Il caso non potè di tanto celarsi che non giungesse agli orecchi di Manfredi, il quale, molestamente comportandolo a cagione dei tempi, e volendovi, come savio, porre rimedio, venne a far quello che non avrebbe mai dubitato, cioè a renderlo più funesto a sè, e alle cose sue.—Noi non possiamo, per quante meditazioni vi abbiamo fatto sopra, conoscere da che cosa derivi, nè chi la mandi, ma esiste certo una persecuzione, terribile per le sventure che apporta, molto più terribile pel mistero in cui sta nascosta, la quale converte in opera di scempiezza il consiglio della sapienza, lascia al male il suo amaro, toglie al bene il suo dolce, perverte il cuore e la mente, ti volge in danno l'amore dei tuoi fedeli, ti muta in triboli del corpo ogni oggetto che tocchi, in ispine dell'anima ogni disegno che séguiti; disperata persecuzione, che ti opprime come un peso gravissimo imposto su la tua vita mortale, e che, te consapevole, la costringe a sprofondarsi di mano in mano nella terra che la sostiene, finchè le chiuda, quasi lapida anticipata, la bocca del sepolcro.—Il Conte d'Angalone obbedendo ai comandi si presenta al cospetto del Re, si avanza con passi incerti, a testa dimessa, pallido per la faccia, sicuro di avere incorso nello sdegno del suo signore: non ricevendo cenno d'inoltrarsi, di fermarsi nemmeno, ristette a giusta distanza.—più lontana del consueto però:—una volta ardì levare gli occhi per vedere Manfredi (a cuore bennato come giunge sconfortante l'ira della persona reverita!); non gli bastò l'animo a sostenerne l'aspetto; e di súbito li rivolse al pavimento. Stavasi il Re seduto nella severità della sua giustizia, guardando fisso, accigliato, il povero Conte.—Dopo un buon quarto d'ora di silenzio, nel quale parve, al d'Angalone avere attorno tutte le generazioni dell'uomo da Adamo in poi a contemplare la sua vergogna, e mille volte maledì l'ora del suo nascimento, e sentì come s'incontrino pur troppo occasioni per la vita nelle quali, come sommo bene, si desidera la morte, la voce del Re prese a favellare gravemente in questa sentenza: «Lasciamo a voi, messere Conte, decidere, se dal sospetto del vostro Re, o da altrui, dipenda che egli non sappia oggimai più distinguere gli amici dai nemici suoi. Mentre un esercito di Barbari, cupido delle nostre sostanze, intento al totale nostro esterminio, ci sta schierato di fronte, e c'insegna a vigilare concordi se vogliamo salute, v'ha tale che ardisce avvilire con gli ultimi oltraggi un condottiero a noi per onorevole servitù, per lunga e provata fedeltà, dilettissimo; un condottiero che forma la principale forza delle presenti difese, e che dove egli si ritirasse, o tradisse, a noi non rimarrebbe altro scampo che raccomandarci l'anima ai Santi; e questo tale che l'osa, ardisce poi chiamare infame il Conte di Caserta. A voi, Conte Giordano, lasciamo decidere qual di costoro sia più traditore, e meriti maggior nota d'infamia;—se il delitto si misura dal danno, chè certo si misura, questi ne tolse la sua persona con alcune masnade di vassalli, quegli ne toglie ogni difesa, ne precide la via della vittoria; noi, i nostri figli, e i sudditi nostri consegna avvinti al nemico; nè qui si ferma costui, che, con inudito ardire trascorrendo, sprezza le leggi del Regno, sprezza la persona di un Re, il quale prima scerrebbe seppellirsi sotto la rovina del trono, che soffrire nella più lieve parte vilipesa la sua reale autorità; e manda cartelli, e propone abbattimenti, e sotto i nostri occhi medesimi apparecchia le armi. Tanto insolito e grave affare egli è questo, o Conte Giordano, che noi, come savio signore, dubitando che l'ira non ci turbi la mente, e s'intrometta nei nostri giudizii, abbiamo voluto, prima di pronunziare sentenza, consultarvi della vostra opinione: dite.»
«Messer lo Re,» con tardo e interrotto discorso rispondeva il Conte Giordano «io mi confesso colpevole; il cartello non mandai, ma accettai, perchè così doveva fare chiunque porta sproni, e spada di Cavaliere: ogni più grave pena a cui piaccia alla Serenità Vostra sottopormi accetterò con lieto, non che con tranquillo animo; solo vi prego a non volermi di tanto avvilire ai vostri occhi che me paragoniate a quel vituperato Caserta; ciò non meritano, non dirò le mie opere, sì bene quelle dei miei maggiori, in pro della casa vostra eseguite; ciò non la fama per tanti anni illibata….»
