«Conte di Caserta,» dopo alcun tempo disse il Conte di Cerra accostandosi all'uscio della camera; «ditemi di grazia: che cosa farete ai vostri nemici, se tale vi comportate con gli amici e fedeli servitori vostri?»
«Anselmo,» rispose il Conte di Caserta, «vi ho detto io forse che dileggiate la mia miseria, e scherniate il mio dolore, e mi suscitiate nell'anima un'ira più profonda dei miei rimorsi? Doletevi con voi stesso, perocchè conoscete quali passioni imperversino qua dentro:… Da lungo tempo ardono…. ma il cuore; non è peranco tutto cenere….»
«Prendetevela con la natura, Conte di Caserta, che mi ordinò in modo da ridere, dove altri piange. Ma parvi questa cosa da piangere, vedervi tutte le notti tormentarvi innanzi un teschio inanimato, che non può sentire le vostre bestemmie, o le vostre preghiere: nè può maledirvi, nè perdonarvi? Io ve lo ho già detto le mille volte, e vel ripeto adesso: voi ne perderete l'intelletto.»
«E conservarlo giova? E perderlo nuoce? Il rimorso vive con lui; e perduto, gli sopravvive. Un giorno l'aveva intero, capace di tutto comprendere, nè fui meno sventurato; ora io l'ho più che a mezzo perduto, nè mi sento più felice per questo.»
«Ma via, concedete una volta che io vi tolga dagli occhi quell'ossame, che di giorno in giorno vi diminuisce la ragione.—Pensate alfine, che fu capo di donna che tradì il letto maritale, e portò nel suo seno….»
«Taci per l'amore che hai per la vita…. taci…. Il tuo ufficio contro questa creatura terminò col colpo che le tolse la vita. Io ti ho comandato essere il suo assassino, non già il suo detrattore.—Basta. Io l'ho punita come colpevole, ora amo fingermela innocente.»
«Allorchè da giovanetto studiava le leggi nella Università di Federigo, intesi, Conte, che chi vuole il più deve necessariamente volere anche il meno. Mi deste il diritto di ricercare nelle sue viscere,—e vorrete negarmi adesso quello di ricercare nella sua fama?»
Il Conte di Caserta si accostò alla parete accennando cadere; lo sostenne subito il Conte di Cerra che aggiunse:
«Oh! di ciò dunque non si faccia più parola. Messere, se alcuna cosa può in voi la preghiera di un fedele servitore vostro, abbandonate questi luoghi spaventosi, date alla terra quello che appartiene alla terra,—le reliquie dei morti. Voi sapete se adesso sia più che mai necessario star vigilanti, e avere il senno ben retto…. In questo modo operando, i vostri disegni di vendetta contro colui, temo forte non vadano a finire col diventare voi stesso folle.»
«Ah!—Molto vi preme la mia vendetta? Molto la conservazione del mio intelletto? Gran mercè!… Gran mercè! Cerra, io ve l'ho detto più volte, siete sottile, e frodolento, quanto lo spirito del male; pure gli accorgimenti vostri tornano inutili con me: io da gran tempo vi conosco; deponete la lusinga d'ingannarmi; non vi date studio di parlare con tant'arte. Voi temete che io perda il senno,—e lo temete per me? Lo splendore di vostra casa era decaduto, e i tempi presenti non concedevano sollevarsi con pubbliche o con private virtù.—-Voi non pertanto la riponeste nell'antico splendore.—Io vi ho fatto Gran Camerlingo del Regno, e ricco, e potente;—tristo eravate già troppo per non osare incolparmi sfacciatamente delle vostre scelleraggini. Voi temete ch'io perda il senno,—e lo temete per me?—E nessuna cura vi stringe, che io nella piena dell'affanno sveli con un solo detto tal cosa, per la quale le nostre teste cadrebbero sotto la scure del carnefice? E nessuna, ch'io, divenuto soggetto di compassione e di riso, non abbia più facoltà di disporre in favor vostro di quei beni, che adesso non posso più lasciare al mio figlio, perchè voi gli avete portato la morte fin colà dentro dove la natura ha posto il luogo acconcio all'opera della vita?