«Egli ha detto prigione… A chi affidasti la diletta?»
«Non lo rimembri? Al Procida.»
«Allora morditi la lingua… serpente, ella è salva; Padre, ti lascio…»
«Oh figliuol mio!»
«Perchè piangete voi? Io vedo la morte con quella stessa gioia con la quale io ti vidi, o mio tradito genitore… sono i miei casi un fremito… terminarli è pietà… Acqua battesimale mi fu il sangue della madre… olio santo mi è il sangue del padre… anima più deplorabile è mai vissuta nel mondo?»
«Oh figliuol mio!»
«Stringimi forte… porgimi la mano, o padre,… corro al premio della sventura.»
Si reca la mano paterna alla bocca, e la bacia; poi si sforza d'imporsela sul capo: sviene a mezzo dell'atto; ricade la destra di Manfredi,—la vita di Rogiero è già spenta.
Chi vorrebbe biasimarmi, se, come Timante velava la faccia di Agamennone, io passo senza descriver le le sensazioni che abitarono Manfredi? Chi lo potrebbe? Chi lo tenta nemmeno? Taccio del quarto d'ora che corse tra la morte di Rogiero, e queste parole che il Re profferiva: «Nè così tranquilla sarà la nostra agonia, pure l'affretto col desio… e sento che giunge. Rinaldo, presto a comparire al tribunale dell'Eterno io non voglio lasciare oggetto di odio sopra la terra… bisognevole dell'altrui perdono, io ti concedo il mio… se tu mi abbi offeso lo vedi… e tu perdona… valgaci il mutuo amore… prendi, prima che sia irrigidita, la mia mano…»
«Non toccarmi;—io sono venuto a vederti morire, non a perdonarti.»