«Soffrire è la virtù della bestia da soma; nondimeno grande pietà sarebbe stata quella di concedermi o meno angoscia, o più pazienza: ma tu, Regina, insegnami come fai a sopportare, senza maledire il tuo nascimento.»
«Abbi in pensiero che la Provvidenza vive di giustizia; misericordiosa è se ti consola, più profondamente misericordiosa se ti travaglia; l'angoscia patita sarà tanta via che troverai aver fatto verso il Paradiso, ogni spasimo un passo pel quale ti avvicini al principio di tutte le perfezioni.»
«Riposate, Elena; ormai veggo ch'è tardi per me apprendere sì fatte dottrine: il dolore sopprime la fede, almeno entro il mio spirito:—a tempi più tranquilli serbo di chiamare alcun sacerdote sapiente…. Ridete, messer Ghino?—e che pensate sia alchimia un sacerdote sapiente? Il mio Regno ne conta adesso, che la stagione corre contraria, meglio di cinquemila; or non volete che questo capitale renda l'uno per le cinque migliaia? Sì, in verità, io voglio restringermi seco, e disputare intorno questa teologia.»
Manfredi aveva in mala parte interpretato il riso di messer Ghino per insolentire contro coloro, cui egli chiamava suoi nemici: questi non rispose parola, ma toltosi il mantello dalle spalle, lo piegò a più doppii, e dipoi, curvatosi sul luogo in che si apprestava a giacere la Regina, parlò: «Nobile Madonna, ruvido è questo panno, nè per nulla conveniente alle vostre membra delicate; nondimeno se di tanta grazia lo volete far degno che possa sopportarvi il fianco, io vi giuro per la fede di Cristo che appartiene a Cavaliere onorato.»
«Gran mercè, Cavaliere;» soggiunse Elena con donnesca leggiadria «nè uomo al mondo vorrebbe negare, che, posandomi io sul mantello di Manfredi, e su quello del virtuoso messer Ghino, non mi fossi giaciuta sopra il letto dell'onore: non pertanto io vi prego a tenerlo; la notte stringe rigida, l'aria pungente, e voi potreste per avventura averne bisogno.»
«Oh! sì,» scuotendo la testa replicava Ghino «sarebbe l'ora che io non avessi imparato di farne a meno: o nobile Madonna, da che io conobbi che i miei nemici avevano arso il castello dove solevano riposarsi i miei maggiori, io non ho avuto altro letto che la terra, e spesso altra coperta tranne il cielo;—il cielo si mostrava tempestoso, e il fulmine talora mi ha rotto il sonno, ed io balzando esterrefatto ne ho veduta l'ultima striscia infuocare le nuvole, e la faccia aveva invetriata di gelo, e i capelli rappresi dai diacciuoli, e il terrore mi premeva la fronte, perchè la vendetta mi stava lontana:—adesso il cielo è sereno, la vendetta compíta, e il fuoco vicino, sì che, se voi non avete altra scusa migliore per rifiutarlo, ecco, io l'ho disteso.» E sì dicendo allargava il suo mantello per terra. Terminata l'opera, salutava i Reali in atto ossequioso, e allontanandosi augurava: «Possa esservi apprestato migliore letto domani!»
«Lo speriamo!» rispose Manfredi;—e la Regina: «sia fatta la volontà di Dio.»
