«No, tu vivrai, Corrado! » proruppe Manfredi, e si curvò sul giacente… aveva esalato l'ultimo fiato: una lacrima scese sul volto del morto dal ciglio del Re, che si allontana, prorompendo in singhiozzi convulsi.—Allorquando il Provenzale si fu impadronito di San Germano, la plebe stolta, per piacere al nuovo signore, cinse di un capestro il collo del fedele Benincasa, e lo strascinò a vituperio per le strade della città,—solito premio che gli uomini sogliono dare alla virtù sfortunata!—Il tempo però che rende a tutti le sue giustizie ha ormai sentenziato se in quel momento l'avvilito fosse Corrado Benincasa, o il Conte di Provenza, che vide cotesto scempio, e potendo nol volle impedire. Certo io ho fede che l'Angelo della Vendetta gli notasse quell'opera, e che fino da quell'ora Carlo d'Angiò si rendesse degno dell'ira divina, che così acerba lo colse nei Vespri Siciliani: se così non fu, io mi dispero sul destino della creatura.

Udiva la famiglia del Re Manfredi i passi accelerati che si dirigevano alla sua volta; udirono toccare le imposte; si nascose Manfredino dietro il manto della madre, gittò un grido Gismonda, sorse la Regina, e Yole le si fece appresso per sostenerla.

«Non bisogna….»—parlò la nobile Elena rimuovendo da sè le braccia della figlia, e si atteggiava in altera sembianza.

Si spalancano le imposte…. «Vergine benedetta! Manfredi!»—Il Re non proferisce motto, corre verso la Regina, si pone la spada tra i denti, e cingendo del braccio diritto la moglie, del manco il figliuolo, li porta fuori della stanza.

Un Cavaliere, avvenente di forma, comechè vestito di ferro da capo a piedi, quel desso che aveva salvato su la piazza la dolorosa dalla rabbia del soldato, si accosta a Yole, e le porge la destra;—si tinge di rossore la modesta, e sdegnosa repugna;—le si avvicina il Cavaliere, e le dice una parola.—Che le ha egli detto? forse l'ha toccata con qualche breve di magia?… non so; ma ella gli si avventa al collo dimentica del verginale decoro, sì come donna innamorata; egli la stringe col manco braccio alla cintura, e levatala da terra se la porta dietro Manfredi. Qualunque fosse la passione che in quel punto agitava Yole, non valse però a vincere in quell'animo gentile la cortesia per la quale andava famosa su tutte le damigelle d'Italia; quindi è che non anche toccava la soglia della stanza, che volse la faccia, e parlò: «Dov'è Gismonda?»

«Eccomi!» rispose la damigella, che tratta da un altro Cavaliere le camminava vicina; «io vi vengo dietro, mia dolce signora.»—Yole le sorrise, e parve contenta.

Scendendo le scale, il Cavaliere che teneva per cimiero la Lupa, scorgendo il Re impacciato nel portare la Regina e il figliuolo, gli favellava: «Monsignore, così non potete durare.»

«O come ho a fare io?»

«Datemi il figlio.»

«Il figlio! tu vuoi il figliuol mio? s'io te lo do, lo riporrai sano e salvo nelle braccia paterne?»