Per quanta diligenza poi io vi abbia posta, non sono mai giunto a capo di soddisfare la mia curiosità intorno l'Amira Jussuff: egli è possibile che sia morto in battaglia; possibile ancora che abbia avuto il destro di riparare nell'Affrica; non pertanto io non accerto dell'uno nè dell'altro, e lascio alla coscienza del lettore di credere qual più gli torna dei due.

Suonò lunghissimo tempo pel Regno spaventosa la fama della morte di Rinaldo d'Aquino; l'età l'assorbiva nella dimenticanza; adesso, come vuole fortuna, viene per me richiamata alla memoria degli uomini. Invitato a Corte dal Conte di Provenza, ricusava; e Carlo, a cui non parve vero godere del benefizio senza pagare mercede, lasciò volentieri che si ritirasse a vivere separato dal mondo. Rinaldo nella solitudine del suo castello meditando incessante i commessi delitti, e la vendetta, travagliato dall'aspide del rimorso, non parendogli che dalla morte avvenuta di Manfredi gliene derivasse quel conforto che ne sperava prima che avvenisse, vegliando le notti errante per le sale del vuoto palazzo, sussurrante nella febbre del dolore orribili imprecazioni, timoroso della luce del sole, come dell'aspetto di un nemico, aborrente ogni umana sembianza, osava un giorno gettare uno sguardo dentro l'anima sua, e maravigliava come la sopportasse più oltre albergatrice del corpo;—statuì morire. Scese verso sera nel cortile; e ragunata la famiglia, con molti presenti l'accomiatava, protestando volersi rendere a vita diversa; intese la famiglia avesse fatto proponimento di entrare in qualche chiostro, e molto lo commendava: egli era stato per lei signore cortese, gli si prostrò davanti, e pianse menando doloroso rammarichío; forse in quel punto la toccò la perdita del guadagno,—forse era pietà sincera;—basta,—quel che fu vero fu il pianto; voleva la benedicesse, con iterata istanza lo supplicava pregasse per lei. Rinaldo l'ascoltava come uomo smemorato; rinvenne all'improvviso, e riassumendo la baronale fierezza ordinava, si levasse, e partisse.—Tacito tacito andava ognuno alla sua cameretta a meditarvi disegni, onde provvedere agli anni che gli rimanevano a vivere. Alla dimane uno scudiero, al quale il nuovo comando non aveva potuto fare obbliare le antiche costumanze, non vedendo comparire il Conte all'ora consueta, andò pianamente alla sua camera, e porse l'orecchio in ascolto;—non intendeva nulla:—appressò l'occhio al foro del serrame: e mirava il suo signore appeso per la gola; leva un altissimo grido il servo fedele, e raddoppiate le forze per la intensità dello affanno, spinge l'usciale per modo, che scassinato lo getta in mezzo della stanza. Il Conte Rinaldo aveva sovrapposto uno sgabello al letto, dipoi appiccato il capestro al trave, adattatoselo intorno al collo, e dato di un calcio allo sgabello era rimasto sospeso. Stava sul capezzale uno scrignetto aperto,—il teschio di Madonna Spina era il tesoro che conteneva.—Ben egli mostrava livido il sembiante, gli occhi sporgenti dal ciglio, la bocca torta; tuttavia non sembrava anche defunto. Il servo, cavato il coltello, con gran lamento correva verso Rinaldo per tagliare il laccio: il mastino del Caserta cacciato sotto del letto, avvisando che il servo volesse fare qualche mal tratto al padrone, gli si avventa rabbioso, e l'afferra alla strozza; schermivasi il servo come meglio poteva, e a gran voce chiamava aiuto; tanto chiamò, che alla fine fu inteso da alquanti dei suoi compagni: accorsero, legarono il cane; e tolto il laccio al Caserta, lo deposero sul letto.—Deplorabile caso! la lingua nera gli si insinuava tra i denti che la mordevano; gli gocciava giù dalle narici e dalla bocca una bava sanguinolenta; le dita livide, e contratte, il collo lacerato, il corpo rigido:—lo scinsero: taluno gli accostò ai labbri la lama del pugnale per tentare se l'appannasse col fiato, tal altro empiendo una coppa gliela sovrammise al ventre, affermando, secondo l'errore del tempo, che se il polmone respirasse, l'avrebbe agitata. Tornati vani cotesti esperimenti, cominciarono a vellicarlo nelle parti più delicate del corpo, poi a inciderlo, a scottarlo,—e' fu l'opera gittata;—forse se il servo avesse súbito reciso il capestro, è da credersi che lo avrebbe salvato; il tempo che lo rattenne il mastino conchiuse per certo la vita allo infelice Caserta. Se caso fu quello che punì Rinaldo del tradimento commesso contro Manfredi con la fedeltà del suo cane, bisogna dire che il caso talora è più sapiente della giustizia: se poi destino dei cieli, che stranamente bizzarra era la pena.—Angiolo di Costanzo nella Storia del Regno, desiderando purgare la fama del Conte Rinaldo, racconta, ch'essendo stato avvisato da certo suo fante come il Re si fosse giaciuto con la Contessa, volendo procedere da Cavaliere, e seconda i termini dell'onore, mandasse segretamente, senza palesare il suo nome, a Roma, dove sapeva che appresso Re Carlo era il fiore dei Cavalieri di quel secolo, un suo famigliare, il quale propose avanti il collegio di quei Cavalieri, se fosse lecito al vassallo in tal caso insorgere contro il suo Re, e mancargli di fede: il che, come penseranno i lettori, fu deciso dai cavalieri, e letterati che venivano presso Re Carlo, non solo potersi, anzi doversi fare. Io per me nato popolano non conosco come il Cavaliere proceda, nè in che faccia consistere i termini dell'onore, ma penso che tradimento sia pur sempre tradimento; nefanda cosa mancare di fede a colui al quale si aveva in prima giurata: se male fece Manfredi, peggio aver fatto il Caserta; la scelleranza altrui non diminuire la propria, non compensarsi le infamie; che se ad ogni modo voleva vendicarsi Rinaldo, si vendicasse contro l'offensore però, non contro i popoli, nè col chiamare lo straniero ad opprimere la patria;—devono il pugnale, e il veleno, meno biasimevoli reputarsi di questa turpe vendetta.

