«Salva vostra grazia, Messer lo Re, voi sapete meglio che altrui gli affari del Regno non governarsi con le canzoni dei Trovatori, e l'onorato esser chi vince….»
«E che dunque?» interveniva terzo Ghino di Tacco «da che questo ladrone provenzale fu sì veloce a investire il Reame, e si mostra così presto di lingua, e insolentisce fino a mandare il guanto di sfida al figlio dell'Imperatore,» e qui mostrò il guanto che gli aveva consegnato Carlo «saremo noi sì codardi da non rispondere alia chiamata?»
«Da quando in qua, bel Cavaliere,» soggiunse il d'Angalone «dobbiamo combattere quando piace al nemico? forse i duelli hanno altra legge, ma nelle battaglie il tempo utile è sempre il tempo onorato….»
«Voi parlate da quel maestro di guerra che siete,» interruppe il Marchese e Conte di Lancia; «tuttavolta pensate, per i sussidii che abbiamo trovato in Benevento noi superare di già l'esercito di Francia; ponete mente che questa scorreria di Carlo si diffonderà con la fama di una vittoria, e certo sarà sovvenuto dalla Chiesa, assuefatta ad aiutare, allorchè conosce di farlo con certezza di premio; e poi,—io lo dico con l'angoscia dell'anima, ma pure l'esperienza mi costringe a dirlo,—chi sa la dimora quanta gente del Regno, lusingata dalla novità, delusa dalle promesse, e forse anco condotta dal proprio mal talento, può ribellare al nostro Re? questo è un incendio che bisogna arrestare a ogni patto; l'esempio si allarga contagioso: e dove si sparga per le provincia nei avremo guerra esterna, e civile, quando ora l'avremmo soltanto esterna.»
«Machatub Ruby!» esclamò l'Amira «è destinato: se Allah vuole, tu troverai successa l'avventura mentre provvedi a resisterle: se dobbiamo vincere, bastano quelli che abbiamo, se perdere, non bastano quelli che verranno.»
«Io vi dico che le probabilità del vincere non sono mai troppe, e cotesta vostra dottrina non giova all'anima nè al corpo, e poi gli Evangeli la condannano.» Così rispondeva il savio Giordano; e comecchè solo a sostenere la sua opinione, sarebbe co' savii argomenti venuto a capo di svolgere Manfredi, allorchè un suono di trombe gli troncò in bocca le parole. Assorse Manfredi impugnando la spada, assorsero i convocati, gridando: «arme! arme!» Lo stesso Giordano, senza che il suo cervello vi contribuisse per nulla, travolto dalla chiamata guerriera, trovò la sua mano su l'elsa, e la voce «arme» su l'estremo contorno del labbro.
«Ed arme sia!» esaltato di nuovo ardore esclama Manfredi; quindi velocissimo comandava: «Conte d'Angalone, Calvagno, prendete con voi le compagnie dei Tedeschi, e formatene una sola schiera più tosto profonda, che larga su la fronte; sia essa l'avantiguardia, assalti la prima, tenti sforzare le file nemiche, e s'inoltri più e più sempre, senza sbandarsi,—dovesse anche riuscire alle spalle di Carlo:—voi, Conte Lancia, Ghino, co' vostri Toscani, e Lombardi, e tu, Jussuff, con tutti i tuoi Saraceni, comporrete la battaglia, seguirete immediatamente l'avantiguardia, non troppo presso però,—a mezzo tratto di freccia,—vi prevarrete della impressione dei Tedeschi, che reputiamo infallibile; cacciatevi dietro di loro, sbandatevi, scendete, se fa di mestieri, da cavallo, e scompigliate le file;—a voi, Rogiero, affidiamo lo stendardo reale;—noi al capo del ponte co' Pugliesi comanderemo alla riscossa;—andate, provvedete: vi raggiungo all'istante; già non vi conforto a mostrarvi valenti, solo preghiamo la fortuna a favorire la valentia vostra.»
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«Elena, dolcissima donna mia,» favella Manfredi correndo armato di piastra e maglia verso la Regina, e le strinse con la mano aspra di ferro la sua delicata così fortemente, che per assai tempo vi portò la impronta violetta; «Elena—addio! avanti che il sole tramonti io sarò vittorioso, o morto.»—Poi senza attendere risposta si volse ai figli, e gli abbracciò, e li baciò: «Voi sarete felici, spero; se però la fortuna statuisse altramente, sovvengavi in ogni caso voi esser nepoti d'Imperatore, figli del nobile Manfredi; l'unico insegnamento che un Re vinto può dare ai suoi figli per ben condurre la vita è di saper morire; una, voi lo sapete, è la via per cui si viene alla luce, perchè una la cagione del vivere; innumerabili quelle per le quali si fugge, perchè innumerabili le cagioni del morire; se la natura ci aggravò di travagli, ne concesse anche il modo di deporli: non temete la morte; bugiardo è chi l'afferma terribile; più l'uomo le si avvicina, meno gli apparisce repugnante; al punto di abbracciarla, par bella; serbate, miei figli, i vostri giorni contro la persecuzione, contro la miseria, ma non obliate che il cielo ha fatto un asilo contro la infamia—sotterra…» Piangevano tutti; Manfredi gli sogguardò amoroso, e soggiunse: «In questa guisa dunque voi date animo al vostro Re per la vicina battaglia? Conviene accompagnare col pianto un guerriero al pericolo? In verità vi giuro, che avanti che sia molto coteste lacrime bagneranno le gote alla donna del Provenzale…. Ma se il destino…. Oh dove sei, mio fedele Benincasa!
«Mancano fedeli alla vostra sacra persona?» esclamò avanzandosi con passo sicuro il medico del Re, chiamato Giovanni da Procida; «se il mio Re vorrà onorarmi dei suoi comandi, per quanto basta la vita, io giuro adempirli.»