«Conte, che vi giova affannarvi a conoscere il cuore dell'uomo? Forse i vostri dubbii sono veri, forse anche falsi.—È prudenza questa, logorare la ragione e il tempo in tale arte, della quale il dubbio è il frutto meno amaro? Dio non volle darsi a conoscere agli uomini, e si avvolse col mantello dei cieli profondi. Volete voi penetrare i cieli, e investigare i pensieri di Dio? e, volendolo, lo potrete?¹ La natura non ha voluto che il cuore nostro fosse manifesto, e lo ha avvolto dentro un viluppo di ossa e di carne. Qualunque più temerario pensiero della vostra anima immortale potrà mai, Conte di Caserta, trapassare questo riparo di creta? Contentatevi dunque delle opere, e non vi curate dei sentimenti. Tutto questo discorso io ho voluto tenervi, onde non già abbiate di me migliore opinione, ma perchè voi l'abbiate minore di voi quando saprete che il vostro figliuolo vive.»
¹ Forsitan vestigia Dei comprehendes?…. Excelsior est coelo: et quid facies profundior inferno; et unde agnosces?
Il Conte di Caserta divenne pallido come la morte, vacillò, e stette lungo tempo pensoso; poi si fece a lenti passi verso il Cerra, lo prese pel braccio con la sinistra, e con la destra gli fece tale atto, che la favella, quel nobile attributo che distingue l'uomo da ogni altro animale, sembrò quasi sdegnosa di profferire. Il Conte di Cerra, per quanto visibilmente si sforzasse, non potè di tanto reprimere quel suo riso, che due o tre volte non gl'increspasse la faccia; nondimeno si contenne, e parlò:
«E che, Caserta?—Tremate voi così presto essere ridivenuto padre? Non avete voi detto ch'egli è figlio vostro? Or dite, via, che io l'ho spento nelle viscere materne, e che la ingordigia di acquistare conduce i moti dell'anima mia! Presuntuoso che siete, rinunciate alla conoscenza del cuore umano!»
«Egli vive! Tu lo hai detto…. dunque tu mi hai tradito? Va, Anselmo, va per l'amore di Dio, uccidilo avanti che la notte sparisca…. prevaliti di queste ore di notte che avanzano…. egli…. egli è un monumento di peccato…. egli non è mio figlio…. non è mio figlio…. bisogna che muora.»
«Bisogna che viva, Conte di Caserta.»
«Da quando in qua ricusa Anselmo di fare il sicario? Lo conoscerò, lo ucciderò io stesso in questa medesima notte.»—E così dicendo si precipitava verso la porta: gli si parò davanti il Conte di Cerra, e gli disse ad alta voce: «Importa che voi mi ascoltiate.»
Qui cominciava tra loro un velocissimo conversare in tanto basse parole, che appena gli avrebbono potuti sentire alla distanza di quattro o sei passi; ma frequenti e feroci erano i gesti, terribili i volti, romorosi i giuramenti. Alfine parve tutto convenuto tra loro; allora il Conte di Cerra, giubbilando, con quella sua orribile contorsione di volto, domandò: «Messere, che parvene di questo mio ritrovato?»
«E' parmi cosa» rispose il Caserta «che l'età presenti e le future malediranno,—cosa che il narratore dei casi antichi schiverà riporre nella sua cronaca come troppo favolosa;—cosa in somma che lo stesso Lucifero non avrebbe potuto immaginare maggiore nella sua stessa potenza del male. Il tradimento, e il parricidio, commesso per amore di vendicare il padre, era un pensiero degno di meditarlo il Cerra.»
«E di ascoltarlo il Caserta.»