«Gismonda!» con voce altera chiamò la Regina «portatemi la clamide reale, e la corona.»
Le furono portate; se ne ornò le spalle e la testa, dipoi scese dal letto, si compose con bel decoro sopra un sedile, si pose i figli a destra e a sinistra; quindi parlava a Corrado: «Vedete, Cancelliere, quello che a noi rimane sappiamo,—morire da Regina; se noi fossimo Cavaliere, non avremmo dimandato a persona quello che dovremmo operare.»
«Nobile Madonna, non parlate così, chè a me, e ai miei ho provveduto secondo i termini dell'onore: solo sono venuto a ricercarvi, se a voi fosse nota alcuna segreta uscita per mettervi in salvo, e ad avvertirvi che mentre noi difenderemo la porta del palazzo, voi, e i vostri figli, fuggiate dalla rabbia nemica.»
«Noi non conosciamo mezzo alcuno di salute: e quando anche lo conoscessimo, dovrebbe bastare per tutti, o per nessuno.»
«Magnanima! Addio dunque, mia dolce signora: state pur sicura che a voi non verranno i Francesi se non per questa via,» e si toccò il petto. «Piacciavi intanto ch'io possa esser degno di baciare per l'ultima volta la real destra, e assicurarmi della grazia vostra, se mai feci cosa che tornasse in dispiacere alla Vostra Serenità;—del resto rammentatemi nelle vostre orazioni.»
Tolse in collo Manfredino, lo baciò su la fronte, e riponendolo in grembo alla madre, supplicava con devoto fervore: «O Gesù per noi crocifisso, fa che il tuo servo possa salvare questo innocente fanciullo!—Sentite, sentite, l'assalto è già cominciato, bisogna ch'io vada.—Svevia! Svevia, Cavalieri!»—gridò correndo verso la porta, dove arrivato si voltò alla Regina iterando la preghiera: «Raccomandatemi a Dio.»
Durava da un'ora l'assalto; ma quantunque i Baroni pugliesi tenessero il fermo con ammirabile costanza, si vedeva chiaro che non potevano durare più a lungo: quando all'improvviso i colpi nemici cominciarono a farsi più rari, poi a cessare del tutto; anzi sentirono che si sbandavano alla dirotta, e dopo alcuni istanti con incredibile gioia suonare da per tutto: «Viva Manfredi!»
«Aprite al Re!»—urlavano cento voci; e quelli, riconosciuta l'Aquila di argento, schiudevano la porta. Entrava Manfredi accompagnato da pochi cavalieri; i rimanenti si fermavano avanti la porta; si inoltrava palpitante, trascorse la corte, giunse alla scala;—era buio,—nel porre il piede sopra il primo gradino inciampa in un corpo,—sorge un gemito profondo, e un lamentare sommesso, che diceva: «Chi mi calpesta?»—Vengono le torce; Manfredi riconosce nel moribondo il fedele Benincasa:—ferito mortalmente di una freccia nel petto, erasi il leale Barone quivi condotto per morire tranquillo.
«Corrado, mi riconosci?» gli domandò pietoso Manfredi.
«Ah! se vi riconosco?» rispose il moribondo levando le pupille velate «voi perdete un fedele… ed io… muoio contento di aver salvato il vostro sangue….»