Giovanni da Procida riserbato a vendicare la famiglia di Manfredi, non giungeva a salvarla. Riparato in Lucera, mandava alla marina per trovare galea o saettia, che valesse a trasferirla in Catalogna: i messi caduti nelle mani del nemico perivano. Lucera, stretta d'assedio, ferocemente si difendeva: certo non si sa in che cosa sperasse; mancavano i cibi, ed il presidio ogni giorno si assottigliava; ma il Procida protestava non entrerebbe Carlo nella terra finchè vi fosse anima viva: tentato a tradire, gettava di propria mano il vergognoso ambasciadore dalle mura della città; ciò che uomo può operare, aveva operato; sul cammino della fame si approssimava la morte. Sia che il lungo assedio infastidisse Re Carlo, sia che diffidasse vincere con forze di tanto soverchianti, ricorreva alle frodi: proponeva al Procida cedesse la terra, dacchè il resistere tornava in vano; avrebbe egli investito Manfredino del Principato di Taranto, e delle altre possessioni lasciate per testamento dell'Imperatore Federigo a suo padre Manfredi; nessuno ligio omaggio, nessuna cessione su la corona di Napoli esigerebbe; per sicurezza dei patti impegnava la parola di Re: ammirare poi la rara fedeltà del Procida, che di così generosa resistenza tutelava la causa del suo signore, volerla ricompensare ad ogni modo; bella virtù essere la fede, nè meno lodevole, perchè avversa ai proprii disegni; lo terrebbe pel più fidato amico, sì come lo aveva avuto pel più generoso nemico.—Il Procida non voleva cedere, sospettoso della lusinga; ve lo costrinsero gli assediati. Carlo angioino serbava la promessa a Manfredino svevo nel modo stesso che Enrico svevo la serbava a Guglielmo normanno: così in quei tempi remoti si assomigliavano i Re nella fede!—Elena, Yole, Manfredino, e il Procida, rinchiusi nel Castello dell'Uovo con nuovo esempio attentarono, non doversi i vinti affidare che alla fossa; potè non pertanto il Procida ingannare le guardie, e calarsi dalla torre e fuggire: assunta per cagione di vita la vendetta di Manfredi, così si adoperò in Arragona presso Re Pietro, così in Costantinopoli presso l'Imperatore Paleologo; tanto commosse i suoi compatriotti, cui egli con incredibile ardire andò a trovare in Sicilia; tanto Papa Niccolò degli Orsini, nella Corte del quale si conduceva vestito da Frate, che dopo tre anni di viaggi continui, d'impedimenti, e di pericoli, ribellò la Sicilia al Re Carlo, vi restituì Gostanza figlia di Manfredi, e, tranne un solo, spense quanti Francesi dimoravano nell'isola:—maravigliosa storia, che, dove di alcuno sguardo benigno mi fosse cortese la fortuna, non ischiverei fatica per aggiungere a questa.—Elena, e i figli, non comparvero mai più alla luce; quanto vivessero, come morissero, è un mistero di delitto. Corso un tempo il racconto come nella notte d'Ognissanti, dopo che la campana aveva suonata a mattutino, s'intendesse un grido nella torre occidentale del Castello dell'Uovo, e di lì a poco un'anima scettrata, radendo velocissima per li spaldi senza mutare i passi, si dirigesse alla cappella; non osavano le scolte aspettarla ferme al loro posto, fuggivano tutte a quell'ora a ricovrarsi entro i quartieri: una volta certo soldato guascone, incitato dai compagni e dal vino, osò tener dietro all'anima, ed entrare nella cappella con lei; alla mattina fu trovato steso senza sentimento sul terreno: e richiamato alla vita narrava, come l'anima scettrata genuflessa innanzi l'altare aveva percosso una lapida, e dall'avello scoperchiato erano assorte due altre anime, una di fanciulla, l'altra di garzone, le quali, gittandosi al collo della prima, l'avevano abbracciata, come si suol fare tra cari parenti ed amici; che poi si erano messe a pregare fervorosamente innanzi la immagine di Nostra Donna: la immagine supplicata, volgendosi al figliuoletto che teneva in braccio, gli aveva favellato:—Compiaci, dolcissimo figlio, alle dolorose;—al che nulla rispondendo il figliuolo, la Vergine levatasi in piedi lo poneva sopra l'altare, e gittandosegli davanti a misericordia lo scongiurava di nuovo:—Compiaci, dolcissimo figlio, alle dolorose:—al quale prego, il sacrato fanciullo, raccolto nella palma alquanta di sangue che grondava dal seno dell'anima scettrata, aveva scritto diverse parole su la mensa: allora le lampade si erano spente, un terremoto aveva scosso la cappella, ed egli erasi sentito stramazzare per terra. Accorsero all'altare e di fresco sangue vi trovarono scritto Vendetta;—lo rimossero, ma gli anni susseguenti pel dì dei Morti ve lo rivedevano più vermiglio di prima, nè cessò mai di comparire fino alla strage dei Vespri Siciliani. Colui che può tutto, poteva anche produrre il mentovato miracolo; tuttavia stimo si debba attribuire alla superstizione, la quale però dimostra quanto fosse il concetto mal talento dei popoli, i quali si persuadevano che il Cielo fosse collegato con loro per procurare la vendetta.

