«E se noi vi derogassimo, Contestabile, che direste voi? Meglio una volta che mai: hanno a vivere eterni gli errori? Niun termine, nessun confine alle follíe dei nostri maggiori? Dorrebbevi forse, che fossero aboliti questi barbari avanzi di tempi infelici?»

Giordano Lancia, cugino di Manfredi, a lui per interesse e per volontà sinceramente affezionato, prese ad agevolare il consiglio del Caserta aggiungendo: «Messer lo Re, io stimo bene avvertirvi costituire questi giudizii gran parte dei privilegii baronali; a me pare, che adesso non corra la stagione delle riforme; e di questa, sono certo, si dorrebbero più di ogni altra, come quella che, per consistere in dimostrazioni esterne, più offenderebbe con la mancanza i sensi della gente.»

Manfredi, che non aveva creduto trovare così forte impedimento al suo pensiero, mosso dal consiglio di persone tanto autorevoli, si strinse nelle spalle, dicendo: «Pur troppo l'errore giunge con la velocità del desiderio, e si diparte con la lentezza della speranza!»—quindi avanzatosi verso il Gran Protonotario, ordinava:—«Spedite le patenti; noi concediamo il campo.»

Il Gran Protonotario, fornito assai prestamente l'ufficio, porse la patente a Manfredi perchè la firmasse, ed egli munitala di sua firma gliela restituì sul momento. Allora Messer Giovanni d'Alife lesse: «Noi Manfredi Primo per la grazia di Dio Re di Sicilia, etc. etc., per tenore delle presenti concediamo a Messer Anselmo Conte della Cerra provocato, e a Messer Cavaliere innominato provocatore, ambedue qui presenti, campo franco e sicuro a primo transito nella terra nostra di Benevento, dove ognuno di loro possa diffinire con l'arme la querela di crimenlese per lo tempo e termine di tutto il presente giorno, nonostante alcuna cosa in contrario, etc. etc. In fede di che Noi abbiamo fatto fare la presente, segnata di nostra mano, e munita del nostro suggello, anno Domini 1265, giorno 24 del mese di gennaio.—MANFREDI.»

Anselmo non si aspettava a questo; e veduto che il Re si consigliava co' suoi più eletti Baroni, per essere tra quelli il Conte Rinaldo, stava sicuro che l'affare del Giudizio di Dio non sarebbe andato più innanzi; però se gli giungesse improvvisa quella concessione del campo non è da raccontare; l'ascoltava come uomo smemorato; pure il Gran Protonotario non aveva finito di leggere la patente, ch'egli pensò tra sè:—Rinaldo avrà certamente consigliato che non si venisse a questo fine, almeno doveva farlo; forse che non avrà potuto impedirlo…. ma e non avrebbe anche potuto promuoverlo?—perchè?—io non ne vedo la ragione: questo duello non si ha da fare, nè si farà. Guardiamo se per avventura giunsero i tempi di porre me sotto la protezione del trono, e loro sotto quella della forca…. No,—oggimai è troppo tardi, gli eventi mi hanno strascinato; a mal grado del mio ingegno per ischivare l'unione fatale, l'altrui vita sta essenzialmente congiunta alla mia, nè posso far cadere la scure sul collo dei miei compagni senza ch'io ne perda la testa…. la testa!—qui sì che ci vuole arte davvero: animo, Anselmo, non mancare in questo estremo a te stesso, aguzza lo intelletto, mostra il viso alla fortuna, ella si volge benigna agli audaci, e pensa che non ti resta per la tua salute che audacia.—Così appunto, secondo che narrano le vecchie leggende, quel Gano di Maganza, che occorre nella epigrafe del presente Capitolo, condannato da Carlo Magno allo squarto per aver tradito i Cristiani a Roncisvalle, dove morì il famoso Conte Orlando con la più parte dei Paladini di Francia, ormai presso allo strazio, supplicò l'Imperatore di una grazia, il quale, pur che non fosse di vita avendogliela quegli concessa, domandò di essere squartato da quattro cavalli verdi; invenzione che non giovò a quel tristo, più che ad Anselmo giovasse la sua, perchè dice la leggenda, che Malagigi per arte di negromanzia fece apparire quattro demoni in sembianza di cavalli verdi, e Manfredi con la sua autorità rimosse tutti gli ostacoli che mise in campo il male arrivato Della Cerra.

«Mio Re,» con atto modesto parlava Anselmo vôlto a Manfredi, «non v'ha colomba, per innocente che sia, che non possa essere dall'altrui malignità calunniata; la mia lealtà per voi si chiarisce per mille prove, nè teme offesa da questo uomo, che per dirne meno dirò che viene sconosciuto sì come fa il ladro….»

«Potrei scoprirmi, e allora che diverreste Anselmo?»

«Io parlo al mio Re, e prego di non essere interrotto:» (Manfredi accennava al Cavaliere che tacesse;) «ora Dio sa se volentieri io verrei al paragone con qualunque uomo al mondo, ed anche con costui, per sostenerla con l'armi; ma per appartenere ad illustre famiglia, tra le più nobili del Regno onorata, le leggi di Cavalleria mi vietano scendere in isteccato con tale che non pure non prova di essere Cavaliere, ma per istarsi tutto nascosto nell'armi potrebbe bene aver nota d'infamia….»

«Infame io? tu sei infame….»

«O bando per assassino, per tradimento, o per qualunque altra causa contemplata nelle costituzioni….» (Lo sconosciuto fece sembiante di prorompere; Manfredi lo contenne con un suo sguardo severo, tuttavia egli continuò a stringere con mano tremante di rabbia l'elsa della spada) «…. così che lo potessi rifiutare di ragione, e però non venissi, assistendomi Dio, sì come confido per esser questa causa della innocenza, e causa sua, a conseguire vittoria contro costui più vituperosa, che perdita contro un Cavaliere onorato.»