«Spero…. almeno egli non morrà prima di me.»

«Prendilo dunque!»—e glielo porse. Il robusto Cavaliere lo sollevò con la destra, e siccome il fanciullo nel distaccarsi dal padre menava un lamento, lo rampognò così: «Non piangono i figli dei Re.»—Allora Manfredino si tacque, e il Cavaliere se lo adattò sul braccio sinistro dicendogli: «Tenetevi stretto al mio collo:»—la qual cosa avendo egli fatta, lo ricoperse con lo scudo per modo, che da nessuna parte poteva essere offeso. «Ora potete dormire perchè siete sicuro,»—soggiunse, e si precipitò giù per le scale, che, per non funestare gli sguardi dei Reali di Napoli, aveano sgombrato del cadavere del povero Benincasa.

Uscivano all'aperto;—i nemici erano scomparsi. Da lontano s'intendeva un cozzare di spade, un gridare confuso Svevia! Mongioia! Stupivano, non s'immaginavano che cosa potesse essere; si valevano della buona occasione, e montati in sella, tolte in groppa le donne, spronavano verso la porta di San Giovanni. Senza incontrare avventura che meriti di essere raccontata, pervennero alle mura, le passarono, e si cacciarono alla campagna, gridando sovente con allegre voci: «È salvo il Re!»

Manfredi, spesso ricorrendo con la mente ai casi avvenuti in quella notte memorabile, esclamava tra contento e turbato: «Anche la sventura a qualche cosa è buona; s'ella non fosse stata, io non avrei mai conosciuto questi fedeli che mi circondano.»

Mi volgerò io a contemplare per l'ultima volta la vinta città? Mi volgerò,—che l'Angiolo non me lo ha vietato sotto pena di tramutarmi in istatua di sale.—Ecco, ella arde come Gomorra; l'una colpevole di ribellione al suo Dio, l'altra colpevole di fedeltà al suo Re: le dico ambedue colpevoli, perchè altramente non saprei andare capace, come una stessa rovina le percotesse, Poc'ora d'incendio abbrucia opere intorno alle quali sudò anni interi la industria; le dimore del superbo, i poveri ricoveri, cadono adesso nella comunione della distruzione: vi furono figlie stuprate sotto gli occhi dei padri, mogli sotto quelli dei mariti, e guai a loro se facevano cenno, se mettevano un grido, un gemito; i cittadini, parteggianti per Carlo o per Manfredi, purchè doviziosi, rubati; le case saccheggiate, i repugnanti uccisi, i paurosi scherniti; e sì che il Conte di Provenza diceva a cui ci voleva credere, essere venuto a levare dal collo dei Pugliesi quella oppressione sveva, e si faceva chiamare liberatore. Le cose e le persone sacre nulla meglio rispettate; sacerdoti venerabili per santità, per anni e per dottrina, dalla proterva soldatesca manomessi; monache con sacrilega inverecondia su i gradini del santuario contaminate; i voti dalla divozione dei Fedeli appesi alle immagini, se di oro o di argento, intascati; se di cera, lasciati stare; le stesse immagini dei Santi, se di metallo prezioso, arruffate; se dipinte, lasciate stare.—Che più?—refugge l'animo al fiero racconto:—diffusi i sacri olii per terra, o consumati in ungersi le barbe; sparso sul pavimento il mistico pane, ghermivano i ricchi vaselli per quindi giuocarseli a zara, o Dio sa in quale altro uso disperderli:—e sì che il Conte di Provenza protestava essere venuto a ristorare la Religione del Regno, e si diceva figliuolo primogenito della Chiesa.

Ecco come da rimotissimi tempi costumano gli italiani uomini ricevere la libertà.—Assicura la gente cosa preziosa essere la libertà, ed io di leggieri concorro in questa sentenza, considerando il grave prezzo di averi, e il molto più grave di vite che ne ha finora sborsato;—tratta dalla ingannevole lusinga, non badò la tradita, se legittimi mandatarii fossero coloro nelle cui mani sborsava… essi furono falsificatori:—ella pagò male le tre, le dieci volte,—e sempre; peggio per lei: chi non ha il senno, abbia la pazienza. Tanti misfatti si commisero a nome di questa libertà; in tante e sì strane forme si è presentata al mondo ingannato, e ingannatore; così sovente ha nascosto il volto della stessa tirannide,—che oggimai ho fede non viva uomo di sano intelletto che al solo intenderla rammemorare non si sgomenti: e però quell'intemerato Parini, che ai suoi tempi l'aveva veduta tragica, e comica, e democratica, e aristocratica, e consolare, e fescennina, e perfino ballerina, allorchè tenevasi in sua presenza proposito di lei, interrogava tutto smarrito:—Libertà! di che sorta?—Queste opinioni stanno qui con la medesima convenienza dell'orazione di Tizio nell'Inferno, che conforta gli eternamente perduti ad apprendere giustizia: non v'è cera che turi le orecchie all'umana imbecillità; elleno stanno aperte alla prima Sirena che voglia susurrare dentro di quelle la canzone della frode.

Nè si presuma essere diventati in nulla migliori; siamo i medesimi di tre e cinque secoli passati, strascinanti di età in età la soma del vituperio sul basto della ignoranza. Mancano i fatti nequitosi? segno è che manca chi inciti, non gli animi, non le voglie pronte a commetterli; imperciocchè la più parte di noi non abbia nemmeno volontà propria a mal fare, e penda sospesa ai confini del vizio e della virtù, aspettando la spinta per traboccare: quindi è che io non ho mai avuto in iscopo di predicare al deserto, tentando di migliorare i miei simili,—no; possa l'anima mia diventar quella di un avvocato, se mai ho avuto in pensiero cosa sì fatta: ciò che ho scritto, scrissi per dimostrare altrui che so, come dicevano i nostri vecchi Fiorentini, quanti piedi entrano in uno stivale, e distinguo i bufali dall'oche, e che, quando la cerco, mi ritrovo anche io, e non capisco il come, una testa rotonda sopra due spalle quadre.

CAPITOLO VENTESIMOSETTIMO.

LA NOTTE DOLOROSA.

Un angioletto con le man di rose
Chiuse gli occhi infelici in tanta angoscia.
SAN BENEDETTO.