«Conte della Cerra,» risponde Manfredi, «sappiate che un uomo che si affatica, come fa questo Cavaliere, a sostenere la gloria della nostra Casa, non può essere infame, nè notato di quelle vergogne che voi andate esponendo; nondimeno perchè a noi, quanto a voi, preme che illibate si conservino le leggi di Cavalleria, non vogliamo che con altri combattiate se non con Cavaliere.» E così favellando, ordinò a Rogiero che si accostasse all'altare: quivi arrivato:—«Ponete ginocchio a terra,» aggiunse, e toltagli la spada da canto, la sguainò, gliela percosse per tre volte su l'elmo, e proseguiva: «Voi siete Cavaliere: i modi vostri assai ci fanno palese, voi da gran tempo conoscerne i doveri; che voi siate per onorare il grado non dubitiamo» (e sì dicendo gli ricinse di sua mano la spada), «nè consentiamo che scendiate in campo senza illustre insegna. Contestabile Rinaldo, noi vi preghiamo esserci di tanto cortese, che lo vogliate accomodare della vostra arme; noi vi assicuriamo che le vostre bande d'oro, e i lioni d'argento, non si dorranno di questo, perchè se a Cavaliere privato fosse concesso portare impresa di Re, noi gli avremmo fatto presente della nostra Aquila stessa.»
Il Conte di Caserta, staccato dal suo seggio lo scudo, lo porse con bel garbo a Manfredi, che lo adattò al braccio del nuovo Cavaliere; il quale, sopraffatto da così grande dimostrazione di amore, null'altra cosa poteva proferire oltre questa: «O mio Signore, gran mercè!»
«Ora Conte della Cerra,» disse Manfredi, «vedete bene starvi a fronte questo uomo, nè potersi da voi rifiutare con nessuna eccezione, imperciocchè quando anche fosse contaminato di quelle brutte macchie di traditore e di assassino, che voi gli avete supposto, l'ordine di Cavalleria da noi conferitogli lo ha tutte rimosse, sì come fa dei peccati il santissimo battesimo tra i sacramenti.»
Tra male gatte è capitato il sorcio, per dirla con Dante. Il Conte della Cerra più s'ingegna levarsi d'impaccio, più vi si avviluppa, e ad ogni passo gli si chiude un sentiero allo scampo; nondimeno non gli basta il cuore di abbandonare la presa: considerando che quello ostinato celarsi del Cavaliere doveva tener sotto qualche grande mistero, e che dove fosse scoperto avrebbe prodotto accidenti da sturbare il duello, ricorre a nuova sottigliezza.
«S'io punto m'intendo di Cavalleria, parmi, mio Re;» favella rivolto a Manfredi «che a me spetti la eletta dell'armi.»
«Veramente voi parlate la verità: eleggete.»
«Da che a me sta eleggere, questa è la nota delle armi: due coltelle genovesi di due palmi, taglienti; targa, un mantello di lana; morione in capo, una ghirlanda di fiori.»
Molti stupirono alla inaspettata proposta del Cerra, tenendola per animosa; molti, e tra questi Manfredi, con più senno la tennero per codarda, ravvisando in essa un cavillo per impedire la prova.
«Noi, come signore del campo,» parlò il Re un po' turbato «non possiamo ammettere coteste armi, insolite al costume cavalleresco.»
«Io pure non vorrei levarmi da dosso questo vituperio di sospetto in diversa maniera….»