«Animo!» gli disse Gorello con voce sicura «alzatevi, Monsignore, e venite a confortare la vostra gente, perchè non vedo strada di potere uscire d'impaccio in questa maniera: chi si abbandona, Cristo abbandona; e a morire avanza sempre tempo.»
Carlo, punto di vergogna, balza in piedi, prende pel braccio il timoniere, e si fa oltre: allo improvviso percuote in un corpo disteso per terra, in modo che se non era Gorello vi traboccava sopra.
«Chi sei?» domandò Carlo.
«Oh! Monsignor Conte, sono io;» rispose lamentoso il Maestro «che volete? più cerco di stare in piedi, più il vento si diverte a gettarmi per terra,—vedete gusti! alla fine ho tolto consiglio di starmene così lungo e disteso; in questo modo sarà finita la burla:—e sì, vedete, io non me ne stava inoperoso qua dentro, ma intendeva a fare che non si sperdessero le provvisioni, perchè, Santa Vergine! che ne gioverebbe uscire salvi dal vento, se poi dimani non avessimo vino da bere, nè biscotto da mangiare?»
Carlo, come ogni uomo immaginerà facilmente, non istette ad ascoltare il ciarliero, ma appena sentì ch'era desso, continuò il suo cammino, e venne là dove i remiganti, disperati di salute, giacevano neghittosi lungo i banchi aspettando, chi più chi meno rabbioso, la morte.
«Amici!» Carlo gridò ai galeotti «io non so come a gente quale voi siete, assuefatta a trarre la vita sul mare, siasi cacciata addosso così grande paura. Siete voi femminette che per nulla si disperano, come se fosse sopraggiunta la fine del mondo? Vergogna! Ben altre tempeste abbiamo superato, ben altri pericoli, e con l'aiuto prima di Dio, e poi di Santo Dionigi, supereremo anche questo. Non vedete che la negligenza vostra vi perde, e che così vi date voi stessi in balía della morte? Pensate che un giorno dovrete rendere conto di avere sprecato così le anime vostre. Difendete la vostra vita, che da questo momento noi affranchiamo; avvertite, che se molto dobbiamo fare per essa, moltissimo dobbiamo tentare per la conservazione della libertà che adesso vi abbiamo donato.»
Amici! Carlo, quel fiero uomo, quell'orgoglioso per mille memorie paterne, ha chiamato col nome di amici una vile moltitudine composta la più parte di gente comprata come bestie al mercato, e di facinorosi condannati a far servigio al Principe pel danno che i delitti loro apportarono a speciali famiglie!—pure Carlo lo ha detto. Oh! quando la necessità uguaglia le schiatte di Adamo, e tacendo ogni distinzione diventano pari, io per me mi maraviglio se ii superbo dominatore non sia caduto più basso.—Libertà! Dio eterno! libertà! Su le labbra di Carlo di Angiò, che porta catene ad un Regno intero! I dottori della tirannide, e Carlo aveva imparato alla scuola di quelli, insegnano fino dai rimotissimi secoli gli uomini andare divisi in due classi, l'una delle quali ha da comandare, l'altra servire; e questo avere ordinato madre Natura, non già partorito la fraude o la violenza. Ora in che consistesse questa libertà donata da Carlo a tal gente, che dove il danaro, o la pena, non avesse sottoposto alla servitù, non avrebbe mancato di ridurvela la miseria, noi per verità non sappiamo. Ma la libertà è antica lusinga su la quale i viventi non si sono ancora sgannati, e tutti se ne valgono per acquistare lucro, od evitare danno; anzi, chi meno intende mantenerla, la promette più larga, però che a fine di conto sia parola elastica, e starei per dire quasi priva di senso;—come l'onore, e tale altra, che tralasciamo dire, perchè gli uomini sono gelosi dell'apparenza;—si accomoda alle diverse opinioni, e, camaleonte morale, prende colore dagli oggetti che più le si avvicinano: nel 1796 venne in Italia vestita di azzurro a cacciarne gli antichi dominatori;—nel 1814 vi tornò vestita di rosso per restituirveli;—anche adesso in Francia si schiamazza libertà; libertà in Inghilterra, e libertà in America; ognuna poi di queste libertà era, ed è, affatto diversa dall'altra, spesso contraria. Bisognerebbe dunque che gli uomini distinguessero la libertà in politica, come