Manfredino, che al cominciare della canzone era tornato a sedersi sopra il suo sgabelletto, e quivi coi cubiti puntellati alle ginocchia sorreggendosi il mento ascoltava, vide suo padre che rapito dalla soavità del canto si accostò pianamente alla figlia, le pose un braccio sopra alla spalla, e sopra il braccio appoggiò la fronte; intanto le labbra gli si fissavano nel sorriso, i sopraccigli si allentavano in arco. Quella espressione cessò con la ballata, il riso scomparve, i sopraccigli tornarono contratti: portò la mano al cuore, come se alcuna cosa se ne fosse partita, poi esclamava: «Udite me adesso.»—Andò risoluto verso la tavola, tolse una arpa, foggiata a triangolo, e si pose a suonare: ricercava con rapidissima volubilità le corde più gravi e le più acute; le altre intermedie, che fanno più dolci e dilettevoli i passaggi, non toccava tanto nè quanto: egli era un concerto somiglievole al fremito di belve, al gemito di persone tormentate,—lacerava le orecchie; pareva che le corde si dovessero rompere sotto la procella delle percosse; ad ogni momento avresti temuto di vedere corruscare lo istromento, e mandare faville; nè l'arte per certo conduceva la mano veloce, ma più tosto la convulsione: nel punto che la fiera armonia cresceva di fragore, con pienezza di voce entrava Manfredi:

«Una strage, uno affanno, una oppressura,
In accenti tristissimi racconto,
Tal che il cielo ne frema, e la natura.
Sopra un teschio aspramente percotendo,—
Parla,—gridava un Cavaliere irato,
Et ecco un serpe, che dal teschio uscendo
Si mette a zufolare in mezzo al prato;
Ma con la mazza il Barone insistendo,—
Parla,—aggiungeva,—spirito dannato;—
Dalle nude mascelle un suono a lui
Venne, che disse:—io son de' maggior tui.
Figlio a Gualfredo il vecchio, ebbi un fratello
Famoso in cacce, e in armeggiar prestante;
Forte del corpo a meraviglia, e bello,
Nel disio d'una vaga delirante,
Che tratta fantolina al mio castello
Da un vassallo venia tutta tremante;
E il padre mio, come il consiglia amore,
Sposa la volle al suo figliuol maggiore.—
—M'ami?—mi disse la proterva:—in seno
L'alma ti ferve, o se' nei detti un forte?
Di tal liquore questo vaso è pieno,
Che in lieta può tornar la nostra sorte.—
Ch'è questo che mi dai, donna?—È veleno:
Esultiamo nel ben della lor morte…—
Fede sopra l'orribile convito
Di sposa ci giurammo e di marito.
A scellerato giubbilo commossa,
Me parricida e cieco di spavento,
Sopra il desco, ogni face in pria rimossa,
Ricercava di osceno abbracciamento….
Arde la carne, e sol rimangon l'ossa,
Treman le volte al fiero giuramento….
Fatta or dimonio, in quell'amplesso eterno
L'anima mi contrista nell'inferno.
Pregando il viator, che tenga al piano
La incominciata via, nè salga al monte,
Il deserto castello da lontano,
Segnandosi devoto in su la fronte,
Accenna il buon vassallo con la mano,
E alla memoria mia rinnuova l'onte;
Nè un riposo è concesso alla mia testa,
Chè tra i sassi l'avvolge la tempesta.—
Una strage, uno affanno, una oppressura,
In voce di mistero ho raccontato,
E Dio mi ha maledetto, e la natura.

Il commiato della ballata fu con voce così spenta cantato, che nessuno degli astanti potè intenderlo. L'arpa sfuggì dalle mani di Manfredi, e percuotendo sul pavimento si ruppe: egli come sopraffatto dalla stanchezza lasciò cadersi sopra una sedia. Accorrevano i figli, la moglie, e con begli atti di amore lo circondavano; nessuno però osava consolarlo con le parole: forse un senso segreto gli avvertiva che i suoi mali erano superiori al conforto. Ne seguitava un silenzio solenne.

Un lieve colpo sopra le porte li toglieva dallo stato dolente. Manfredi, geloso degli arcani di famiglia, ordinò ai suoi con la destra, che si allontanassero; passò la manca sul volto quasi per rimuovere ogni traccia di patimento, e così ricomposto a reale alterezza disse con voce sicura: «Si avanzi.»

CAPITOLO VENTESIMOTERZO.

LA SORPRESA.

… E fino a quando il giogo
Soffrirem di un tiranno?…..
…….. Sappiasi al fine
Che voi suo valor siete, e sua fortuna,
E che, sdegnati voi, Giovanni è un vinto.
GIOVANNI DI GISCALA, tragedia.

«Voi qui, Alberico?»—aggiunse Manfredi, scorgendo il Maestro degli scudieri, che, affacciata la testa dall'usciale mezzo aperto, pareva che desiderasse un nuovo invito per entrare.—«Fatevi innanzi francamente, messere Alberico.»

«Messere il Re!»—rispose il Maestro inoltrandosi a mezza sala, dove inchinata la persona salutava in giro la reale famiglia.

«Che cosa vi mena, Alberico? parlate:»—e queste parole gli disse in accento amorevole, perchè i tempi si facevano oscuri, e Manfredi adesso sentiva più che mai il bisogno di rendersi fedeli i suoi ufficiali.