«Tradimenti!—hai tu detto tradimenti?»

«Non l'ho detto già io, ma vi ho riferito quello che disse il
Frate cercatore.»

«Noi siamo perduti!» avvilito mormorava il Conte Anselmo «e sì che lo aveva avvertito a cotesto imbecille:—vogliono i delitti, e non sanno soffocare i rimorsi;—un giorno innanzi ch'io lo avessi ucciso, ogni cosa era salva.» E qui mise senza pensare la mano sotto il farsetto, e ne trasse un pugnale: Gisfredo, sorgendo, si allontanava. Stettero muti alcuni istanti: finalmente il Conte discorreva, volgendo la testa: «Gisfredo, dove sei ito? ritornami allato; perchè ti stai discosto?»—Poi vedendosi il pugnale nella destra, lo riponeva continuando:—«Vivi sicuro, non sai che nessuno uomo adesso mi è più necessario di te?» e tra i denti aggiungeva: «La tua ora non venne.»

«Dice bene il Messere,—v'intendo anche ritto.»

«Fa come vuoi: dunque non v'è scampo?»

«E non sapete trovarlo? Diamine! una testa come la vostra, Messere, annega entro una coppa?»

«Dillo, se ci credi; in nome di Dio.»

«Ve lo direi molto volentieri, ma davvero che me ne prende vergogna; egli parmi così agevole, che non può essere che non vi venga in capo: e poi non si conviene a me che ho imparato tanto di Gramatica, quanto fa di mestieri per avere gli ordini minori, insegnare ad un Barone qual siete voi, che sa per fino dei misteri dell'Astrologia.»

«Certo non si vuol negare che la mia mente non sia oggi un poco confusa… se da un pezzo in qua le cose vanno proprio a rovescio!»

«Eh! signor mio, io conosco il modo di farle andare per verso: ma voi non ne sapete, o non ne volete sapere.»