«Santa fede! che vorreste partire, bel Cavaliere? Guardate a quello che siete per fare: perchè le vostre ferite sono rimarginate di fresco; e così debole non saprei se….»

«Parti, e fa quello che ti ho comandato: chi ti ha reso tanto ardito di provvedere al mio bene? chi ti ha detto di prendere cura della mia salute? chi ve la dovrebbe, e ve la potrebbe avere, non vi bada tanto nè quanto, e vuoi averla tu, disgraziato! che non sei sufficiente di pensare a te stesso? presumi essere meno tristo, meno debole, meno scellerato di me?»

«Ma io, bel Cavaliere, possa morire scomunicato, se intendo sillaba del vostro discorso: non avreste veduto per caso la Tregenda dentro qualche macchione? Su via, non vi curate di cavalcare a quest'ora; messer Ghino non è ancora tornato, e non sarebbe mica cortesia cotesta di andarsene senza togliere commiato.»

«Che mi parli di cortesia, sciagurato! quando altri mi tradisce beffando, mi strazia il cuore ridendo, e viene quasi a spettacolo per godere nella contemplazione dei miei dolori!—l'arme, ti ripeto, l'arme.»

«Deh! bel Cavaliere, voi volete gettarvi via ad ogni costo; la vita è pur vita, e perduta una volta non si ricompra mica a contanti: sarebbe pure il gran peccato, che veniste così miseramente a morire, poichè mi sembrate gagliardo, e pro' della persona; guarite prima per bene, poi non mancherà tempo a lasciare questo mondo….»

«Dov'è l'armatura?»

«Santa fede! O Cavaliere, da che non avete nessuno amore per voi, abbiatelo almeno per me; considerate di grazia che il ferro confricando le vostre piaghe tornerà a riaprirle prima che sia un'ora.»

«Ma che destino è il mio, che l'odio e l'amore degli uomini debbano riuscirmi ugualmente importuni?»

Questo dialogo, come la più parte dei miei lettori avrà immaginato, fu tenuto da Rogiero, che, dipartito dal convento, si era ridotto alla casa di Ghino, con Beltramo, il caritatevole custode del moribondo Drengotto. Terminate ch'ebbe Rogiero le riferite parole, cadde in pensiero, e declinò la faccia tra le mani; onde Beltramo, conoscendo che predicava al deserto, stimò nessun'altra cosa rimanergli di meglio che eseguire il comando. Già non poteva il masnadiero di lungo spazio avere trascorso la porta, allorchè Rogiero, crollata la testa, si dette a camminare per la stanza furiosamente.

«Mi prostrerò al suo trono,» diceva «mi prostrerò…. io che non mi sarei curvato innanzi cosa immortale, cadrò adesso ai suoi piedi? Sì, cadrò, perchè la mia alterezza si dipartiva dalla innocenza…. oh! come avvilisce la colpa!»