¹ J'irai demander la soupe à ces braves: quiconque a reçu le baptême de feu est de ma religion. (Parole di Napoleone.)

² Parole di Napoleone nel lasciare il Bellerofonte.

³ Description de l'Ile Sainte-Hélène.

* To die a prince—or live a slave—Thy choice is most ignobly brave! (Byron's Ode to Napoleon Bonaparte.)

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Bello è il riposo della vittoria, più bello il mattino salutato dal cupido pensiero dell'acquisto. Il destinato Carlo appena vede diradarsi le tenebre, chiamati gli scudieri, si fa allacciare la più grave armatura; mille volte li rimprovera della lentezza loro, ed egli con la sua impazienza dà cagione alla dimora; alla fine esce armato; lo antiguardo lo aspettava su la piazza in punto di mettersi in cammino; accolto con iterati applausi, risponde modesto: «Non abbiamo anche vinto.»

Gli ordini sono trasmessi, il muoversi cominciato: Carlo perseguita il suo emulo con la cupidigia del falco pellegrino, che ben egli sapeva, spesso la fortuna cangiarsi per un'ora d'accidia,—e i suoi invincibili su quei primi bollori;—non prese la strada di Capua, come troppo lunga; se ne andò a Venafro, dove, conoscendo che i fatti incomportabili commessi a San Germano gli alienavano i Napolitani, ed anche con istanti rimostranze ammonito dal Legato apostolico, volle riparare al fallo: accolse pertanto con lieta fronte i Sindaci della città, e li rimandò con parole amorevoli;—andassero,—impose loro,—e dicessero ai cittadini, lui essere venuto per ristorare la religione, e per vendicarli:—poi si condusse a visitare le ossa di Santo Nicandro martire, dalle quali ogni anno scaturisce un chiarissimo liquore chiamato manna;—veramente quando egli le visitò, il tempo del miracolo era scorso; nondimeno, tanto seppe il Conte di Provenza pregare il Legato Pignattelli, e il Pignattelli i Monaci, e i Monaci il Santo, ch'ei fu contento per quella volta di rinnuovarlo fuori di stagione. Non è da dirsi se la gente ne levasse rumore: rammentava, Manfredi mai aver visitato quelle sante ossa, mai per lui avere rinnuovato il prodigio; essere Carlo vero Cristiano, verace campione della Chiesa,—Manfredi eretico, non volere più oltre sopportare il dominio di un reprobo, di uno scomunicato. Lo Arcivescovo di Cosenza levava l'interdetto, e profondeva a piena mano i tesori delle indulgenze; le campane suonavano a gloria; i preti chiamavano il nuovo signore—braccio di Giuda;—i cittadini,—invitto e cortese;—pochi più prudenti tacevano, e aspettavano.—Il breve soggiorno che fece a Venafro sanò la sinistra impressione derivata da San Germano, assicurò i dubbiosi, confermò i parteggianti: abbandonava questa città accompagnato dai voti della gente, e costeggiava il fiume Volturno verso la foce per valicarlo con maggiore sicurezza, perchè sebbene egli s'ingrossi quanto meglio va accostandosi al mare, nondimeno scorre sempre meno rapido che sopra Venafro, a cagione che quivi sboccano quasi istantanei i fiumi Cavaliere, e della Lorda. Tentato il luogo più agevole a guadarsi, già erano passate alcune compagnie, quando Carlo osservò per la campagna una brigata, che faceva sembianza di piegare alla sua volta; soprastette dubbioso di ciò che fosse per recare; allorchè fu vicina, dalle vesti e dalle insegne conobbe essere ambasciatori: venivano deputati a rendere omaggio al Signore da Rocca d'Arce, Rocca d'Evandro, Rocca Guglielma, Rocca Monfina. Castel Forte, e da molte altre terre, parte spontanei, parte istigati dal Conte Rinaldo. Furono i ben venuti: Carlo li confortò a rimanersi fedeli; aggiunse non volere introdurre presidii entro le rôcche per non mostrare di aver sospetta la fede loro;—in sostanza, perchè non voleva diminuire l'esercito, e divisava di assaltare grosso il nemico, conoscendo che nella condizione in cui si erano ridotti gli eventi, la somma delle cose pendeva dallo esito di una battaglia;—poi gli accomiatò pieni, egli di carezze, e il Legato