² Senodochj (quando ve n'erano) erano luoghi particolarmente destinati ad albergare i pellegrini.

Il romeo disegnò di far prova della cortesia del Conte: e senza altro pensare si cacciò arditamente nella corte. Maravigliaronsi i cavalieri, che un mendico avesse tanto di audacia da penetrare in mezzo a loro; ed ognuno di essi schifavalo, e sì come pauroso che le sue vesti di seta non s'imbrattassero toccando quelle del povero pellegrino, da parte si ritraeva: ne seguì quindi, che, invece di farlo obbrobrioso, come era il pensiero, lo esaltassero, imperciocchè egli camminava tutto solo in mezzo a due ale di dame e cavalieri, i quali, quantunque si fossero così disposti per disprezzo, pure il concetto mal talento non manifestavano al di fuori, e quella posizione era rispettosa.

Il Conte Raimondo, che, per godere di un solo sguardo la festa, s'era messo a sedere sopra un luogo elevato a guisa di trono apprestatogli nella parte principale della sala, appena vide il romeo che si avanzava, scese, e andatogli incontro gli fece grata accoglienza, dicendo: «Bel pellegrino, voi siete il molto ben venuto in nostra corte; disponete a modo vostro di tutto quello che vi aggrada, perchè intendiamo che ne siate come signore, e padrone.»

«Monsignor Conte, ora vedo che la fama, per quanto dica della vostra alta cortesia, non può tanto dire, che le voci al paragone non vengano meno. Io m'era qui recato per farne esperimento, e vedere se nell'ora della pompa avreste sdegnato volgere il guardo al servo di Dio, stanco dagli anni, e travagliato dal cammino: ma voi, Conte, avete lasciato l'orgoglio ai cuori codardi, che se lo hanno tolto signore; i quali, per quanto sieno circondati di ossa e di carne, nol potranno mai celare all'occhio dell'Eterno.» E qui girò severamente la faccia ai circostanti cavalieri, che troppo erano cortigiani per abbassare la loro, e che gliela mostrarono da un punto all'altro tutta ridente. Il buon romeo, disdegnando le lusinghe, sì come innanzi il disprezzo, continuò favellando al Conte Raimondo: «Voi non vergognaste adempire le speranze del povero, che aveva posto in voi fede; voi gli profferiste quello di che abbisognava, senza ch'ei ve lo chiedesse, però che colui, che vede il bisogno, e aspetta la richiesta, quasi si apparecchia a negare; e voi sarete rimunerato in questa vita, e in quell'altra; con voi saranno le benedizioni del Signore; ei vi magnificherà su i vostri emuli, vi glorificherà sopra i vostri nemici, e il vostro nome si conserverò nei nepoti, come l'odore della mirra si conserva, dopo che il fuoco ne ha consumato il granello.»

Stupirono i cavalieri e le dame a sentire il pellegrino favellare tanto discretamente, e lo tennero per uomo valoroso. Il Conte Raimondo, tutto lieto, con benigne parole gli rispondeva: «Noi vi abbiamo obbligo infinito, bel pellegrino, per la fede che avete posta nella nostra cortesia, sebbene per cosa che non valga rammentare: chè troppo gran torto noi faremmo, non diciamo ai nostri fratelli di cavalleria, ma ai nostri meno agiati vassalli, sospettando che avrebbero chiuse le porte al buon romeo.»

«Non l'atto, ma il modo, Monsignor Conte, guadagna lo spirito; e v'è tale che nega in sì benigna maniera, che tu l'ami più di tale altro che villanamente ti dona.»

Allora il Conte Raimondo, tolto per mano il pellegrino, lo condusse nei più riposti appartamenti; e fattolo ristorare di cibo e di bevanda, vedendolo stanco, non volle per quella sera trattenerlo in più lunghi discorsi, ma comandato che gli si preparasse una fresca cameretta, quivi lo lasciò a riposare, e ritornò alla festa.

Alla mattina sorgendo il Conte per tempissimo si recò in un suo giardino non solo per meditare a mente quieta sugli affari della signoria in quel tempo minacciata di guerra dal Conte di Tolosa, quanto per raccogliere alcune immagini su l'aurora, onde abbellire certa _cobola_¹ che disegnava mandare alla dama dei suoi pensieri. Vagando così tutto internato nelle sue idee, occorse nel pellegrino, il quale, levatosi anch'egli di buon'ora, s'era portato colà per salutare il Signore col primo raggio del sole nascente: questi dopo i debiti ossequii, domandò al Conte per qual ragione fosse in vista turbato. Raimondo, sebbene per natura assai circospetto, pure fu tanta la fiducia che su quel súbito ripose nel pellegrino, che punto non dubitò di aprirgli l'animo suo; e il pellegrino lo sovvenne di tali savi consigli, che a Raimondo parve dovere non che non evitare la impresa col Conte di Tolosa, desiderarla, qualora avesse seco sì accorto e valente consigliere. Gli disse pertanto, ch'ei non gli avrebbe mai fatto forza di rimanere, e che anzi era in sua facoltà lo stare e l'andare; ma se nulla poteva presso di lui il suo prego, ei lo confortava a restare. Se Raimondo si sentiva innamorato delle virtù del pellegrino, il pellegrino non lo era meno di quelle di Raimondo; onde in breve si trovarono d'accordo; nè stette molto che diventò il romeo di ogni cosa dello stato guidatore e maestro. Egli si mantenne in abito religioso, e con la sua industria seppe fare in modo che il Conte, tenendo sempre la medesima corte, accrebbe di più di due terzi il proprio tesoro; onde quando accadde la guerra col Conte di Tolosa (ch'era il maggiore principe del mondo, avendo sotto sè quattordici Conti) a cagione di confini, sì per la cortesia di Raimondo, sì pel consiglio del romeo, e pel molto tesoro, tanti cavalieri e Baroni militarono sotto le bandiere di Provenza, che il Conte di Tolosa ebbe la peggio.

¹ Cobola presso i Provenzali era un componimento lirico.

Ora avvenne, che il Conte Raimondo avesse quattro figliuole grandi, da marito senza più, e, siccome sogliono la più parte dei padri, desiderasse maritarle a prodi e potenti signori, e farle Regine, e Imperatrici, se potesse; ma non gli veniva fatto immaginarne la via, chè il suo tesoro non bastava per dare a tutte la dote da Regina: il buon romeo lo confortò a non prendersi pensiero di questo; avrebbe provveduto egli. E prima maritò la maggiore a Luigi IX di Francia con moltissima dote; per la quale cosa essendo ripreso dal Conte, rispose: «Lasciatemi fare, Monsignore, ch'essendo maritata bene la prima con gran costo, mariterete le altre con minore, a cagione del suo parentado.» E il fatto accadde come egli aveva preveduto: imperciocchè Eduardo III d'Inghilterra, per essere cognato del Re di Francia, tolse la seconda con dote minore, ed in appresso Riccardo di Cornovaglia, suo fratello, eletto Re dei Romani, la terza. Rimaneva in casa la quarta, ed il romeo disse a Raimondo: «Questa daremo ad uomo valoroso che vi sia in luogo di figliuolo, e vi succeda nella signoria:» ed assentendo il Conte, egli la sposava a Carlo d'Angiò, fratello del Re Luigi di Francia, affermando che sarebbe divenuto il maggiore e il migliore signore del mondo.