«I nemici! i nemici!» urlano da ambedue le galere; e se avessero potuto manifestare gli scambievoli desiderii, per quella notte si sarebbero lasciati stare.
Carlo d'Angiò, che fu veramente valoroso Cavaliere, per nulla si commuove a quei gridi, e come magnanimo si dispone, da che non può fuggire la battaglia, a uscirne vittorioso.
«Signori Baroni,» dice piacevolmente ai circostanti Cavalieri, che avevano di già l'arme nuda alla mano; «la fortuna nel chiamarci in Sicilia, ne sembra che non ci abbia voluto invitare a convito di nozze; ormai le tavole sono poste, e fa di mestieri mostrare buon viso a tutto quello che ci verrà apprestato. Se noi dubitassimo punto di voi, faremmo ciò che hanno avuto in costume di praticare i Capitani di tutti i tempi, ingegnandoci con le orazioni inanimirvi alla vicina battaglia; ma troppe volte abbiamo combattuto i medesimi fatti di arme, e troppo spesso ci siamo veduti negli stessi pericoli, perchè ci sia concesso di credere che una nostra parola valga a darvi quella sicurezza che solo avrà fine col palpito dei nostri cuori.»
Giunto là dove la ciurma di nuovo impaurita giacevasi in fondo della viltà:—«Uomini,» disse «se in voi fosse arbitrio di fuggire, vi conforterei a restare; la paura di morire griderà più forte della mia voce, ognuno faccia quello che può per salvarsi la vita.»
Questo strano discorso non dirò che infondesse un súbito coraggio in quei vili, ma profferito da uomo riputato come era Carlo valse a dare loro una leggiera speranza di salute, se avessero seguito a fare quello che il Conte faceva; ed in vero, se bene non con molto calore, si dettero ad imitarlo.
Come poi Carlo si mostrasse così caldo in questa ventura, mentre innanzi fu d'uopo che il timoniere andasse a suscitarlo, non fa maraviglia se si consideri, ora trattarsi d'armi, in che consisteva il suo mestiere, dianzi di flutti infuriati ai quali non era avvezzo, e poi lo spasimo di stomaco che aveva prostrato ogni sua facoltà intellettuale: perchè quantunque tutti si uniscano a dire l'anima molto maggiore ente del corpo, e più nobile, nondimeno è subordinata alla influenza di tutti gli umori di quello,—anche agli escrementi;¹ onde vedasi un po' quanto presuntuosa fosse l'eresia di Priscillano, che sosteneva l'anime umane emanazioni della Divinità.
¹ Vedi Dizionario filosofico, Articolo ESCREMENTI.
«Ai graffi! ai graffi!» si udiva tuonare la voce di Carlo, (ed erano i graffi certi istrumenti uncinati coi quali tentavasi di accostare la galera nemica per venire a battaglia manesca) e súbito furono portati e messi in opera: questi però non bastarono a tanto bisogno, perchè le galere ora sospinte si urtavano con molto pericolo, ora divise furiosamente gli strappavano di mano a chi li teneva, e seco loro li trasportavano; vi furono anche di tali che ostinandosi a non lasciarli rimasero levati via di coperta, e sospesi ai manichi, per modo che quando le galere tornarono a cozzarsi o miseramente s'infransero, o non valendo loro le forze di starvi luogo tempo attaccati, lasciarono cadersi nel mare e quivi perirono. Carlo stringendo la mazza d'arme, con un piè levato sul parapetto della galera, aspettava ansiosamente il punto che all'avversaria si accostasse, e allora menava colpi, che di rado cadevano in fallo. Seguitavano l'esempio i compagni, espertissimi anch'essi nel maneggiare l'accétta, ed in breve ora cagionarono ai nemici non lieve danno di morti e di feriti. Questi però non si stavano, colpo con colpo cambiavano, e la battaglia sostenevano assai francamente. Tu avresti veduto le sarte della galera grondanti di sangue, la coperta sparsa di cervella infrante, e di membra recise; parte percossi cadevano bocconi spenzolati dalla nave, e a poco a poco sdrucciolando traboccavano nell'acqua; parte cadendo supini, le gambe di chi si avanzava impacciavano e facevano ch'essi pure nel mare precipitassero; alcuni sconciamente feriti fuggivano dal conflitto mettendo dolorosi lamenti, e chi gl'incontrava, non che rimanesse sbigottito da quello stato, cercava invece, puntando mani e piedi, di farsi largo, ed essere dei primi ad uccidere, o ad essere ucciso.
Intanto nella pienezza dell'orrore infuriava sopra le loro teste la procella:—ma la rabbia degli elementi scatenati comparisce solenne, degna affatto dell'attenzione di chi osserva;—sembrano giganti che non si possano distruggere, i quali sieno venuti nei campi del cielo meno per isfidarsi a morte, che per far prova del proprio vigore; ora prevale questo, ora quello, finchè stanchi della lotta si partono senza vittoria per ritornare quando che loro ne prenda vaghezza a nuovo esperimento:—non così della rabbia degli uomini; ogni atto di loro è via di distruzione; piccoli e feroci offrono la immagine di un brulichio di formiche impazzite, intente a divorarsi intorno ad una zolla di terra; la morte, che vi tiene levato un piè sopra, si rimane maravigliando a considerare quanto ferva in questi corpicciuoli il furore di estinguersi senza l'opera sua. Imbecilli in tutto,—anche in quelle opere che nella più parte di loro eccitano il pianto,—meritano, da chi gode nello spettacolo della tempesta, un riso di scherno.
Quella battaglia alla spartita non produceva alcuno buon frutto; da oltre un'ora avvicendavano colpi, molti cadevano uccisi per ambedue le parti, ma nessuna faceva sembiante di voler cedere.