«Che nuove? è anche morto quello stolto? la tua astuzia congiunta alla sua imbecillità lo ha ancora condotto in rovina? Narrami, narrami, che sono impaziente di udire; siedimi a canto, che ti starai più ad agio, ed io ascolterò meglio.»

«Troppo onore, Messere,»—rispondeva Gisfredo inchinandosi, e mostrando non tenere lo invito: pure insistendo il Conte, obbediva, e pressato da questo col più interrogativo «Ebbene?» che mai sia uscito da labbro di uomo, raccontava: «Messere, dalla notte che con tanto fervore mi ordinaste vegliare su i passi di Rogiero, io, come desideroso di soddisfarvi, non ne ho mai smarrito la traccia: nella notte stessa io mi imbatteva in costui, che, fosse caso o volontà, spronava a rompicollo verso un torrente, dove per certo sarebbe traboccato, se io nol sovveniva; fidando sul benefizio, lo richiedeva di sua compagnia, perchè allora la cosa sarebbe proceduta meglio sicura; mi ributtava con acri parole. Il giorno appresso, mi prende il sudore ghiaccio a ripensarvi sopra, mi arrestava una banda di masnadieri, e dopo avermi conciato che Dio vel dica per me, toltimi i danari che aveva dentro una borsa, volevano ad ogni costo propagginarmi: già per indole, e per costume, aborro dal magnificare quello che ho fatto per vostra signoria, e poi per quanto operassi, io non potrei sdebitarmi degli immensi obblighi ch'io vi professo, Messere; pure io vi giuro…»

«Va per le corte, Gisfredo; sei stato in pericolo di vita?—il gran caso che ti avessero ucciso!—mancano ghiottoni in questo mondo!»

«Dice bene il Messere. Dunque vi basti sapere ch'io fui salvo.»

«Questo io già sapeva, perchè il Demonio si mostri più pronto a proteggere i tristi, che…»

«Dice bene il Messere. Lo inseguiva con lo ardore della vendetta, con l'astuzia della viltà: finchè lo conobbi di per sè stesso infiammato, lasciai che corresse; ma quanto più si avvicinava all'esercito francese, tanto rallentava la fuga: questa nuova esitanza giunse a tale, ch'io stimai bene entrargli di notte tempo nella camera dove giaceva, e concitarlo con dirgli in voce mesta, come di trapassato:—Rammentatevi di vostro padre.—Varcava il Po con incredibile furia, quindi ricadeva più che mai su l'irresoluto: allora presi consiglio di precederlo, mi appresentai a messer Buoso, me gli scopersi vostro servitore, gli mostrai la patente, e gli narrai, un corriero napolitano con lettere a lui dirette essere rimasto una giornata di cammino dietro di me; mandasse pertanto alcuna gente a riscontrarlo, e a tutelarlo, perchè, se fosse caduto in mano dei Ghibellini con quel deposito addosso, avrebbe cagionato gran danno. Mandava Buoso, e glielo conducevano: era buio, ed io mi teneva celato in un corridore della casa di Buoso per vederlo passare: vi so dire, Messere, che fu cosa stupenda contemplare la battaglia delle passioni che laceravano quella anima; per poco stette che non cadesse, si appoggiò al muro senza andare innanzi nè indietro.»

«Tu godi a raccontare questa disperazione, scellerato?»

«Pensate quale sarebbe stata la vostra gioia a vederla, Messere! Osservando che indugiava più che si convenisse, me gli accostai, e gli susurrai alle orecchie:—Rammentatevi di vostro padre:—si voltava impetuoso inseguendomi, ed io di stanza in istanza, come colui che già conosceva la casa di Buoso, gli fuggiva dinanzi, finchè non l'ebbi condotto dove dimorava il Duera; allora mi sottrassi agevolmente: da quel punto in poi i suoi moti furono necessarii. Ebbe le lettere il Ghibellino traditore….»

«Ravveduto, dovevi dire.»

«Ravveduto. L'ebbero i Francesi, e nel campo loro egli ha sempre stanziato fino a Roma.»