Gorello, che era tornato al timone, mentre attendeva al suo ufficio sente sollevarsi in cuore sì fatto presentimento, il quale di súbito lo infiamma in guisa che non potendosi contenere spicca un lancio. Chiamato a nome il marinaro a cui aveva in quella medesima notte affidato di tenere il suo luogo, gli dà in fretta alcuni ammaestramenti del come debba regolare il timone, e s'incammina precipitoso sotto la coperta.
«Che fate voi così armato?» disse al Maestro, che al chiarore di un lampione vide venirsi incontro con l'accétta alla mano.
«Che faccio! che faccio! Che si fa egli con una mazza d'arme quando si combatte in coperta? Io vado a sbizzarrirmi con qualcheduno lassù, perchè mi sento la maggiore stizza ch'io abbia mai provata nel mondo: tanto, dobbiamo morire in questa notte: e se me lo avessi potuto immaginare!—ma! darmela a gambe non posso, dunque scelgo di finirla con una bella accettata nel capo, perchè il pensiero di restare sommerso nell'acqua mi fa morire avanti tempo. E voi come avete lasciato il timone?»
«S'io me ne venni, vi lasciai chi ne ha cura, Maestro: dite, vorrestemi voi dare cotesta vostra accétta?»
«Sì certo, io prenderò quest'altra: ditemi in cortesia, adesso che disegnate di farne?»
«La battaglia dura lunga e ostinata, la vittoria pende incerta; Carlo così gravemente armato non osa dare un salto per giungere su la galera siciliana….»
«Bene….»
«Io come pratico vo' tentare questo; spesso la somma delle cose deriva da un subito ardire; gli uomini sono pecore, dove l'uno va gli altri vanno….»
«Bene»
«Quando ho posto piede su fa galera, con l'aiuto di Dio confido mantenermivi tanto, che chi viene dopo possa soccorrermi; altramente bisogna morire.»