«Non posso. Quello che mi era concesso mostrargli gli ho mostrato: il mio silenzio procede da una serie di tali avvenimenti, che io, io stesso, il quale sento tutta la gravezza della loro atroce realtà, appena li tengo per credibili; di questo vi prego, che gli diciate, avere spento il più ribaldo dei suoi traditori; pure restarne molti altri, che si guardi e diffidi di cui più si confida, ch'è minacciato di estremo esterminio….»

«La salute del mio Re dunque richiede ch'io non vi lasci andare….»

«No, Cavaliere; voi mi fareste villania, nè giovereste al Re; lasciatemi libero, chè ogni passo, ogni pensiero miei, sono per la preservazione della Casa di Manfredi.»

«Noi perdiamo un valente compagno, il Re un leale vassallo….»

«Nè egli, nè voi mi perdete: io vado ad apprestargli quattrocento uomini d'arme, e un condottiero famoso.»

«E dove li condurrete voi?»

«Ditegli a San Germano; colà ci rivedremo, Conte; forse mi riconoscerete allora, e passato il pericolo sarà bello e piacevole per me raccontarvi le durate fatiche, i sofferti travagli. Addio, Conte; salute a Manfredi.»

Ciò detto con presti passi si allontanò. Il Conte Giordano tutto dolente s'incamminava a portare queste novelle a Manfredi.

Per altra parte Rinaldo ordinava si fasciasse il ferito Anselmo, si adagiasse dentro la bara, e lo conducessero al proprio palazzo; per via comandò al Capitano della gente d'arme, che quando vi fosse entrata la bara, impedisse a qualunque altro l'ingresso: sì come di fatti egli fece. Il vecchio congiurato vedendo non potere entrare, nè essendo fino ad ora riuscito a parlare con Rinaldo, tanto spinse che gli si accostò, e presolo pel lembo della cappa lo costrinse a voltarsi.

«Che volete?»—interrogava severo il Conte.