E seguitava quasi lacrimoso. Lo interruppe Manfredi con suono assai meno rigido, tuttavolta sempre severo «Ci piace, Conte, la vostra sommissione. Volete rimettere in noi la vostra querela?»
«Non potrei rifiutare, volendo; persuaso che quanto piacerà alla
Serenità Vostra disporre di me, sia secondo i termini dell'onore.»
«Intanto, deponete la spada nelle nostre mani, costituitevi nelle carceri del nostro palazzo; voi siete prigioniere del Re.»
Il d'Angalone, deposta la spada, salutando, partiva. Manfredi, inchinando a bene sperare per l'arrendevolezza del Conte, mandò incontanente per l'Amira, volendo che non passasse quel giorno senza che si fossero composti in pace. Da quell'uomo avveduto ch'egli era, considerando come gli Orientali si lascino sopra gli altri prendere dalle apparenze, chiamò i primarii ufficiali di sua casa, ingombrò di carte le tavole, pose nella prima camera messi, e corrieri; in somma ostentò un gravissimo apparato di faccende del Regno.
Appena l'Amira, senza che lo precedesse l'annunzio, essendo così comandato, ebbe posto il piè nella stanza reale, che Manfredi, licenziati gli ufficiali, gli si fece vicino, favellando in atto cortese: «Ben venga il benedetto nel Signore, Baba Jussuff, inclita stirpe dei Ben-izeyen;—l'aspetto del servo fedele torna gradito al suo Re quanto il profumo della mirra, quanto la pioggia feconda nel mese dei germogli; vieni, siedimi allato, qui alla sinistra: il Re che ode a destra il consiglio dell'Arcangiolo, a sinistra quello dell'amico, e vede, come un segno innanzi alla fronte, il timore di Dio, quel Re cammina nelle vie diritte, nelle vie di coloro ch'egli ha colmato di grazie;¹ i suoi passi volgono alla contentezza, benedizione sarà nella sua casa dai padri nei figli, e nei figli dei figli.»
¹ Tutte le parole che occorrono contrassegnate nel discorso di Manfredi con l'Amira sono ricavate dal Koran.
A questo punto l'Amira accennò con la mano il volto pesto, volendo, per quello che ne sembra, cominciare ex abrupto. Non gli lasciò formare parola Manfredi, che di súbito aggiunse: «Se il Profeta ti compiaccia di quello che ami, noi sappiamo, fedele Amira, ciò che vuoi esporne, e ti abbiamo chiamato per questo: nè il nostro sonno fu nella trascorsa notte come il sonno delle precedenti tranquillo, nè così splendida come altro giorno ci apparve stamane la luce, nè così grato il melodioso mattinare degli uccelli del Signore. Ecco che piacque a lui, che può tutto, amareggiare il suo servo, e abbeverarlo nel liquore dell'affanno;—Dio è grande, sia fatta la sua volontà: il raggio dei Ben-izeyen ha cessato d'illuminare la sua progenie; il fedele Jussuff fu vilipeso dove il Creatore ha improntato nella creatura la sua somiglianza;—ma il corvo è nero alla faccia del cielo, la colomba è bianca; nè il rettile, quantunque di sotto l'artiglio abbia levato la testa, ha offeso la carne dell'aquila; solo ne ha contaminato di veleno le penne. Dio protegge la forza del lione, e il nome del giusto, perchè sono cosa sua, e dimostrazione del suo braccio: pure se l'offesa fu nulla, è grave il peccato; come dal grano della polvere alla montagna, così dal pensiero non compíto nel segreto della mente al più grave misfatto, tutto sta alla presenza di Allah e del suo Profeta, e un giorno tutto sarà pesato, e ogni colpa sconterà la sua pena secondo la sua qualità; così prima che paghino i vassalli a Munchir e Nechir la pena del sepolcro, noi Re della terra siamo deputati a far loro scontare la pena della vita, e noi intendiamo punire l'oltraggio che ti fu fatto per modo che ti chiamerai contento….»
Voleva continuare Manfredi; ma l'Amira, sottraendosi da quel turbine di metafore orientali, alzò la voce gridando: «Schiatta d'Imperatori, degno di madre impudica, degno che i suoi figli dimandino un pane d'infamia al nemico della sua vita, è colui che chiama chi lo difenda nella causa d'onore….»