Dopo tanti anni di lealtà e di servitù, la maledetta invidia, peste del mondo, e delle corti vizio, cominciò a susurrare alle orecchie di Raimondo, averlo tradito il romeo, e di ogni suo tesoro spogliato. Non dava egli fede da prima a quelle malignità, ma ripetutegli oggi, dimani, e sempre, gli venne in pensiero di domandare conto al romeo di ogni sua operazione: questi, come colui che stavasene provveduto, mostrò la scrittura, dette ragione di tutto, e chiese commiato. Il Conte, parendogli avere mal fatto, con umili scuse si difendeva, e a grande istanza lo pregava a non volerlo abbandonare ora che tanta parte di vita avevano insieme trascorso; ma il pellegrino troncò quelle parole, dicendo: «No, Monsignore Raimondo; dividiamoci adesso che siamo amici; sarà la nostra separazione pur troppo amara, ma ognuno di noi lascerà all'altro tal rimembranza, che volentieri si compiacerà richiamare alla mente: forse aspettando non lo potremmo più. Voi siete vecchio, e con la vecchiezza vengono le infermità del corpo, ed il sospetto dello spirito:—forse è questo un vizio degli anni, forse il frutto della esperienza che ha veduto gli uomini più pronti a ingannare, che ad essere leali; in ogni modo il sospetto è il compagno della vecchiezza, e piacesse al cielo che fosse il solo. Questo vostro improvviso domandarmi ragione del mio operato, quantunque di per voi stesso avreste potuto considerare che di umile condizione vi ho posto in grande signoria, mi fa conoscere che la vostra età non va esente dalla comune diffidenza, o per essersi spontanea suscitata nel vostro spirito, o per opera altrui. Presentemente, la Dio mercè, ho potuto chiarirvi di quello che mi avete richiesto; forse in altro tempo nol potrei, perchè se mancano talora le prove per convincere il delitto, possono anche mancare per dimostrare la innocenza; ed allora mi punireste, e fareste mal'opera, e tale che il vostro onore fino adesso purissimo ne sentirebbe irrimediabile danno: provvediamo dunque fin che vi è tempo alla mia sicurezza, e alla fama vostra; tanto, la morte verrebbe a separarci per forza; facciamolo volontariamente. Ell'è parola di dolore, ma pur bisogna proferirla,—l'addio! Possano essere i vostri rimanenti giorni tranquilli e gloriosi; possano coloro che mi hanno allontanato da voi servirvi con quella lealtà con la quale v'ho servito io. Povero venni in questa corte, povero voglio partirmi; la tasca e il bordone, ch'io ho conservato come dono prezioso della miseria, pel quale io mi credo esser ricco, e sopra le ricchezze, saranno la mia veste; le mie gambe, come che inferme, il palafreno:—addio. Quello che mi sarei meritato in guiderdone dei miei ufficii, o ritenete, o donate ai poverelli di Cristo. Addio, mio bel signore,—addio!—ci rivedremo nel Paradiso.»

Nè per quanto il Conte con preghiere e lacrime s'ingegnasse ritenerlo, potè pervenire a farlo restare. Partiva il pellegrino in abito dimesso, portando seco l'amore e il desiderio di tutti; Raimondo co' suoi vassalli lo seguitava traendo dolorosi guai: giunto alla porta della città, il pellegrino abbracciò il Conte, lo baciò in bocca, tolse nuovamente commiato, e lo raccomandò a Dio; con tutti i rimanenti quelle dipartenze non potè fare; però alzata la mano li benedisse, ed eglino riceverono quella benedizione prostrati, gemendo profondamente, piangendo, e singhiozzando, come se ad ognuno di loro fosse morto il padre o la madre. Così, come era venuto, il pellegrino se ne partì, nè mai si seppe chi fosse, o dove andasse, se non che per la più parte di quelli che il videro, e gli parlarono, fu creduto che fosse un Santo.

Non sopravvisse molto il Conte Raimondo alla partenza del pellegrino, e per la morte di lui la Provenza venne sotto il potere del suo genero Carlo.

Nacque quest'uomo nel 1220 da Luigi VIII, e da Bianca di Castiglia; come figlio di Francia ebbe in sorte la Contea d'Angiò, e la signoria di Folcacchieri; come sposo di Beatrice, la Provenza, la Linguadoca, e parte del Piemonte. Quale fosse di persona e di costume troviamo con molto bel garbo narrato da uno Storico del medesimo secolo,¹ che abbiamo preso per guida di questo Capitolo: savio, magnanimo, di alti intendimenti, e severo, sicuro nelle avversità, veritiero in ogni promessa, poco parlante, molto operante, non ridea che leggermente, e di rado; largo del suo, cupido dell'altrui; Trovatori, Giullari, Menestrelli, ed altra gente sollazzevole, non tenne in pregio, anzi sprezzò; molto vegliava, e soleva dire che quanto meno si dormiva, meno si moriva: lo sguardo ebbe feroce; grande di persona, nerboruto, e di colore ulivigno; del rimanente, religioso, e, per quanto può essere soldato, dabbene.