d'indulgenze. Traghettato il Volturno, si cacciava a gran corso per la via che s'inoltra alle falde dei monti del Matese, tanto che al declinare del giorno giunse ad Alife. Anche questa città gli schiuse le porte; e se meno era severo, lo portavano i cittadini per le vie quasi in trionfo: Carlo represse il moto, ed essi si contentarono di urlare tanto alto, da soffocare la voce della coscienza che li chiamava traditori. Se però v'è ragione che scusi il tradimento, gli Alifesi l'avevano. Essi serbavano in mente l'ingiuria di Federigo II, che per mezzo del Conte di Celano distrusse col ferro e col fuoco quella loro patria infelice: ben lo supplicavano i mal condotti di perdono, lo Imperatore fu inesorabile; egli morendo lasciò agli Alifesi un legato di vendetta, ed essi lo fecero pagare al suo figliuolo: certo, turpe il misfatto, turpissima la vendetta; ma dalla colpa nasce la colpa, e la infamia si perpetua nel mondo.—Talese non resse meglio di Alite: un'antica memoria raccontava che i ruderi di una città, che si vedevano circa un miglio distanti da questa terra, fossero un'altra Talese, rovinata dai Saraceni; e però i Talesi gli odiavano, e per cagione loro anche Manfredi avrebbero desiderato morto; tuttavolta, al primo apparire dei soldati di Carlo chiusero le porte, e mostrarono far testa. Si apparecchiavano i Provenzali all'assalto, quando l'Arcivescovo di Cosenza, parato degli abiti pontificali, si condusse sotto le mura, ed intimò i cittadini ad aprire; se resistessero, mal per loro; aspettassero, e tra breve, condegno castigo in questa vita, e nell'altra. Talese venne in potere di Carlo al modo stesso che Gerico in mano dei Giudei, se non che in Talese non caddero le mura. Carlo non prese altra vendetta di quell'ombra di resistenza che di poco onorarla del suo aspetto; andò oltre, e diresse il suo cammino a Santa Agata dei Goti: non già ch'ei sperasse averla come l'ebbe, ma perchè, se la battaglia doveva definirsi nella pianura di Benevento, bisognava che se ne assicurasse, come quella che troppo da presso minacciava alle spalle. Il destino gli concedeva più del desiderio; e sì che di propria natura il desiderio suole essere intemperante. Lontano due miglia da Santa Agata occorse in una solenne ambasceria, che gli consegnava le chiavi della terra, e con umili preghiere gliela raccomandava. Rispose, l'avrebbe come figliuola. Tanto inaspettata prosperità commoveva così il cuore di Carlo, comecchè di salda tempera, che a mala pena facesse distinguergli quali parole adoprasse: entrò giubbilante in Santa Agata, e fu visto, mentre passava la porta, curvarsi dall'arcione, e baciarne lo stipite. Romani e Francesi, in quel più tosto viaggio che conquisto dicevano apparire chiara la mano della Provvidenza; Carlo stesso cominciava a persuadersene: quell'essere destinato pare a tutti un bel che, e seduce le menti più forti. Senza prendere riposo, armato come era, si condusse alla Chiesa che serba le sacre reliquie di Santo Menna il Solitario, e rese grazie all'Altissimo; nell'uscire del tempio incontrò un capitano che aveva lasciato alla porta, il quale gli si accostò affannoso, come chi si è travagliato nel correre, e gli disse: «Messer lo re, gente con l'insegna bianca è venuta alla porta; dovrò introdurla dentro io? Ella demanda parlarvi.»

«Sì, introducetela tosto, sire La-Croix; non aspetti l'amico alla porta dell'amico; ci troverete al palazzo dei Sindaci.»

Carlo per questa volta s'ingannava; non erano amici coloro ch'egli accolse nella sala del palazzo della città con maniere semplici e dimesse, affinchè prendessero buona opinione di lui; per questa volta seminò su la sabbia; non ne rimasero punto edificati; anzi un Cavaliere, che pareva il principale dell'ambasciata, con soldatesca ruvidezza gli domandò: «Siete voi Carlo Conte di Provenza?»

L'alterezza del Conte rimase trafitta da così aspra interrogazione, onde, riassumendo quel superbo contegno che gli era naturale, rispose: «Siamo.»