Coll'affanno del cuore, che agogna una corona, Carlo da tre giorni percorre l'oceano. Spesso sedendo a mensa, o giocando a scacchi, quando meno se l'aspettano i compagni si alza da tavola, ascende sopra la coperta; aguzza gli occhi da settentrione, ed esclama con voce tra spaventata e gioiosa: «È Italia quella?»

«No, Monsignore; ell'è una nuvola,» qualcheduno gli risponde; e Carlo torna a desiderare, e cupo nel sembiante incamminasi là d'onde si era partito.

Oggimai un uomo, per quanto in fondo della ignoranza, agevolmente comprende—il ladro o non avere sentimento veruno, quando si appresta a fare suo pro della roba altrui, o, se pur l'ha, essere in tutto simile a quello del conquistatore. Vero è bene, che questo s'ingegna di ornare il suo fatto co' luminosi fantasmi della gloria; ma il belletto trovato dagli accorti per magnificare il delitto del forte, che hanno punito nel debole,—il nome diverso, chiamando nei molti gesto, impresa, conquista, quello che nei pochi hanno appellato furto, non acquieta la coscienza, e ciò che togli altrui, sia poco, sia molto, sia con migliaia di armati, o con una sola mano, o vuolsi reputare male per tutti, o per veruno. La pena si assomiglia a una insegna, che tanto più si dipinge di rosso quanto meno lo albergo è agiato, e il vino buono: la si ritenga risolutamente marca che da secoli e secoli inganna, e continuerà ad ingannare la gente; per la quale si toglie per buona una merce, che non è tale. Considera il mondo, e troverai l'origine delle pene nella prepotenza più tosto che nella ragione. Ho scritto questi pensieri non già perchè Carlo avesse il più leggiero rimorso a cagione del gran furto che stava per commettere, ma perchè qui mi si sono affacciati alla mente. Quello che adesso agitava l'anima del Conte era la idea del molto pericolo, unito ad un senso magnanimo, che lo rendeva cupido d'imprese pericolose. Sì fatto miscuglio di vecchie abitudini e di nuove sensazioni non può agevolmente descriversi: egli non era un desiderio di fuga, e pure un principio di paura, che gli abbrividiva le carni; non un desiderio di precipitare la contesa, e nondimeno Carlo, ogniqualvolta sentiva dirsi come fosse una nuvola l'oggetto che supponeva Italia, sospirava d'affanno:—era la trepida esitanza di un'anima grande tra il tempo del disegno, e quello della esecuzione;—esitanza, che nè io, nè i miei lettori, abbiamo provato giammai, imperciocchè le anime nostre vennero al mondo piegate in sessantaquattresimo

¹ Questo è il più piccolo formato che abbia fin qui ricevuto un libro: almeno così mi ha detto il libraio.

Carlo agitavasi inquieto, nè i Baroni che aveva prescelto a compagni valevano molto ad acquietarlo. Essi avevano combattuto al suo fianco in Palestina ed in Provenza; andavano famosi per mille prove, ma rigidi come il ferro che li vestiva;—faccie ignote al sorriso, nessun'altra cosa fuorchè la spada e la mazza di arme conoscevano, e nella spada consisteva a quei tempi la educazione del nobile: forse avrebbero potuto narrare le imprese trascorse, e col racconto dei superati pericoli inanimirsi a ben sostenere il sovrastante; ma quando l'anima anela su l'elsa della spada, di rado si trova chi narri, e più di rado chi ascolti storie del vecchio tempo. I nostri Baroni al più leggiero scompiglio balzavano coll'arme alla mano, stimando essere assaliti; nè per quanto si fossero trovati delusi rimettevano in nulla del loro sospetto.

Il Maestro della nave, Provenzale dal viso rubicondo e dai capelli ricciuti, era un piacevolone, finissimo intendente del vino, gran partigiano di quello di Sciampagna; del rimanente istruito a cantare sul liuto otto o dieci canzoni da taverna, e pratico di quanti giuramenti correvano in quei tempi per le bocche dei Fedeli: ma poichè laddove compariva quel viso severo di Carlo la gaia canzone cadeva in isvenimento, e la bestemmia peggio che mai, essendo il Conte religioso, o simulando esserlo, tutta la scienza del Maestro si riduceva a niente, ed egli stava colà come uomo morto: rimanevagli il favellare sul vino, ma come avere il coraggio di tenerne discorso con un Principe che beveva acqua? Il Maestro era affatto disperato.

Così un profondo silenzio, solo interrotto dal rumore dei remi, o del vento fremente per entro le vele, regnava su la galera. Il quarto giorno di navigazione su l'ora di nona Carlo sentendosi trasportato con molto maggiore velocità che nei tre precedenti, se ne andò a passeggiare su la coperta. Non vi trovava persona, meno il timoniere, che colla mano al timone e gli occhi intenti alla bussola (invenzione che i Francesi contendono al nostro Gioia amalfitano,¹ poco tempo innanzi quell'epoca adoperata nei viaggi di mare), pareva non badargli poco nè punto. Carlo con le braccia sotto le ascelle si mise a percorrere da poppa a prua; nè, per quanto i suoi passi fossero fragorosi, che per antica usanza soleva sempre portare l'arme, nè per fermarsi all'improvviso dinanzi al timoniere, nè per battere con impazienza del piede sopra lo intavolato, pervenne mai a fargli alzare la testa. Questa osservazione, più e più volte ripetuta, lo rendeva curioso di sapere chi fosse: tornato indietro, s'incontra nel Maestro che canterellando sotto voce si dirigeva appunto alla volta del timoniere: onde subitamente chiamò: «Vassallo!» e proseguiva il cammino.

¹ Vedi Tiraboschi ec. ec.

Il Maestro, cavato il berretto, curvata la persona in atto ossequioso, gli tenne dietro alla distanza di due o tre passi, dicendo: «Monsignore.»

Carlo non rispondeva: giunto alla estremità della galera, toltasi la destra di sotto l'ascella, apri l'indice e il pollice, e v'inchinò il mento, distratto da nuovo pensiero. Il Maestro si fermò col corpo curvo, il berretto in mano, senza battere palpebra; pareva percosso da quella tal malattia che i medici chiamavano Catalessi, l'effetto della quale consiste nel far restare l'ammalato nella posizione in che fu sorpreso.