Il Cavaliere senza inchinarsi soggiunse: «Or via, sire Conte, la Serenità di Manfredi I, Re di Sicilia, mio signore, mi manda a voi ambasciatore, affinchè, se vi piace, consentiate una tregua di un mese a patti, e…»

«Quale è il vostro nome, bel Cavaliere?» interruppe Carlo.

«Giordano dei Marchesi di Lancia.»

«Ebbene, bel Marchese di Lancia, tornate presto, e riferite al Soldano di Lucera, che noi non vogliamo con lui nè tregua nè pace, e che noi tra poche ore metteremo lui nell'Inferno, od egli metterà noi in Paradiso.»

Così favellava Carlo, insolente per arte e per natura, Un Cavaliere del séguito di Giordano, il quale teneva lo scudo traverso del petto a bello studio, affinchè meglio si vedesse, e su lo scudo mostrava il fulmine, che, cadente dalle nuvole, abbatteva una torre, col motto da man celuta scende; il nostro Ghino insomma, il quale si era fatto aggiungere all'ambasciata, e per disprezzo, od anche per iattanza (imperciocchè questa sia il pelo vano della bravura, come il timore della prudenza), portava quella insegna, onde i Cavalieri francesi riconoscessero in lui il vincitore del torneamento di Roma, mal comportando il superbo parlare esclamava: «Sire Conte, da quel valente uomo che siete, accettate la tregua, che in verità io vi giuro sarà per voi tanta vita trovata.»

«Che cosa favella quel membruto, che, se mal non vediamo, ci pare il vincitore del torneo di Roma?» domandò Carlo ad alcuni suoi Baroni.

«Egli brava, e minaccia….»

«Egli brava!»

«O sire Conte,» aggiunge Ghino «da quel valente uomo che siete, accettate la tregua, perchè non sempre troverete traditori che vi lascino il passo, non sempre i Saraceni che abbandonino il posto, nè Benevento,…»

«Bel Cavaliere,» favellò Carlo facendosi presso a Ghino «tu dunque ci prometti una battaglia prima di entrare in Benevento?»