«E bene, io muoio… e ti perdono…»
«Io vivo, e ti detesto.»
Allora Manfredi cadde riverso, nè andò molto che prese a singhiozzare forte, e ad esclamare tra i singulti: «Non favellarmi mite… oh! non mi ti mostrare placido… dimmi parricida… straziami con la rampogna degli occhi, padre mio. Che fai? perchè mi asciughi la fronte, Corrado? il lino è diventato vermiglio… vi stava sopra del sangue rappreso… è tuo… Oh! egli mi bacia dove stava il suo sangue… benedetto dal Signore… il regno dei cieli… piangerò milioni di secoli… così dolce chiama il sepolcro? lo spirito mio… la gioia della luce… mi raccomando.»
Il Conte di Caserta intento, chino sul volto di Manfredi, per notare i sospiri, l'agitarsi dei muscoli, le più leggiere contorsioni dei labbri,—allorchè lo vide spirato, si levò impetuoso, e gittata la lanterna si dette a correre a precipizio pel campo di battaglia: spesso su qualche cadavere stramazzava, spesso inciampando nelle armi sparse si feriva; pareva non sentisse più nulla; strette le mascelle, le pugna tese, digrignava tra i denti atroci bestemmie, di tratto in tratto si pestava su per la bocca, e per le guance, ed ululava: «Egli è morto,—e non si è disperato.»
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Qui ha fine la Cronaca nostra; se non che correndo tra i Novellieri la usanza di accompagnare i propri eroi all'altare, o al sepolcro, egli è mestieri che non potendo io avviarli al primo, gli segua al secondo. E primamente favellando di Carlo d'Angiò Conte di Provenza, trovo nelle Storie, come dopo la giornata di Benevento senz'altro contrasto il Regno di qua dal Faro occupasse, nè con minore fortuna l'isola di Sicilia vincesse: in qual modo ei reggeva, perchè la sua potenza nell'universa Italia a declinare cominciava, come finiva, già non racconterò io, che forse potrebbe prestare soggetto a cui volesse continuare la storia fino alla celebre rivoluzione dei Vespri Siciliani; solo volgarizzando con la fedeltà che posso maggiore uno squarcio di Niccolò Jamsilla cronista vivente in quei tempi, mostrerò ai lettori quanto stoltamente si affidassero i Baroni del Regno nella fede francese: soffrirono insolite gravezze, sotto lo incomportabile peso della tirannide straniera curvarono, ebbero lo scherno per giunta; osservino gl'Italiani lo esempio, e facciano senno, se possono. «O Re Manfredi!» esclama lo Jamsilla «in fondo di tutta speranza, adesso quale tu fosti conosciamo, e dolorosi deploriamo. Te, lusingati dalla speranza del presente dominio, lupo rapace tra i quieti agnelli reputammo; e mentre larghezza di premii in guiderdone della slealtà nostra ansiosi attendevamo, te, troppo tardi, mansueto agnello conoscemmo. Ora che con l'asprezza del nuovo impero lo paragoniamo, la soavità del tuo ci è manifesta. Sovente menavamo querele perchè i nostri piivilegii in parte di potenza della tua Maestà si convertissero; adesso i beni in prima, poi le persone, siamo costretti ad offrire in preda del rigido straniero.»