le piante in botanica; allora forse per libertà spinosa, per libertà lanceolata, per libertà parasita, potrebbe darsi che intendessimo qualche cosa; ma questo negano fare, ed affermano invece dovere essere unica, ed uniforme: ora non essendo unica, nè uniforme, presso nazione del mondo, anzi ciascheduna reputando buona la sua, come gli anelli di Melchisedech giudeo,¹ ne viene ch'ella sia o l'immagine di una mente ammalata di giovanezza, o l'istrumento dell'accorto per suscitare i popoli a cosa che gli torni in vantaggio. Grande esca è questa della libertà per deludere i poveri mortali; nè fin qui se ne accôrsero, nè se ne accorgeranno mai, per la ragione, che i pesci da Adamo in poi si pescano con le reti, o si pigliano con gli ami. E poi e poi, l'uomo s'innamora di tutto, fuorchè di quello che è verità. I sistemi che ho letto in contrario intorno questa materia mi sono sembrati sempre tanti di quei bei discorsi che cominciano col se: se quegli stava in casa, non si fiaccava le gambe; se quegli non fosse povero, sarebbe ricco, e via favellando. E' bisogna prendere il mondo come viene, non come dovrebbe venire; se ne fosse dato diversamente, oh! allora ogni uomo potrebbe farsi un mondo nuovo a suo modo, e adattarvi dentro quelle vedute che meglio gli piacessero. La gratitudine è una bella virtù; chi lo nega? l'amore pe' parenti, per gli amici, chi lo nega? e dalla gente moderna non s'è trovato il magnifico parolone di Filantropia? Ma, che Dio v'illumini! dove s'incontrano le cose corrispondenti a questi segni? Avremmo potuto credere che fossero idee innate, ma dopo la guerra di distruzione che mosse loro Cartesio mal sapremmo da qual parte cercarle. Il mondo è lungo tempo, secondo i diversi computi, che vive in questa maniera, e lungo tempo ancora vivrà: gli stolti sono il retaggio dei furbi, i deboli dei forti;—debolezza e stoltezza, poichè siete, e crescete, lasciate governarvi dalla sapienza e dalla forza; fatevi merito dell'assenso, che tanto negando perderete la prova: dormite in pace nel sepolcro della vita, come quiete eterna vi aspetta a casa della morte.
¹ Boccaccio, Novella III, Giornata prima.
«Libertà! Libertà!» si udì urlare per la galera con tale una voce che prevalse sul fragore del mare imperversato.—«Libertà!» e si dettero a fare di braccia nei remi per allontanarsi dalla terra pericolosa. La galera tagliando di faccia le ondate perviene a fuggire il danno di rompere, e va incontro all'altro d'imbattersi nei navigli che il Re Manfredi tien lungo la costa.—Ma forse anche essi sbatte la bufera, e poi quel danno è incerto, mentre questo altro pende inevitabile; dunque val meglio sfuggire il presente, all'altro, se occorre, provvederemo:—così pensava Carlo, e secondo i calcoli umani, non può negarsi, a dovere. La catena di quelle vicende che non possiamo prevedere nè allontanare, la quale noi chiamiamo Fortuna, si rise di que' raziocinii, e dispose affatto diverso da ciò che Monsignore il Conte aveva disegnato.
Il vento, quasi spossato dallo sforzo continuo, da un punto all'altro si rimase tranquillo; allora cominciò a balenare, e a tuonare; poi un rovescio tra grandine e pioggia:—in quella notte Carlo doveva soffrire tutti i travagli dell'uomo che consuma la vita per mare. Era trascorsa qualche ora che andavano così, senza sapere dove, vaganti di onda in onda, allorchè ad un tratto la galera percuote aspramente in un corpo che le si para davanti, e crolla in tanto dura maniera che sembra doversi sfasciare. Si alza un grido,—il grido della disperazione! che temerono di avere investito in uno scoglio; ma quando il grido cessò,—che tutte le cose hanno fine, sieno pur quanto vogliono liete o affannose,—ne ascoltarono un altro non meno terribile lì presso di loro.—«È forse alcuna delle nostre galere che battuta dalla tempesta ha cozzato con noi?» diceva una parte di marinari;—altri: «No, è una galera genovese, l'abbiamo riconosciuta alla forma;»—altri: «È siciliana:»—altri, altra cosa, ma i più convenivano che fossero i nemici.