Il Conte Rinaldo, sottentrando velocemente con la destra alla manca, aveva piantato fino al manico un pugnale nel cuore allo infelice Anselmo; e súbito ritirandosi per non essere bruttato dal sangue, stette con istupida curiosità a contemplare le scosse che faceva il coltello secondo che riceveva gli impulsi dal viscere lacerato: quando si fu del tutto estinto quel moto, e la vita con esso, lo estrasse, prendendolo pel bottone con l'indice e il pollice, e si pose a nettarlo, fregandolo traverso il ventre del morto.—«Povero Anselmo!» frattanto andava dicendo «ve' un poco come hai finito. Ma! se lo dice il proverbio! finchè abbiamo denti in bocca, non sappiam quel che ci tocca; la tua lunga servitù, l'antica amicizia nostra, non meritavano questo, no certo; nè io ti portava rancore, odio nemmeno: ecco, ti ho incontrato su la mia via, ed io ti ho distrutto. Male accorto! e non sapevi che il mio alito consuma, il guardo abbrucia, il tatto disperde? perchè mi ti sei cacciato tra i piedi? Io ti ho morto… uno di noi doveva morire; tu hai perduto la prova,—colpa tua; se l'avessi perduta io,—colpa mia:» (e qui guardava la lama s'era divenuta netta; comparendovi pur sempre qualche striscia di sangue, continuò a fregarla sul ventre del trafitto;) «tanto hai detto, che le tue dottrine mi sono scese nel cuore; secondo quello che tu sentenziavi, io doveva abbandonarti avanti, chè corre assai tempo che non mi porti utile al mondo; pure ho aspettato che tu mi diventassi pericoloso, allora… non puoi dolerti… ell'è cosa tua… forse ho imparato più di quello che volevi; ma ti consoli la gloria di aver fatto un ottimo discepolo: io per me vado convinto che quando la tua anima sarà assicurata dal sofferto terrore, non potrà condannarmi,—forse sarà la prima a lodarmi: ora tu hai cessato di travagliarti, tu mi devi la quiete e il riposo; tu sei andato dove il prigione non ode la voce del carceriere, dove il servo non obbedisce al signore; quivi abita il grande e il piccolo¹—nella comunione della polvere, chi condanna, e chi è condannato….»

¹ Ibi requieverunt fessi…. et quondam vincti, pariter sine molestia, non audierunt vocem exactoris. Parvus et magnus ibi sunt, et servus liber a domino suo.(Job)

Allo improvviso con fracasso spaventoso parte della invetriata di quella camera violentemente percossa cadde giù sul pavimento; un corpo trasvolando velocissimo sollevò, col vento che suscitava, i capelli del Caserta, e andò a quietarsi dentro il soffitto.

«Vendetta di Dio!»—proruppe in un urlo salvatico il Conte Rinaldo, e incrociate le mani sul petto, agitato da tremore convulso, abbassò il capo al solaio: così stette assai tempo; poi, diminuita la paura, aprì gli occhi e gli sollevò peritosi: un grosso verrettone compariva conficcato al soffitto; guardò meglio, e vide una carta pendente dalla sua penna; ascese sopra uno sgabello, stese la mano e la tolse; lo scritto diceva così:—«Conte di Caserta, pensa come l'eterna provvidenza punisca; tu hai l'esempio sotto occhio; muta consiglio, e ti sia pena avere fino ad ora male operato; altramente un mio detto può farti morire della morte dei traditori.»

«Minacciano!» mormorò Rinaldo, e, stretto di nuovo il pugnale si guardò attorno con ciglia severe; «ma qui non vedo alcuno,» aggiunse guardando il cadavere «nè mi vi rimane a fare più nulla.»—Poi avviluppò il morto nelle coltri e si allontanava co' passi del peccato. Giunto al capo della scala gli si parò dinanzi il Re, che scortato da molti cortigiani veniva a visitare il ferito, onde súbito facendoseli incontro gli disse: «Messere lo Re, avete fatto il viaggio invano.»

«Perchè questo, Conte Rinaldo? come sta il ferito?

«È spirato.»

«Spirato! Era la piaga così mortale che non gli abbia lasciato un'ora di vita?»

«O signor mio, ell'era spaventosa, gli ha tagliato più che mezza la gola;—le ultime sue parole sono state ch'io vi chiedessi perdono per lui…»

«Dunque egli mi tradiva?»