Di Manfredi io non voglio esporre il miserabile fine con parole diverse da quelle che adopera il Cronista Villani, di tanto più veritiere, in quanto che essendo egli di parte guelfa ripone ogni suo studio in abbellire le generose opere di Carlo, e in onestare le triste: «Più di tre dì si cercò il corpo di Manfredi, nè si trovava; e non si sapea se fosse morto, o preso, o scampato, perchè non aveva portato armi reali in battaglia. Alla fine uno ribaldo di sua gente lo conobbe per più insegne di sua persona nel mezzo del campo, ove fu l'aspra battaglia. Trovatolo il detto ribaldo, il pose a traverso di un suo asino, e venía gridando: chi accatta Manfredi? Allora uno Barone del Re Carlo lo batteo forte di un bastone, e il corpo di Manfredi portò innanzi al Re, il quale, veggendolo, chiamati tutti i Baroni ch'erano presi, e domandatigli ciascuno, s'era il corpo del Re Manfredi, tutti temorosamente dissono di sì. Ma quando venne il Conte Giordano Lancia sì si diè delle mani nel volto piangendo, e gridando: _Oimè! signor mio, che è quel ch'io veggio! signor buono, signor savio, chi ti ha così crudelmente tolto di vita! Vaso di filosofia, ornamento della milizia, gloria dei Regi, perchè mi è negato un coltello ch'io mi potessi uccidere per accompagnarti nella morte?_¹ Onde fu molto commendato dai Baroni franceschi.» (E Carlo pure assai lo commendava, ma non si rattenne per questo dal farlo vilmente morire nelle carceri di Provenza.) «Fu lo Re Carlo per alquanti Baroni pregato che gli facesse fare onore alla sepoltura. Rispose lo Re: le fairois-je volontiers, si lui ne fùt excommunié. Ma perchè era scomunicato, non volle lo Re Carlo che fosse recato in luogo sacro; ma a piè del ponte di Benevento fu seppellito, e sopra la sua fossa per ciascuno dell'oste fu gittata una pietra, onde vi si fece uno grande monte di sassi.» Fin qui il Villani. Cantando la dolente vicenda, il divino Alighieri aggiunge averlo l'Arcivescovo di Cosenza Bartolommeo Pignattelli, per comandamento di Papa Clemente, fatto estrarre di sotto quel tumulo, e gittare allo scoperto fuori del Regno su le rive del fiume Verde, oggidì conosciuto col nome di Marino, il quale scorre presso Ascoli!…
¹ Le parole contrassegnate sono dello Jamsilla, volte in italiano dal Giannone.
«Se il Pastor di Cosenza, che alla caccia
»di me fu messo per Clemente, allora
»Avesse in Dio ben letta questa faccia,
»L'ossa del corpo mio sarieno ancora
»In co' del ponte presso a Benevento,
»Sotto la guardia della grave mora.
»Or le bagna la pioggia e move il vento
»Di fuor dal Regno, quasi lungo il Verde,
»Ove le trasmutò a lume spento.»
Ghino di Tacco, quantunque ferito a morte, fu trasportato dai suoi fedeli in luogo sicuro, i quali tanto s'ingegnarono, ch'ebbero due medici riputatissimi, e nelle mani loro l'affidarono, perchè ogni accorgimento dell'arte adoperassero per sanarlo. Visitatolo da capo a piedi, l'uno avvisò che avesse piagato il polmone, l'altro lo contese, ragionarono una intera notte senza ragione: alla mattina, non vedendosi persuasi, misero mano alle daghe per convincersi meglio: poco mancò che per sanare un ferito due non si uccidessero. S'interponevano i masnadieri infastiditi dal disonesto oltraggiarsi, ed ordinarono con severo cipiglio che tacessero, e badassero a guarirlo, o mal per loro. Allora muti, chi prese a forargli le vene, chi a dargli bevande da invigorirlo; questi voleva non si cibasse, quegli si cibasse, e bevesse; come Dio volle, la buona natura di Ghino vinse ogni ostacolo, e guarì. Disse la gente cotesta guarigione un miracolo, ed in fatti fino allora non si aveva memoria di sopravvissuto alla scienza di due medici. Ritornato nel processo dei tempi al castello di Radicofani, continuava, detestandolo, il mestiere di rubare le strade, quando sul finire del secolo avendo preso l'Abbate di Clugnì che se ne andava ai bagni di Siena, così lo seppe innamorare delle sue virtù, che il buon Prelato lo pacificava con la Chiesa, e Papa Bonifazio VIII, sì come colui che di grande animo fu, e vago dei valenti uomini, lo chiamava a Corte, gli donava una prioria dello spedale, e lo fe' Cavaliere; la quale storia potrà chiunque ne abbia vaghezza conoscere, leggendola nell'ultima Giornata del Decamerone.