Ghino, recatosi dalla parte opposta dei Reali di Sicilia, slacciasi l'elmo, e lo appende al ramo di un pino; appoggia l'asta al tronco, poi si adagia sul terreno, la nuda testa sovrappone allo scudo, s'interna la spada tra le gambe, e aggravata la guancia sopra la destra palma, dopo pochi momenti si addormenta. E così tutti: solo Manfredi, che giaceva traverso alla estremità dei mantelli dove posavano i suoi, con la faccia rivolta alla fiamma, stava, sorreggendosi il capo, a considerare la vicenda di un arbusto infuocato: apparve da prima scintillante di una bella luce dorata; a poco a poco, scarseggiando, l'umore, rossastra; quindi, vie più crescendo il difetto, di un colore tra azzurro e verde;—allo improvviso ricomparve dorata, perchè tutte le cose vicine ad estinguersi prorompono in un baleno di vita,—e si spense; allora prese a sollevarsi un fumo denso da prima, poi meno cupo,—cenerino,—di bianco pallido;—finalmente anch'egli si tacque;—un tristo pugno di cenere era avanzato dall'oggetto lucido, diletto degli occhi: perchè così attento considerava Manfredi un caso che inosservato passa le cento volte nella nostra vita? Oh! arguto osservatore è il disastro, e la cagione egli la susurrò con queste parole: «È finito;—anche la rinomanza è fumo; l'eternità e l'oblio ingoiano le virtù, e i misfatti: ma almeno del tizzo rimase la cenere; di noi che rimane?»—E il sonno gli si aggravò su le palpebre. Sul principio ora le chiudeva, ora si sforzava di riaprirle, quasi volesse contendere alla potenza del sonno:—ma chi valente contro di lui? Manfredi giacque, come uomo spento ai sensi, o chiamato a sensi diversi. Benefico giunge il conforto del sonno alle membra stanche, dono prezioso agli umani travagli, balsamo alle ferite dell'anima; ma non valeva meglio che nè la stanchezza, nè i travagli, nè le ferite, opprimessero la nostra schiatta infelice? Non valeva meglio non mandare il male, che apprestare il rimedio? Non basta il sonno che dormiamo dentro il sepolcro? Perchè concludere ogni giorno di vita con una notte di morte?—Audace! confinati dentro il cerchio della tua imbecillità; che ti giova logorarti la mente dietro la scienza non concessa ai tuoi sensi? Il tuo cervello non ha nervi che bastino; tu morrai come l'avaro, consumato d'inedia sopra i tesori raccolti; più veglierai a conseguire sapienza, più andrai convinto che nulla può sapersi; arcane governano i mortali le leggi del firmamento, arcane quelle della terra; il tuo simile, tu stesso sei un mistero a te stesso.—E perchè dunque non concederci intelletto, non sensi capaci a comprendere le maraviglie dell'universo? Perchè il nostro senno si rassomiglia al sole della terra boreale? Il culto della ragione non deve anteporsi alla idolatria della maraviglia? O s'era destino che nudi d'ingegno dovessimo nascere, vivere, e morire, perchè ci tormenta una volontà che mai non si appaga? perchè una sete che non si estingue? perchè una curiosità che s'inferocisce contro quello che non può penetrare? un desiderio che infuria in proporzione degli impedimenti che trova? Io ne ho domandato alla gente che ha nome di savia, e mi ha detto: pazienza,—ed io le ho risposto, che le selci calpestate non mormorano, e se tali dovevano essere le nostre condizioni, sarebbe stata misericordia tagliare le mani a Deucalione e Pirra, che gittandole dietro le spalle, di pietre le convertirono in uomini:¹ intanto questo sentimento di sapere, e la impotenza di soddisfarlo, è un inferno anticipato, ed io per me ho speranza che sopra ogni altra espiazione valga un giorno a farne perdonare di molti peccati. Ma il sonno non si posa uguale su tutti, anzi egli veste la sembianza che trova; puro comparisce soltanto sopra la faccia di Manfredino; quivi non trova dolore nè gioia,—vi trova stanchezza, ed egli si mostra sotto la forma del riposo, perchè il riposo è la sua essenza: mesto, solenne, investe la fronte della Regina Elena, e, se Dio mi perdoni, somiglia un esperimento che la morte imprenda a fare su quel pallido volto:—nel punto in cui la vita si parte, e la morte comincia, non atterrisce il suo aspetto sopra il sembiante della bellezza; raccoglie invece gli ultimi fiati, lo estremo agitarsi dei muscoli del labbro, e ride,—il riso del serpente però…. e poi tocca la pelle, e la pelle si corrompe,—soffia sul corpo, e il verme si affaccia dalle narici:—volgiamo lo sguardo dalla immagine della putrefazione, assai tornerà amaro soffrirla,—non ci fermiamo a meditarla. Qual è il sonno di Ghino? La battaglia: co' moti del sopracciglio consente ai colpi che finge, e:—avanti!