco l'armatura;» entrando nella stanza favellava Beltramo.
Rogiero non gli poneva mente, e continuava così: «Ho voluto io la colpa? Io mi sarei sottratto a quella con la morte; pure ne porto la pena. Questa è una via dolorosa; la sventura mi flagella, affinchè senza requie pervenga al fine, e al fine mi attende l'infamia….»
«L'armatura, Cavaliere….»
«Ora temo il riposo della terra, perchè mi cadrebbe addosso, come il peso all'ostinato che volle caricarsi le spalle più che le sue forze gli concedevano…. e non sarebbe già volontario…. nè avrei per iscusarmi…. e per accusarlo le ragioni di prima….—Non le avrei? Non sono circondato di lacci? Non mi hanno strascinato alla dannazione come omicida al supplizio? Io leverò la faccia, e gli dirò….»
«L'armatura, Cavaliere, l'armatura….»
«Che debbo farmi dell'armatura? il mio nemico è invincibile; l'asta e la spada non valgono contro di lui; egli combatte con la volontà. Altra forza che non è la mia,—altro ardimento, hanno perduto la prova…. toglimi dinanzi cotesta armatura, che si fa beffe della mia debolezza, perchè non v'ha corpo nella creazione che non giunga a guastare questa mia fievole coperta di pelle.»
«Vi domando mercè, Cavaliere; ma voi non mi avete pur ora mandato per essa?»
«Io ti ho mandato? hai tu bene inteso?»
«Toglietemi qualunque facoltà vorrete, nè vi aspettate di sentirne un lamento; ma negli orecchi, Cavaliere, credo valere quanto alcun altro mio fratello di umanità.»
Rogiero si pone in atto di uomo che vuole richiamare alla mente una cosa sfuggita: «Se io l'ho detto, segno è certo che ne aveva ragione…. O stato che commuovi il riso, perchè sei superiore del pianto!» e così favellando torse alquanto la bocca. «Ah! mi sovviene adesso; non devo prostrarmi, e chieder perdono?» Il rossore gli trascorse su per le guance fino alla radice dei capelli, e dopo alcuna pausa ricominciava: «Non di qui, non di qui la vergogna prende principio; segue ella come un'ombra il misfatto. Col prostrarci può bene diventare maggiore; ma ormai l'avvilimento è consumato; —porgimi lo usbergo.»