CAPITOLO TERZO.

IL PRIMO BACIO.

Il mattin lucido lei sospirosa,
Lei sospirosa vede dal tacito
Suo cocchio d'ebano la notte ombrosa;
Di tutta l'anima divien signore
Amor, se sola, se inerme trovala;
Donzelle tenere, temete Amore.
ARMINIO, tragedia.

Che cosa è mai il tremito dilettoso che sorprende il corpo e la mente all'aspetto della bellezza?—Forse l'anima fu destinata a sentirsi commuovere per tutto quello che è bello? Forse il principio divino dell'uomo gode vagheggiare quaggiù tutto quello che sembra di Dio? Ma perchè dunque il pensiero non si esalta alla vista dei cieli? Perchè scorgiamo tranquilli il torrente della luce? Perchè se pietà di consorte o di amico non ci compunge, non mandiamo sospiro allo aspetto del pianeta della notte?—Che ha mai la terra da agguagliare alla grandezza dei cieli? Ahi! non l'anima si sublima alle forme della beltà: non il pensiero divino si esalta alla emanazione del Padre delle cose perfette; bensì il furore di turpe voluttà ci turba nel profondo, è l'idea di sozzo piacere quella che ci stringe il cuore, e ci rapisce la voce. Uomo, tu puoi essere solo convenientemente paragonato al fango dal quale nascesti! O amaro frutto della scienza del bene e del male, tu ci bai tolto perfino le illusioni che potessero essere magnanime, i palpiti del cuore!

La gioia dello intelletto suscitata da un istante di esaltazione, dove non trovi cosa reale che la mantenga, poco dura. Colui che travaglia le anime immortali troppo profondamente conosce tutti i modi della pena per non lasciarle lungo tempo in una medesima angoscia; perocchè allora o questa angoscia diverrebbe natura per forza di prepotente abitudine, o, se tale da non potersi durare, la morte correrebbe veloce su le tracce di quella; onde il Tormentatore che allontana quanto più può la morte dalla sua vittima, conoscendo il travaglio consistere meno nella intensità che nella durata, si mostra sollecito a variarle il modo di supplizio, onde non si abitui o non soccomba. Arimane,¹ allorchè si avvisa perdere lo sventurato viandante, non lo aggrava di subito con tutta la forza della sua potenza, ma a quando a quando gli manda tra le frasche della foresta una luce, o suscita una voce di gente vicina, affinchè il suo cuore si apra alla speranza, che poi gli faccia più amaro lo sconforto della tenebra, e della quiete spaventosa che precede la tempesta. Stanco finalmente il mal Genio di questo giuoco spietato, appresta l'ultimo danno, e lo scherno più feroce.—L'abituro degli uomini dista pochi passi dal viandante; già il suo spirito si rallegra nel piacere del calore che renderà il moto alle sue membra irrigidite, e nel ristoro del cibo; ma tra lui e l'abituro è aperta una voragine…. egli dirizza il guardo alla luce, nè bada alla via…. la terra gli manca sotto i piedi…. precipita alzando urla disperate; alle quali fanno eco le risa di Arimane, che, sporgendo la testa dall'orlo del precipizio, gode vedere su quante rocce percotendo lascerà viscere e sangue, prima che giaccia lacerato nel fondo.

¹ Arimane genio del male presso i Persiani, siccome Oromaze il principio del bene.

I fantasmi della gloria aveano abbandonato il giovane scudiero posto a guardia dei giardini reali: ad ora ad ora cupamente gemeva, ed esclamava: «O ambizione! o amore!»

Al pronunziare che fece questa sentenza, un leggerissimo moto lo trasse a sollevare gli occhi da terra, e…. non sarebbe questa una illusione della sua mente di fuoco?… No…. una forma leggiadra più che fantasia può immaginare, e poesia descrivere, gli stava dinanzi. La sua persona era tutta avvolta in lungo velo nero chiamato grimpa, che a quei giorni le belle Siciliane adoperavano per cingersi collo e seno, e parte del corpo, facendo più lieta la bellezza col suo migliore ornamento,—il pudore. Mortale la dimostravano il ventilare delle vesti, che svelava tutti i cari contorni di quel corpo delicato; ma il passo leggero, che appena piegava le foglie calpestate, poneva il risguardante in forse, se più che alle terrene appartenesse alle spirituali sostanze.—Il fantastico poeta l'avrebbe detta il Genio della Malinconia, che scende tacitamente nella notte a mormorare in basse voci un lamento, per non isvegliare i figli della terra ora solo felici:—ora, perchè oppressi dal sonno fratello della morte.

La vergine del sangue svevo, ignara da cui movesse quel sospiro, si volse al luogo donde era uscito per consolare l'afflitto;—perchè in qual cosa mai consisterebbe gentilezza del cuore, se il grido della miseria fosse invano ascoltato?

«Santa Maria dello Spasimo!» diss'ella, entrando sotto la volta che i raggi della luna non rischiaravano; «i tuoi devoti sono più di quelli che vorrebbono, e dovrebbero essere.—Chi è che geme qui dentro? Parla…. se sei sventurato, sappi che nessuno si dipartì senza conforto dal cospetto della figlia del Re Manfredi.»