—grida, come nel furore di un assalto,—avanti!—ad un tratto impallidisce, allunga la mano in cerca dell'asta, e quasi si leva a sedere esclamando:—fate testa, vituperati,—alla riscossa,—alla riscossa…. abbiatene cura, egli è ferito…. io gli ho concesso sotto fede i quartieri.—Ricadde riverso con le mani abbandonate, e mormorava tra i denti:—siatemi voi testimoni ch'io giacqui morto d'una freccia nel petto.—Qual favella potrebbe ridire come dorma Manfredi? Il suo non è sonno, ma continuazione di spavento; inarca le membra irrigidite, quasi sorpreso dall'atroce convulsione che chiamano tetano; stringe le pugna, ha i capelli irti, spalanca gli occhi come ossesso, la pupilla gli trema; dalla gola contratta, attenuata, pare che voglia ricavare un grido; terribile è lo sforzo, ma si risolve in singhiozzo; muta positura, rannicchia le membra, non altramente che se un cerchio di fiamme lo circondasse; prorompe in guai lamentosi, ed ambe le mani con súbita violenza percuote su la bocca, a modo di persona che si affanni impedire un liquore che sgorga. Corre fama che Manfredi sognasse il giorno del Giudizio finale, e che tratto innanzi all'Eterno Vendicatore sentisse le sue colpe traboccare dalla lingua per accusarlo, e ch'egli nello spaventevole caso facesse schermo con le mani, perchè non uscissero: miserabile! Dio dove era quando ei le commise?
¹ Narra la Favola che dopo il diluvio di Deucalione e Pirra, i soli salvati, volendo ripopolare la terra, per consiglio di Terni, gittassero dietro le loro spalle l'ossa della Terra, che sono le pietre, e da quelle gittate dall'uomo nascessero uomini, e donne dalla donna.
Chi temerario ardisce avvicinarsi ai dormenti Reali? È odio, è amore, che conduce i suoi passi? Egli si accosta furtivo, come l'animale che la natura provvide di frode:—ma è la prima volta che la virtù ha tolto la forma del vizio? la prima, che la innocenza fu sospesa con un capestro in alto, perchè servisse di esempio ai popoli? Il Cavaliere si accosta cauto, sommesso; punta su la terra il calcio della lancia, vi si appoggia con la gravità del suo corpo, e si ferma a vedere. Oh! bello splende il viso di amore quando il sogno leggiadro lo accarezza con l'ultima piuma delle sue ale; bello quando la speranza gli si diffonde intorno, come una atmosfera di profumo; bello quando le labbra gli tremolano nel brivido della gioia: allora i poeti fantasticano dell'alito delle Grazie che gli sommuovano i capelli, perchè ad ogni soffio di vento variando forma appariscono più vaghi; e fingono Silfi invisibili, i quali si aggirino per l'aria alternando arcana armonia, che orecchie corporee non distinguono, ma che scendendo soavemente nell'anima così la innamorano di quello incanto: altre e più gioconde cose essi immaginano, pure non vi ha poesia che giunga a narrare quello che suscita l'aspetto della bella addormentata. Allorchè in placida notte di estate l'orizzonte sereno quanto l'anima dell'innocente ricopre la terra come di una insegna di gloria coll'azzurro purissimo, trasparente, e le miriadi dei corpi celesti esaltano nella gioia della luce la magnificenza del Creatore, allora soltanto l'anima commossa può trovare immagine che si assomigli al volto della mesta addormentata:—quale di questi due spettacoli racchiuda parte maggiore di vaghezza, ella nè sa nè può ridire a sè stessa; ambedue opera divina, ambedue sapienza dello innamorato pensiero di Dio;—tacita, tacita, l'anima gode nella voluttà delle sue sensazioni.