«Voi mi parlate strane novelle, Rogiero: vorrestemi in cortesia farmele chiare, narrandomi quello che vi è avvenuto?»

«Non vi curate conoscerlo, messer Ghino; già sapete assai per disprezzare la vostra schiatta; io ve la farei abborrire, e troppo grave danno ne verrebbe a voi, ed a lei: sgombratemi la via.»

«Voi siete ammalato nello spirito, amico mio; e se la compassione non permette di abbandonare lo infermo di corpo, molto meno concederà di abbandonare l'ammalato nel cuore, di cui le malattie travagliano più profonde e terribili.»

«Ghino, Ghino, sgombratemi la via, o ch'io vi spingo addosso il cavallo, succeda quello che può succedere.»

«Dio eterno!» gridò Ghino ritraendosi, e sollevando al cielo le mani; «tu gli hai tolto il senno….»

«Amico,» esclamava Rogiero in andando «ormai se è vero che l'uomo può amare l'uomo, la qual cosa non credo, fa di mestieri trovare un'altra parola per esprimere questo amore, da che amicizia sta per significare tutto ciò che l'odio, la rabbia e la frode, possono commettere di tristo contro la creatura che parla. Io da qui innanzi, quando alcuno mi si vorrà dire amico, porrò le spalle alla parete, per non trovarmi trapassato da tergo, e porterò le mani alla borsa, onde non mi sia rubata nell'abbracciamento.» E tuttavia cavalcando aggiungeva moltissime altre sentenze, che il vento, quasi avesse senso di ragione, tolse all'udito, e che sarebbe pietà riferire: vadano pure disperse, che noi rispetteremo il diritto dell'elemento, e potessero con quelle disperdersi le colpe che le fecero dire, le quali pur troppo vissero, vivono, e crescono tra noi! Il popolo ci accusa di essere troppo vaghi d'investigare le colpe, e desiderosi di calunniare l'umana natura. O popolo, popolo! Dio che scende nel profondo dei cuori, Dio sa se è sincero il nostro voto, e se più tosto di attristare noi stessi ed altrui col racconto dei misfatti, vorremmo celebrare le tue glorie, diffondere la luce del canto sopra i gesti magnanimi, inebriarci nell'aere della virtù…. ma guárdati intorno, e domanda dove sia la virtù,—non troverai nè pur l'eco che risponda a questa strana parola.

Rogiero, travagliato dalla febbre dei tristi pensieri, di più in più si allontanava per la pianura; ma poichè tutti i nostri affanni trovano fine, rallentandosi, se tali che la nostra pazienza possa soffrirli, o distruggendo l'anima qualora le sieno superiori; quelli di Rogiero non essendo di forza da distruggerla, così la cortesia, ch'era in lui veementissima passione, appena trovò luogo di farsi sentire, gli rimproverò le strane maniere tenute con messer Ghino, il solo tra la famiglia degli uomini ch'egli avesse riputato degno di riverenza e di onore; voltò la testa all'indietro quasi per fare sue scuse alla parte del cielo che copriva quel valoroso; imperciocchè credeva lo avesse ormai trasportato il cavallo oltre la vista della sua dimora, ma s'ingannò; che il destriero non istimolato dal suo signore s'era fatto innanzi a piccolo passo, ed egli ebbe agio di vedere il buon messer Ghino, il quale nella medesima situazione in che lo aveva lasciato stava a riguardarlo: trasse dal lato destro la briglia, dette di sprone a manca, ed in meno che non si dice Ave Maria giunse presso Ghino, smontò da cavallo, e gli cadde smanioso tra le braccia; la testa, come se non potesse sopportare il peso della commozione, abbandonò sopra le spalle dell'amico; in faccia divenne tutto bianco, nessuna lacrima gli sfuggì dagli occhi, la gola chiusa non avrebbe concesso che le parole suonassero, nè egli si provò a favellare. Ghino lo sorreggeva, niuna cosa si aggiunse alla sua prima espressione, se non che una grossa lacrima formatasi lentamente gli gocciò giù per la guancia, posandosi alla fine sui capelli di Rogiero; dopo la prima ne sgorgarono delle altre assai, e a mano a mano più spesse; il volto però, come abbiamo detto, non prese nuova attitudine, ogni muscolo rimase al suo luogo;—pareva che gli occhi non avessero nulla che fare con quelle lacrime;—che spontanee si dipartissero dal cuore. Un poeta a considerare quel pianto sotto quelle ciglia irsute scendere per un viso adusto e di dure sembianze, quale era quello di Ghino, avrebbe súbito trascorso col pensiero ai versi di Omero, nei quali egli paragona il pianto di Agamennone

«………. a cupo fonte, Che tenebrosi da scoscesa rupe Versa i suoi rivi……….. ¹»

¹ Iliade, Libro 9.

Le principali passioni di questi nostri personaggi, dove potessimo significare mediante la favella, non sarebbero degne di qui riferirsi; esse non pure assorbivano ogni altra potenza dell'anima, ma sforzavano talmente quella destinata a riceverne gl'impulsi, che un poco più che si fosse tesa rompevasi col danno di certissima morte. Non fiatarono, e pure quello amplesso muto disse più di quello che eglino avrebbero potuto esprimere in diversa maniera: l'uno non chiese, e l'altro promise; questi accettò, e quegli non proferse; in somma moti secreti di natura purificata che il volgo non potrà mai concepire, e dalla storia dei quali vuolsi tenere lontano quanto dai misteri del Santuario.