Alta la notte, e cupamente profonda, attristava la terra; nè raggio incerto di stella, o di luna, trapelava dai nuvoli che ingombravano lo emisfero:—in così spaventosa oscurità sarebbe stata, non che altro, benedetta la luce del fulmine. Dalla furia del vento che si spezzava dentro le forre dei monti, dal mugghio delle nuvole travolte, usciva un dolore, un terrore, simile al rammarichío d'una moltitudine di tormentati, che si lamenti in diversi suoni con orribili favelle. Taluno per quei montani sentieri avvertito dallo scroscio del torrente di trovarsi sul ciglione della balza, dava indietro gridando al vicino:—qui è morte;—il quale, tentando dall'altra parte, e conosciuto quivi ancora diruparsi la via, rispondeva:—nè qui è vita;—si prendevano stretti per la mano, ed abbassata la testa, puntando la persona, spesso trapassavano illesi il cammino periglioso: molti però percorsero gran tratto carponi; molti si aggrapparono alle rocce, nè le lasciarono, finchè il temporale non rimise alcun poco dell'impeto: vi furono di tali che ebbero fiaccate le gambe, o le braccia, dagli alberi divelti dalle radici, precipitanti dall'alto; ed anche chi percosso sul capo cadde senza anima, ingombro di terrore ai sopravegnenti: nè mancarono di quelli che poco validi di robustezza, e male assicurati delle orme, traportati dalla bufera non sentirono nè pure la consolazione di manifestare ai compagni la miserevole morte con l'ultimo strido;—lo assorbiva lo elemento imperversato, quasi geloso di partire con altrui la potenza della paura,—come risoluto a fare, che nessuno spavento fosse maggiore del suo.
Fra tanto scompiglio il nobile Manfredi montato sopra un generoso cavallo di battaglia, ch'egli aveva tolto a malgrado che l'Amira Jussuff gli avesse fatto osservare essere balzano dal piè sinistro di dietro, e però di tristissimo augurio, procedeva arditamente, affidato all'istinto e al vigore dell'animale; questi, quasi volesse giustificare la fiducia che in lui riponeva il cavaliere, lo portava sicuro con maravigliosa celerità per una via scabrosa, piena d'impedimenti e di pericoli. Gli ufficiali del Re, o per aver sotto più pigro destriere, o per chiudere in petto meno animoso cuore, non gli potevano tenere dietro: egli per lungo spazio cavalcava loro davanti. È fama che le anime dei sepolti lungo quella via sbucassero fuori delle fosse, e recando in mano fiaccole accese lo precorressero trescando una danza infernale, e che il cavallo e il cavaliere nulla temendo di coteste apparizioni si valessero della luce per inoltrarsi sicuri. Aggiunge ancora la Cronaca, che Manfredi avendo esclamato:—abbi i miei saluti, e le mie grazie, qualunque tu sii, spirito infernale, o celeste, che mi rischiari il cammino,—quello splendore allo improvviso cessasse, e indi a poco comparisse uno spettro scettrato, luminoso di un bianco trasparente, come di nuvolo che veli il disco della luna, il quale,—stupenda avventura!—invece di tramandare raggi di luce fosse ricinto di una atmosfera più tenebrosa del buio della notte: rassomigliava lo Imperatore Federigo, come che la sua sembianza non apparisse con precisione descritta,—quasi immagine di sogno, che l'anima non abbia compíto di formare;—non poteva dirsi di vivente, nè di defunto, più tosto di persona desta per forza da lungo letargo, che non ha per anche ben ricovrati gli ufficii della vita.—Afferrava la larva il cavallo pel freno, e con voce, che sebbene superasse lo stridore del turbine, tuttavolta da nessuno fu intesa, fuori che da Manfredi, gridava:—Ben venga il figliuol mio, sono degli anni più di venti che io ti aspettava sopra questa via:—ed alla fine delle parole lo trasportava con tanta veemenza, che il Re, nè credendo nè sentendo di toccare più terra, si avvisasse di correre alla bocca del Vesuvio per essere precipitato dentro l'Inferno: quando ecco rimanersi lo spettro, lasciare il morso, e, protendendo la mano spiegata in atto di respingere, con orribile ululato sprofondare; il cavallo, che fino ad ora se ne andava a rovina, s'impennava; nè per quanto Manfredi v'impiegasse d'arte e di fatica, poteva farlo avanzare di un passo, chè anzi, ricalcitrante, più e più sempre indietreggiava. Sopraggiunsero i cortigiani, e maravigliando che anche i proprii cavalli, aombrando, repugnassero inoltrarsi, cavato un fuoco greco¹ di una lanterna, si misero a speculare per la strada:—un cadavere deturpato vi giaceva traverso; aveva la testa affatto scarnita, meno qua e là qualche straccio di cotenna sanguinosa; la spalla destra divorata fino alla mammella; il fresco sangue diceva chiaro quella strage essersi operata da poco tempo; mostrava il petto macolo dalle pedate dei cavalli, sdrucito in moltissime parti dalle branche e dalle zanne dei lupi, che, porgendo le orecchie, intesero non lontani brontolare, come rabbiosi che avessero loro rotto quel pasto: non vi fu bocca che non mandasse grido a cotesta miseria, non cuore che non sospendesse il suo palpito. Manfredi ordinò che lo togliessero alla paura dei suoi soldati, gittandolo giù pel macchione. Tali, e non altre furono l'esequie che ebbe quell'infelice dai suoi fratelli. Credesi fosse un povero montanaro che andasse di notte per giungere assai di buon tempo in Benevento a vendere certa cacciagione, e prima di terza ritornare a vedere i suoi figliuoli…. Avanti di partire, con essi loro ringraziava la Provvidenza che gli aveva fatto trovare tanta salvaggina, unica causa del suo viaggio….
¹ Il fuoco greco, feu grégeois, fu una delle principali cause per le quali l'Impero di Oriente si conservò alcuni secoli dagli assalti dei Barbari: e' pare che fosse composto di naphta, o sia olio infiammabile tosto che si ponga in contatto coll'aria; e di alcune dosi di zolfo e di pece. Vedi molte particolarità intorno questo fuoco in Gibbon: The Decline and Fall of the Rom. Emp., chap. 52.
Manfredi commosso, non isbigottito, da tante vicende, guardò il firmamento, e minaccioso parlava: «Ben puoi strapparmi la corona del capo, bene anche il senno, pel quale gli uomini mi hanno esaltato,—ma io ti sfido a levarmi la costanza.»
CAPITOLO VENTESIMOSESTO.
IL SARACINO.
MESSO.
Fuggite, o triste e sconsolate donne,
Fuggite in qualche più secura parte,
Chè i nemici già son dentro le mura.
SOFONISBA.
Ove si può fuggir? Che luogo abbiamo,
Che ci conservi, o che da lor ci asconda,
Se l'aiuto di Dio non ci difende?
SOFONISBA, tragedia antica.