¹ Giovanni Villani. L. 6, e. 91.

Condotto nel 1250 da San Luigi al conquisto di Gerusalemme, cadde, insieme con il fratello e la principale Baronia di Francia, in potere degl'Infedeli presso Damiata. Uscito dalla prigionia, se ne andò in Provenza, dove ebbe a sostenere molte contese co' suoi vassalli, i diritti dei quali voleva annullare, e farsi senza restrizione nessuna assoluto signore.

Qui fu che gli giunse la elezione di Urbano, portatagli dal Cardinale Simone di Tours; e dopo averne tenuto proposito col Re di Francia, col Conte di Artois, e con quello di Alansone, suoi fratelli, i quali per levarsi d'attorno quell'uomo ambizioso lo animarono all'impresa, e gli proffersero sussidio d'arme e di danaro, rispose essere apparecchiato di mettersi alla ventura in onore di Dio e della Santa Chiesa romana.

Se molto la naturale cupidigia lo stimolava a quell'acquisto, non meno ve lo stimolarono le vivissime istanze della moglie Beatrice, la quale per far tesoro impegnò tutti i suoi gioielli; il che forma il più grande sagrifizio, che donna al mondo possa mai fare. Per quello che narrano le cronache del tempo, la cagione di questa caldezza di Beatrice fu che poco innanzi, essendo convenuta a Parigi insieme con le altre sorelle a celebrare nella corte del suo cognato la Pasqua di Natale, assistendo con esse loro il dì della Epifania alla festa dei Re, che i Monarchi di Francia usavano solennizzare nella Chiesa di San Dionigi, l'avevano fatta sedere un grado più basso, imperciocchè ella non portasse corona reale. Infinite, e forse non tutte da narrarsi, furono le arti adoperate da questa donna ambiziosa per chiamare alla sua fazione il fiore della Cavalleria francese. Erano in quei giorni due potentissimi eccitamenti a imprendere la guerra, la cortesia degli uomini d'arme, per la quale stimavano che richiesti di fare alcuna impresa per amore di dama non potessero senza biasimo ricusare, e lo spirito di religione. Ambedue questi vennero messi in opera, il primo da Beatrice, il secondo dai Legati del Papa, che andavano predicando per Francia la Crociata contro Manfredi, e promettevano la remissione dei peccati, e le stesse indulgenze che se fossero andati a combattere in Palestina. Per quelli poi che poco tenevano in conto le lusinghe della femmina, e le indulgenze della Chiesa (e questi narra le cronaca che fossero i più), l'avidità di grossi stipendii fu valevole a riunirli sotto lo stendardo di Carlo. Alle quali cose tutte se voglia unirsi la naturale vaghezza delle menti francesi di vedere nuovità, non si maraviglieranno i lettori se il suo esercito ascendesse a sessantamila uomini tra cavalieri, balestrieri, e fanti di ogni maniera.

La morte avvenuta di Urbano IV, e la sostituzione al Pontificato di Clemente IV non pure non interruppe la pratica, ma l'affrettò; chè questi era vassallo di Carlo, e zelantissimo sostenitore delle parti di lui. Costui ebbe da prima moglie e figliuoli, e fu tenuto in pregio di valoroso giureconsulto: mortagli la moglie, si rendè cherico, e diventò successivamente Vescovo di Pois, Cardinale di Narbona, Legato in Inghilterra, e finalmente Pontefice. Bartolommeo Pignattello, Arcivescovo di Cosenza, vassallo e nemico di Manfredi, spedito a gran fretta in Provenza, unitosi a Simone Cardinale di Santa Cecilia, andava eccitando Carlo a calare in Italia.

Manfredi alla novella di tanti armamenti non si smarrì, ma come uomo di gran cuore e magnanimo si apparecchiò a ben ricevere il nemico. Grandissima fu la cura che pose da lato di terra a custodire i passi, afforzando Cepperano, San Germano, e mettendo scelto presidio in Benevento: per mare, le sue galere unite a quelle dei Pisani e dei Genovesi, che sommavano in tutte a meglio di ottanta, lo tenevano sicuro. Le forze del Re di tutta Francia, non che quelle di un Conte, parevano insufficienti a potergli far danno; pure tanto sono fallaci gli umani disegni, che, e per mare e per terra, fu con mirabile agevolezza abbattuto, siccome andremo narrando nel processo di questa storia.