«Certo,» s'intromise in quel ragionamento il Cavaliere «non si vuol negare, che meglio per tutti saria stato che il Gran Cancelliere sopravvivesse, nondimeno non merita grave compianto; s'egli ha perduto la vita, si acquistò la fama, la quale in sostanza è la vita dei valorosi, e appunto per questo vivono i prodi Cavalieri, e se per conseguirla morirono, bene augurosa e felice deve la morte loro riputarsi:—forse il mondo maligno, uso più tosto a rammentarsi dei fatti che lo addolorano, che di quelli che lo stupiscono, non serberà che tra pochi la fama di questo valente; ma quei pochi saranno coloro, che non misurano la virtù dalla fortuna, che in qualunque parte della terra, in qualunque tempo incontrino la rinomanza di un forte, la salutano come sorella, e le innalzano un tempio nel proprio cuore:—degli altri, pe' quali il solo cibo distingue la vita dalla morte, non vuolsi far conto;—sempre nelle mie orazioni ho supplicato il Signore di due cose,—che mi preservi dalla lode degli imbecilli,—e dal disprezzo dei generosi.»

«Ben detto,» approvò Manfredi «così è; di rado avviene che un forte braccio si unisca ad una trista mente: Cavaliere, in cortesia, io vi ricerco di un dono.»

«Qual dono? Monsignore, parlate.»

«Voi mi avete donato, che mi svelerete chi siete.»

«Questo sarà un dono che voi farete a me, Monsignore, piacendovi ricercare le condizioni di un'umile persona, quale io mi sono; però non è tale il mio volto che ami rimanersi celato, nè tale la mia fronte, che non possa senza impallidire sostenere la vista dei valenti: ecco, guardatemi il sembiante; sia buono, sia sinistro, io lo tengo quale me lo ha dato la natura.»

E si alzò la visiera, e il Re vide una testa, quale i cieli concedevano agl'Italiani, quando con la testa concedevano anche la facoltà di sentire la vergogna; nondimeno non rammentava averla mai più veduta, e già moveva le labbra per domandare del nome, allorchè aggiunse il Cavaliere: «Voi non mi conoscete di vista, nè io conosceva voi, sebbene per fama io fossi innamorato delle virtù vostre. Voi dunque vedete, Monsignore, in me un cittadino, che bandito dalla sua patria ne porta per cimiero la insegna,» ed additò la Lupa¹ «affinchè vegga quali sieno le geste del figlio che ha cacciato, e si addolori che non sieno operate per lei, nè in alcuno suo onore ridondino; in me voi vedete un uomo, che perseguito dai suoi simili si vendica compassionandoli, e rendendo loro bene per male; in somma io sono Ghino di Tacco da Turrita….»

¹ Arme di Siena.

«Voi Messer Ghino!»—ripeteva il Re stupefatto; e quanti quivi erano Baroni pugliesi si restrinsero a contemplare l'uomo che aveva levato di sè una fama da contendere con quella de' più illustri Capitani di eserciti. Ghino si rimaneva immobile, atteggiato in cotale mossa guerriera, non ostentata per arte, ma da lunga consuetudine propria delle sue membra. Manfredi, soddisfatto il desio di guardarlo, aggiunse commosso: «O nobil sangue, come avvilito! Anima grande, a qual punto ridotta! In qual modo avete sofferta la vita? in qual modo l'avete guardata dalla morte?—dalla infamia?»

«O signor mio, io ho scorso questa terra, che delle antiche glorie si fa manto alle vergogne moderne, e l'ho veduta piena di delitti; il mio braccio ha vegliato per la innocenza, e la gente mi ha benedetto;—e poichè dura eterna la guerra della ingiustizia contro la debolezza, io non ho posato che pochi momenti.»

«E in quei momenti?»