Yole declinò con leggiadra soavità di affetto il bianco volto su la spalla del Maestro, che soggiunse: «Or via, affrettatevi.»
Rogiero balzò nuovamente in sella, e quivi curvandosi parlava alla figlia di Manfredi: «Teco l'anima mia!»—e sparve.
Yole non rispose,—gemè; seguendo la fidata sua scorta, si riduceva lusingata dall'alito della speranza nelle braccia materne.
CAPITOLO VENTESIMOPRIMO.
LA SPIA
Quanta, e qual sia quell'oste, e ciò che pensi
Il duce loro, a voi ridir prometto;
Vantomi in lui scoprir gl'intimi sensi,
E i secreti pensier trargli dal petto.
GERUSALEMME LIBERATA.
Più che io con quella mente che i cieli mi hanno concessa vado pensandovi sopra, più mi avviso di favellare giusto affermando, essere queste composizioni, che la gente chiamano Romanzi, assai somiglievoli ai fioriti rosaj. Lieti di rose, bellissime per venustà di vermiglio, per isquisitezza di odore gioconde, innamorano l'occhio del pellegrino, che con lo incantato pensiero maraviglia come un fiore possa avere tanta parte di volto della sua vergine diletta. Diventa più forte il paragone se si considera, che siccome gli steli delle rose sono irti di spine, e così le vie che conducono alla perfezione in opere sì fatte vanno ingombre d'impedimenti, parte difficili a superarsi, parte impossibili. Differiscono poi in questo, che nel rosaio il passeggiero, contento della vaghezza del fiore, non trascorre a indagare nè come s'operi il suo nascimento, nè come mantenga la vita, nè perchè muoia, nella qual cosa se molto ha luogo il non volere, moltissimo ancora contribuisce il non potere; mentre che nel Romanzo la bisogna procede altramente: ben l'arte ammaestra a disporre gli eventi in certa bizzarria misteriosa, e presentarli con quanto di fantastico può immaginare il poeta, onde la passione di chi legge di mano in mano infiammata aneli la fine; ma al punto stesso ne avverte essere debito svilupparli con naturale spiegazione, affinchè non si sdegni di avere sparso il suo pianto sopra casi in nulla appartenenti all'umana natura. Qui sta l'opera, qui la fatica; questo è lo scoglio pe' buoni ingegni, l'abisso pe' mediocri; e certamente sarebbe pel nostro, dove le raccontate avventure non fossero vere, o almeno non le avessimo trovate entro una Cronaca di pergamena antichissima, scritta con caratteri gotici, con le iniziali alluminate, e dorate, che quantunque un po' guasta dalle tignole, un po' dai sorci, un altro po' dall'umido, si mantiene pur sempre il bel tesoro, come andrà persuaso chiunque abbia voglia di venirla a vedere.
Narra pertanto la Cronaca, come un certo giorno il Conte Anselmo della Cerra, ridotto nella secreta sua stanza, esaminando alcune carte di molta importanza udisse toccare la porta; per lo che domandato chi fosse, gli rispondevano,—un pellegrino, che per quello che ne sembrava aveva corso gran via, faceva istanza di favellargli.—«Un pellegrino! che passi:»—ordinava Della Cerra; ed ecco indi a poco entrare un uomo, che, richiuso in prima diligentemente l'usciale, s'incammina va alla volta del Conte, e gittando la schiavina da dosso, gli si mostrava qual era.
«Gisfredo, tu qui! tu vestito da pellegrino! chi ti avrebbe riconosciuto?»
«Dove manca natura, arte procura, messer Conte.»