Dopo queste parole Carlo, tolta la mano del timoniere, e affettuosamente stringendogliela, soggiunse: «Prendete conforto, Cavaliere; nuovo tempo, e nuovo amico, possono sanare le piaghe del tempo e dell'amico passati. Addio.»

«La buona notte, Monsignor Conte!» rispose Gorello; e quando Carlo prese ad allontanarsi crollò la testa e disse: «Miserabile! anch'egli appartiene alla schiatta di coloro che reputano un sorriso, od una carezza, presente del cielo, medicamento per ogni malattia dell'anima.—Miserabili anche voi! Ma Carlo ha creduto farmi il maggior bene che fosse in potere suo… lasciamo la presunzione, la bassezza e la follia del presente,—rimarrà sempre un pensiero di carità, e di questo merita gratitudine.»

CAPITOLO DECIMOTERZO.

IL CUORE MORSO.

……….. Il vidi appena,
Corsi a ucciderlo là………
Ben sette volte e sette entro all'imbelle
Tremante cor fitto e rifitto ho il brando,
Pur non ho sazia la mia lunga sete.
ORESTE, tragedia.

Buio d'inferno:—non lémbo di nuvola illuminato dalla luna, non tremolare di stella;—diresti che il firmamento sia morto, e il fiotto del mare ne lamenti la estinzione. La galera di Carlo d'Angiò percorre trabalzata dalla traversia senza direzione sopra la superficie delle acque, di flutto in flutto, dentro una tenebra spaventosa,—come corpo lanciato per lo abisso dello spazio. Da per tutto sgomento:—Carlo geme abbattuto quanto il più tristo che sia su la galera, perchè la vita è ugualmente cara a cui porta scettro e a cui maneggia il remo,—nè forse corre tra essi altra diversità che quella dello istrumento che recano in mano,—almeno per lo amore della esistenza: chi urlava, chi taceva, chi pregava, chi bestemmiava; e i Santi si trovano spesso in caso di dover restare inoperosi a soccorrere una nave, però che metà della ciurma li chiama, e metà gli rinnega; onde è che mentre dimorano incerti a calcolare quale delle due parti preponderi, sopraggiunge un colpo di mare che sommerge la nave, e tronca ogni quistione; la qual cosa non avverrebbe di certo, dove di concorde preghiera tutti si volgessero ad implorare un aiuto, che non può mai venir meno. Il timoniere, esercendo le veci del Maestro ebbro di paura e di vino, visto quello universale sconforto gridava da poppa: «Fate forza di remi; chiudete la vela, se volete salvarvi; operate adesso che il tempo stringe da vero, altramente qui presso è la terra, e ne andremo tutti perduti.»

Di questo discorso furono prese le sole parole convenienti alla presente situazione: «qui presso è la terra,—siamo tutti perduti;» e sortì l'effetto contrario che si era proposto chi lo avea pronunziato.

«Siamo perduti!» susurrò scambievolmente il vicino al vicino, ed abbassarono insieme la faccia livida per lo spavento.

Il Maestro della nave, nel volto del quale la paura non si era manifestata, come negli altri, per via di pallidezza, ma con tale un colore che teneva tra violetto ed il nero, si vedeva intento, con le mani su due vasi di terra per impedire che, cozzandosi in quei fieri scotimenti, si rompessero, e quanto aveva in canna gridava: «Libeccio, libeccio! sono si fatti i modi che suoli tenere co' tuoi buoni amici? Or corrono ben quaranta anni che frequento casa tua, nè mai quanto questa volta mi ti sei mostrato cruccioso: ti ho forse usato villania? ho tralasciato un giorno di bere alla tua salute? E mi dovevi fare questa vergogna appunto adesso che ho promesso a Monsignor Conte di trasportarlo sano e salvo fino ad Ostia? Senti che scossa! Domine, in adjutorium… che vento indiavolato!—Ne vuoi la fine; e quando avrai fatto percuotere questi due vasi tra loro, i quali da poi che si conoscono sono vissuti da buoni fratelli, e spezzare, e sperdere il mio buon vino, che cosa pensi aver fatto? Almeno tu mi avessi dato tempo di bevermelo…. pazienza! Aspetta di grazia fino a domani, e quindi fa quello che vuoi…. Domine, in manus tuas commendo….» urlò il povero Maestro, che uno sbalzo terribile della nave fece duramente stramazzare su l'intavolato, e rovesciargli addosso i vasi con tanto amore guardati; onde è che tutto smanioso prendesse a dire brontolando: «Ah! libeccio misleale e fellone, che pretendi? Annegare Monsignor Carlo? Non sai ch'egli nasce di famiglia antica quanto la tua, ed è il più nobile signore di tutta Cristianità? Si fanno esse queste cose ad un fratello di un Re di Francia, di un Santo, ad un campione di Santa Chiesa? Ah! vento, vento, tu ti sei fatto ghibellino, la riprendi per Manfredi. Oh! tra me e te è finita; ho strappato maglia; potresti far miracoli, non ti perdonerò mai di avermi versato il vino, e condannato a morire nell'acqua.»

Il timoniere vedendo che in quel modo si andava incontro a inevitabile rovina, chiamato un marinaro nel quale molto si confidava, gli comandò di tenere per poco il timone vôlto a destra, e scese in traccia di Carlo che trovò col capo nascosto tra le mani sopra una tavola, travagliato dall'angoscia di stomaco.