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Quale è la morale di questo libro? La scempiezza, che parla come l'ebbro cammina, già si appresta a maledire:—maledica.—Se gl'intelletti usi a speculare addentro la ragione delle cose conosceranno per questa storia sì come nasca dal misfatto la vendetta, e con interminabile vicenda dalla vendetta il misfatto; come, allorchè la virtù non ha più vaghezza che piaccia, nessuno argomento per contenere l'uomo da mal fare—il meglio che avanzi è spaventarlo con gli effetti stessi del male, frenarlo insomma col terrore, dacchè con l'amore non possiamo: se conosceranno, dico, sì fatte verità, non dubito la morale del libro non sia per comparire oltre quella che io aveva meditato instillarvi.

Quale è il merito dell'opera?—Secondo il lettore.

Costume degli antichi e dei moderni scrittori fu preporre alle proprie opere una prefazione dottamente noiosa, nella quale protestano tenere per gradite quelle critiche che saranno ragionate: accidioso per indole, e per sistema, io do licenza a chiunque scrivere e parlarne delle stolte. Ma se il cieco maligno, che scongiura morta la luce perchè i suoi occhi non ne bevono il raggio,—ma se il giornalista, che dietro la trinciera di una lettera dell'alfabeto attende a scoccare le frecce del vituperio dalla corda di pelo di volpe, pensassero al mio spirito contristato dal bisogno di andare limosinando i volumi dai quali ricavare con istudio incredibile le notizie per ordire le storie, se al nuovo stile, se al nuovo soggetto, al paese nel quale mi sbalestrò la fortuna,—nè aggiungo parola per carità di patria,—il biasimo non oserebbe nemmeno sussurrare nel segreto delle menti, e ammirerebbero la costanza…. pure l'ho detto,—io concedo a cui piace, favellare stolto a suo senno.

Intanto, lettore, addio:—meditando su questa parola mi sembra non solo che suoni lamentevole per le sensazioni che suscita, ma ed anche per un mesto accozzo delle lettere:-addio;—se lo sconforto che sento nel dartelo, tu lo sentissi per metà nel riceverlo,—oh! il premio avrebbe sorpassato la speranza.

FINE.

INDICE.