I padrini posero dopo questo i capi di una cordicella, forse lunga tre braccia, in mano ai combattenti, e rimontati in sella specularono il campo se avesse alcuna fossa o rialzo che impedisse l'indietreggiare dei Cavalieri; dipoi tornarono appresso loro, e fecero cenno al Contestabile essere tutto preparato.
Il Contestabile mandò lo araldo, che con la spada della giustizia divise la corda, e i Cavalieri principiarono l'assalto. Racconteremo noi le vicende di cotesto duello? ripeteremo noi quello che da qualsivoglia straniero od italiano poema viene troppo sovente descritto? Noi nol faremo, sì perchè ogni uomo che ne abbia vaghezza ne troverà un mirabile esempio nella Gerusalemme liberata, e un altro mirabilissimo nei Lombardi di Tommaso Grossi, gloria vivente d'Italia, a nessuno secondo, e, dove il desideri, agevolmente primo;—sì perchè comunissimi furono i casi del nostro. Troppo soverchiava Rogiero di forza e di destrezza Anselmo; tuttavolta questi fidente di aiuto andava a gran fatica schermendosi, e mostrava chiaro che non poteva durare: adesso, trapassato alquanto di tempo, nè vedendo, giusta il convegno, muovere alcuno a soccorrerlo, suppose che Rinaldo, caduto nella solita astrazione, se ne fosse dimenticato; però volse il capo a quella parte onde egli rinvenisse, od alcuno dei congiurati lo facesse avvertito:—inutile tentativo: nessuno dei molti quivi raccolti fece pur cenno di levare una mano. Rogiero conobbe essergli capitato il destro di spingersi innanzi, menare un bel colpo, e fornire la bisogna; nondimeno, come avviene, sentendosi più forte del suo avversario, volle che prima dei dolori della morte gustasse i dolori non meno terribili dello spavento. Così seguitò anche un poco il duello: Rogiero era intatto: Anselmo, in parte disarmato, aveva in due o tre luoghi falsato l'usbergo, ammaccato il bacinetto, ma non gettava anche sangue: bene lo facevano spasimare l'aspre percosse; la qual cosa unita allo stupore di non essere aiutato, ed alla paura di esserlo, ma non in tempo, tanto gli scompigliò la mente, che fuori di sè, perduto il lume degli occhi, sconfortato dal rumore che annunziava la sua sconfitta, cominciò a lasciare il terreno; ad ogni passo volgeva disperato la testa verso il Caserta che se ne stava immobile, e tante volte offriva occasione al nemico di finirlo a un tratto: di vero infastidito Rogiero di quel gioco, aspetta il tempo, mena un gagliardo manrovescio, coglie Anselmo nei cordoni di seta che la gorgiera allacciavano al bacinetto, e ad un punto gli getta queste armi per terra, e lo ferisce alla gola. Anselmo stramazza tramortito; se a levarlo di sentimento contribuisse il terrore o il dolore, noi non sappiamo; certo molto tremendi furono ambidue;, mostrava il volto giallo come itterico, la fronte livida dai colpi, i labbri congelati in un brivido; sgorgava dalla ferita impetuosamente il sangue, fluido e vermiglio, segno certo di arteria recisa;—era la piaga insanabile. Gli spettatori levarono un grido, e rotte le file dei soldati si precipitarono a gran corso verso il caduto. Rogiero, guardatosi attorno, vide che sopra tutti gli altri si affaticavano a farglisi vicino i Baroni congiurati, e temè di perfidia; accostatosi al suo padrino, proferì queste parole: «Ora salvatemi, valente Cavaliere, o che son morto.»
«E che cosa vi fa tanto temere della fede siciliana?»—domandò arrossendo Giordano d'Angalone.
«La fede è già rotta: perchè sforzare le file? Io vi dico che mi trucideranno, e voi sarete debitore della mia vita in faccia degli uomini e del cielo.»
«Tolga Dio tanta infamia! balzate in groppa, che il mio Sauro mi ha salvato da ben altri pericoli che non è questo.»
Rogiero, senza por tempo tra mezzo, di un lancio maraviglioso, tutto armato com'era, inforcò il cavallo; Giordano d'Angalone concitandolo con la voce e con gli sproni, lo spinse di piena foga là dove vide meno gente. A quella tempesta, a quel furioso rovinio, non vi fu uomo che comparisse zoppo: taluno gittandosi da questo lato, tal altro da quello, e molti cadendo, e per la caduta loro, frapponendosi ai passi, molti altri forzando a traboccare, si sbarattarono, lasciando libero il campo, pel quale precipitandosi l'animoso destriere, ben tosto ebbe condotto quelli che lo cavalcavano fuori di ogni pericolo.
Quando apparve vicina la porta di Benevento, in quei tempi conosciuta col nome del Calore, Rogiero, che per la prestezza con la quale andava il destriero non aveva potuto formare parola, lasciò cadersi da cavallo, ed offerta la mano al Conte Giordano gli tenne il seguente discorso: «Conte, vi ho per salutato; io so pur troppo che le imprese gentili non hanno bisogno di altro guiderdone, e sono premio a sè stesse; tuttavolta sappiate che vi devo la vita, e che mi torna dolce manifestarvi….»
«Che è ciò che dite, signor mio?» interruppe Giordano; «forse non volete ch'io vi conduca al Re?»
«I tempi stringono, o Conte, e molto mi rimane da fare; io non posso….»
«Salvo vostro onore, che lealtà è questa vostra verso
Manfredi? Conoscete i traditori, nè li volete svelare?»