«Cavaliere di ventura, pensi ch'io mi sia aggiunto ai tuoi nemici per vederti trionfare?»

«Nè più gradita, nè più cortese ambasciata potevi farci di questa; abbine in guiderdone questo nostro stocco….»

«Mi basta il mio per ucciderti, Conte;—me lo trasmise mio padre, come a lui lo aveva trasmesso il mio avo: noi Italiani non abbiamo costume di tenere molte spade, perchè non siamo usi a renderle.»

Carlo strinse le ciglia, e interruppe: «Or sia come desideri, bel Cavaliere; solo ti ricerchiamo di un dono, ed è, che tu voglia portare a Manfredi lo Svevo il nostro guanto in segno di sfida per la battaglia di domani, e dirgli da nostra parte che cessi una volta di fuggirne dinanzi: certo, eroe non lo credevamo noi, ma almeno uomo. Quando ci partimmo di Francia conducemmo in nostra compagnia gente di arme, stimando venire al conquisto di Napoli; se potevamo supporre quello che è avvenuto, avremmo condotto damigelli, Trovatori, ed assediato le città con le Corti di amore: che si direbbe in Corte del Re Luigi, se il Conte di Angiò senza un affronto premesse il soglio dei Reali di Napoli? Sono così fatti i discendenti di Federigo? Oh! di grazia, riporta al tuo signore che non c'invidii la fama di una vittoria, che non privi sè stesso di una bella gloria, perchè la più onorata azione della sua vita sarà di morire per le mani di un figlio di Francia.»

Voleva rispondergli Ghino, ma il Conte gli volse le spalle, e si condusse in altra stanza: guardò il guanto che gli era rimasto, vide che appena gli avrebbe coperta la metà della mano, e sorrise; poi tendendo il braccio verso la porta dalla quale era scomparso il Conte, esclamava: «Io terrò per me questo guanto, e ti giuro, Conte, che quando abbiano i tuoi la vittoria, lo che tolga il Barone Messere Santo Ambrogio, tu non godrai del frutto, se il braccio mio, e de' miei compagni, non viene meno alla impresa.»

Si avvicinano i tempi fatali.—Manfredi, alla dimane convocato il consiglio dei suoi, così favellava al Conte Giordano d'Angalone: «Or via, vedete, Giordano, se vero è stato il nostro presagio? Non ve lo dicevamo noi, che da questa tregua non avremmo ricavato altro che la infamia di averla proposta?»

«Messere lo Re, tristo è chi perde; voi per vincere dovevate fare questo; il nemico non si lasciò andare all'amo; provvedasi ch'ei vi sia costretto.»

«Esponete, Giordano.»

«Le medesime cagioni che dovevano rovinare la impresa di Carlo a San Germano la rovineranno a Benevento; prendiamo la lepre col carro; non vi dolga indugiare; soprastando si consuma il nemico; Vostra Serenità s'ingrossa della gente che Corrado di Antiochia tiene in Abruzzo, di quella che i Conti Federigo, di Ventimiglia, e i Capece, ragunano in Calabria e in Sicilia, ed offre eziandio spazio di tempo necessario ai Baroni per condurre le taglie.»

«Conte d'Angalone,» interruppe Manfredi «oggimai le cose non sono più intere come a San Germano; adesso sarebbe danno quello che allora appariva lodevole; l'onore nostro chiede l'ammenda.»