Ghino abbassò gli sguardi, ed esitando aggiunse: «La gente dice che ritorna l'antica comunione delle cose;—l'uomo ha diritto all'esistenza,—io ho chiesto un pane, e l'ho tolto a cui me lo ha negato.»
«Ma perchè non veniste alla mia Corte? Qual è il Cavaliere, che sotto l'ale dell'Aquila di Manfredi non abbia trovato ricovero contro il flagello della fortuna? Avete temuto che noi ci mostrassimo meno cortesi con voi che con gli altri? Ghino, ci avete fatto torto.»
«No, Monsignore, mai ho dubitato della vostra cortesia, sì bene molto ho temuto che in me fosse petulanza esperimentarla. Suona di Ghino diversa la voce:—chi mi ha ridotto in tale stato, per onestare il misfatto agli occhi della gente, e forse anche per superare il grido della propria coscienza, schiamazza a piena bocca ch'io sono un fuggito dal capestro, un periglioso ladrone;—così veramente non dice il salvato dalla ferocia del Barone, non così le difese donzelle, non così i castelli tutelati dalle libidini del prepotente vicino; nondimeno il male urla più forte del bene, e la mia condizione parla contro di me. Era dunque generosità invocare la vostra luce, affinchè rischiarasse la tenebra che la umana malignità ha deposto sopra il mio capo? Intanto attendeva ad operare incontaminato, e spesso il mio labbro diceva: gli uomini al fine cessano di essere ingiusti;—ma il mio spirito non lo sperava: e quando mi ristoreranno del nome che mi hanno rapito (inverecondo, e pure inevitabile fatto, che alla stolta moltitudine appartenga chiamarne buoni, o malvagi!), allora, io pensava, riparerò alla Corte del nobile Manfredi;—forse fu questa superbia, forse venerazione per Vostra Serenità;—ad ogni modo credeva, e tuttavia credo, non ogni Ghibellino sia per giovare al figlio di Federigo.»
«Voi vi apponeste al vero, valoroso Barone, quando pensaste che non tutt'uomo, che odiasse Roma, fosse degno di amare Manfredi; pure vi dilungaste dal retto, allorchè ci negaste il cuore o la mente di distinguervi tra mille che gridano parte per far tacere la legge. Assai lungo tempo corre che noi desideravamo vedere la persona vostra, ed ora ringraziamo il destino, che, prima di finire i nostri giorni, ci ha conservato a tanta dolcezza.»
«Nobile Manfredi, grandi novelle udimmo raccontare della cortesia vostra; tuttavolta, per quanto dica la gente, io vedo adesso ch'ella vince le parole.»
«E se il cielo assente che questo non sia lo estremo dei Regni Svevi sopra le terre di Puglia, voi non vi partirete più dal nostro fianco, noi vi faremo condottiero di una parte delle nostre compagnie, e avrete nel Regno stanza e vita onorate:—compíta suonava per la Cristianità la fama della Corte di Manfredi nella gloria dei Trovatori, adesso con Ghino da Turrita compíta sarà anche quella della gloria delle armi;—se tanto ci frutta la sventura, noi davvero non sapremmo più invocare la fortuna. Ora che vi pensiamo, in questa notte stessa ci si offerse agli sguardi uno di vostra gente, Messer Ghino, che più volte ne ha sovvenuto di consiglio,—che uccise a Benevento un traditore,—sì certo, era desso:—Yole, dov'è il Cavaliere che vi ha menato in groppa?»
Yole declinò la faccia, forse per celarne il rossore, e rispose:
«Ei si partiva.»
«Se il Cavaliere ama restarsi celato, sarebbe scortesia volerlo conoscere; non pertanto abbia le nostre grazie, e voi, Messer Ghino, preghiamo di fargliele note; ditegli ancora, che se guiderdone di onori, o di facoltà, può in parte sdebitarci dell'obbligo che verso lui professiamo, un desiderio della vita di Manfredi è di mostrarglisi grato.»
Più a lungo sarebbonsi tratti i colloquii; e tuttavia favellando gli avrebbe côlti il mattino, così grande diletto ricavava l'uno dall'altro, se in quell'istante la Regina, aggravandosi, come stanca, sul braccio di Manfredi, non gli avesse rammentato che quivi erano discesi per riposarsi; però egli si tolse il mantello, e stesolo sul terreno vicino al fuoco, con un mesto sorriso lo additava alla nobile Elena, e le diceva: «Qui giaci, Regina: oh! il giorno in che tu fosti assunta sposa al reale mio talamo, tu non pensavi, infelice! che avresti passato una notte di dolore sopra il nudo terreno:—chi te lo avrebbe detto! un ciel sereno pareva dovesse essere la tua vita; e se tra tante immagini di contento balenò al tuo pensiero l'ora solenne della pace, certo tu la vedesti splendida come il tramonto di un sole di estate.»
«Mio dolce consorte, dal Signore si diparte la gioia, dal Signore lo affanno, ed io ho benedetto sempre i suoi santi voleri.»