«E stimi tu che sia per durare?»
«Chi manda la procella? chi il sereno? Può la creatura conoscere i segreti di lassù?» E alzò il dito.
«Lodato il nome del Signore!» risponde Carlo, facendosi il segno della croce; «ma credevamo, che senza peccato avresti potuto dirci, se il tempo sarebbe dimani buono, o cattivo.»
«Oggi è buono, però temete che dimani sia tristo. Tra la tempesta si leva la speranza del sereno, tra il sereno sorge il timore della procella. Questo vento che mena felicemente la galera a nona, può farla naufragare a sera.»
«Nol permettano i Santi del Paradiso! ma le tue parole suonano amare.»
«Devono, o possono uscirne diverse dalla bocca dell'uomo?»
«Tu sei dunque infelice?»
«E che! non lo sareste voi forse?»
«Lo speriamo. Quando il Santo Padre ci avrà posto sul capo la corona di Sicilia, e l'avrà conquistata la nostra spada, noi crediamo che saremo felici.»
«La speranza! Ella è una compagna ingannatrice, che ci spinge su pel dirupo della vita, quando il corpo si sente stanco, e i piedi sanguinano per l'aspro cammino. Voi siete nell'agonia dell'anima che anela per la cosa bramata; e questo stato ci turba tormentoso, e pure è il solo meno amaro per noi. Ma quando, pervenuto al sommo, getterete lo sguardo nel profondo senza fine, e la vertigine della fortuna farà mancarvi il piede, e vi precipiterà nello abisso, dove non troverete voce che vi consoli, non occhio che vi pianga, non eco che vi risponda, non speranza….»