Tristo è il regno delle tenebre, tristo quanto i pensieri del Re fuggitivo.—Nei lunghi anni del fastidio della vita, avviene talvolta al decrepito di revocare alla mente il riso della perduta giovanezza,—però che non vi sia secolo di affanno che non contenga il suo minuto di gioia;—allora il sangue gli si squaglia, meno languide gli battono le arterie, gli si infiamma la faccia di un crepuscolo di rossore; quando all'improvviso su la bocca del sepolcro, ov'ei schifosamente si appiglia, lo assale più feroce che mai la immagine della morte, e gli gela la speranza: così lo spirito di Manfredi in quella notte memorabile, se ricorreva sopra alcune delle passate vicende per ricavarne sollievo, di subito la pienezza delle sventure presenti, il timore delle future, lo sconfortavano; a lui avevano tolto i destini anche il bene della lusinga!—Procedeva in silenzio; avrebbe potuto mostrarsi lieto, narrare eziandio la dilettosa leggenda, chè su quanti uomini vivevano al mondo egli era valente a dissimulare;—simile in questo alla terra del suo Regno, che innamora il risguardante co' tesori della creazione, mentre il vulcano le prepara rovina dentro le viscere;—nondimeno conoscendo che a nulla poteva giovargli l'ostentarsi lieto, e che quando anche gli fosse giovato, nessuno gli avrebbe creduto, si lasciava in balía delle proprie afflizioni. I seguitanti, persuasi che se rimaneva via di salute, Manfredi l'avrebbe veduta prima di loro, che la sventura non lo prostrava, ed egli era uomo da fare tutto da sè, procedevano pur essi in silenzio. Senza posarsi un momento giunsero a San Pietro in Fine, terra otto miglia distante da San Germano;—volevano quivi fermarsi, non parve sicuro il luogo; convennero proseguire la corsa;—i cavalli sebbene stanchi giustificavano la fiducia che i cavalieri avevano riposto nella loro bontà.
«Soffri?» interrogava Manfredi la nobile Elena, la quale, intirizzita dal vento ghiacciato, dolorosa pel lungo dimorare in una stessa positura, e per la malattia di languore che da tempo remoto la travagliava, aveva disciolto un gemito sommesso.
«Io?—Pensa a salvarti, pensa a salvare i miei figli.»
«Tu soffri.»—insiste Manfredi.
«Oh non badarvi!—Forse chi sa che questi miei patimenti non sieno accettati in parte di espiazione!»
«No, no: il bianco è bianco, nè il loglio muta natura al buon grano; ogni anima pensi per sè: nella valle di Giosafat ciaschedun vivente risponderà per i proprii peccati. Tu non devi soffrire per me.»
Adesso si trovavano alle falde della montagna Cesima, su la cima della quale anche oggigiorno scorgiamo la terra di Presenzano. Manfredi ordinò che lasciassero la strada battuta, e piegando a destra s'internassero alquanto nella selva dei pini che ingombra il declivio del monte, perchè quivi intendeva posarsi. Giunse gradito il comando, chè la fuga precipitata, e l'aria pungente della notte, avevano avvilito i più gagliardi. Forse cento passi andarono pel bosco, e si fermarono: in meno che non si dice sorse un bel fuoco a ravvivare le membra. I Reali erano discesi; Manfredi si volse attorno, e vide al suo fianco Elena, al fianco d'Elena Yole… mancava Manfredino; nel tornare alla primiera situazione, mira il Cavaliere che glielo porgeva sano e salvo; lo prese il Re tra le braccia, il fanciullo gli rise, e alzando le mani gli accarezzò le guance: il volto paterno non sostenne severo la cara sembianza, e chinato su la fronte del figlio lo baciava affettuoso.
«Noi dunque non abbiamo perduto nulla?»—favellò Manfredi poichè di nuovo ebbe guardato i suoi.
«Abbiamo perduto Benincasa:»—rispose Yole con voce soave.
«In verità, figlia mia, voi avete parlato una molto savia parola.»