«Ed io vo' essere con voi—sì certo;—così potessi io darvi» e qui abbassò il guardo pietosamente dove i suoi vasi giacevano spezzati «un bicchiere di quel vino, come senza dubbio sarò con voi!—egli ci ristorerebbe il cuore… ma!—ormai è finita, quello che si poteva soffrire ho sofferto; per quanto possa angosciarvi acerbo il vostro cordoglio, non giungerà mai ad uguagliare l'amarezza ch'io sento: andiamo, via, ad insegnare a Carlo come si salta su le galere nemiche.»
La via e il discorso terminarono a un punto, perchè se ciò non fosse stato, Dio sa fino a quando avrebbe continuato a dire. Gorello, visto in un balenare di occhio la condizione delle cose, gridò al Maestro: «Qua da poppa avremo migliore ventura; da questa parte le galere si urtano più spesso, nè v'è tanta confusione, onde ci sarà dato operare come vorremo, e non come potremo; seguitemi.»
Eccoli giunti sul luogo, eccoli indietreggiare per meglio lanciarsi, eccoli spiccare il salto. Ora andate a negare che un destino inevitabile si compiaccia farsi burla degli umani disegni; il buon Maestro, che ogni supplizio avrebbe preposto all'affanno di sentirsi tuffato nell'acqua, che tanto deliberato si era allestito a combattere, che considerando la mole del suo corpo aveva spiccato tal salto da disperare i più destri, mentre ha posto sopra la galera nemica tutta la pianta del piede, fatalmente percuote col tacco (che in quei giorni costumavano altissimi), e riverso a gambe levate rovina nelle acque: grande fu il tonfo ch'ei fece, e gli spruzzi salirono fino su le coperte delle galere; il malarrivato, giunto a capovoltarsi, sbuca con la testa dalle acque urlando da spiritato: «Arnault! Gorello! calatemi una fune, che annego senza misericordia;—Arnault, fa presto, o Maestro Armando serve di cena ai pesci:—Arnault! Gorello! Gorello! Arnault! oh Dio! non mi rispondono:—Monsignor Conte! lasciate un po' di menare cotesta accétta, e venite a soccorrere il povero Maestro Armando;—oh Monsignor Conte!—ehi! dico a voi, Conte…. nè pur egli vuole sentire:—bella cortesia lasciare così sommergere un'anima cristiana;—nè pure se fossi pelle di cane!—almeno si trovasse qui meco prete, o frate, che mi acconciasse alla meglio!»
Un nuovo colpo di mare lo spinge sotto, e lo avvolge per molto spazio, cacciandogli in gola grande quantità d'acqua, che il povero Maestro ne stette per morire senz'altro; ma alla fine tornò a galla con gli occhi sanguigni quasi fuori dell'orbita per lo sforzo del vomito, urlando: «Ohimè! che amaro, ohimè!—aiuto! oh Conte indiavolato!—ogni volta che ho trasportato balle di panno, se mi accadeva traversìa, gittava le balle, e mi salvava; e voi, Monsignor Conte, che non ho gettato, in così fatto modo meco vi comportate? anzi mi tenete in mare, e senza pietà consentite che anneghi? Oh avessi io sempre portato panni franceschi! Che dirà il compare, cui aveva promesso recare vino di Sicilia?—dirà, che mi sono lasciato morire per non mantenere la promessa. Bella figura da Conte! in verità non fareste un piacere col pegno in mano.» E molte altre cose aggiungeva parte burlevoli, parte disperate, che noi lasciamo come troppo prolisse; imperciocchè gli venisse fatto di appigliarsi alle commettiture delle tavole della sua galera, e quivi assai tempo con tanto maravigliosa forza attenersi, che vi lasciasse la impronta delle dita.
Gorello, più felice del suo compagno, almeno nel salto, giunge a salvamento sopra la galera siciliana, e a prima giunta da con la mazza d'arme sopra la testa di uno che gli si parava minaccioso dinanzi, e dal sommo dell'orecchio destro gliela fende traverso la guancia fin sotto il naso: un occhio dello infelice schizza fuori dalla fronte, l'altro gli s'infossa; cade mandando un gemito; nella caduta alza le mani per portarle alla ferita, ma non giunsero alla metà dell'atto, che la morte gli scioglie le membra, ed egli percuote su la terra cadavere. Gorello lo calpesta, e passa, nè va molto che s'incontra con un giovanetto, il quale, veduto quel colpo, andava per vendicarlo: meglio per lui se non si fosse mosso, o avesse avuto meno carità, o più valore; perchè mentre solleva la spada, e grida—sei morto,—Gorello tanto rabbioso gli mena dell'accétta nel ventre, che più di mezza vi penetra, e quando la trasse a sè, gl'intestini si rovesciarono giù penzoloni per l'anguinaia e per le cosce: il giovanetto urlando smanioso, raccolse con ambe le mani le viscere, e si dette a fuggire; andava veloce, ma la morte lo raggiunse in due passi; stramazza, e l'anima si parte pel luogo del premio o della pena, piangendo il fiore della perduta gioventù.
Molte e più altre furono le ferite che dette Gorello, le quali non descrive lo scrittore che dei presenti fatti ci dà contezza; imperciocchè, essendo egli in quella fierissima notte allato di Carlo, non potè tutte vederle, in parte preoccupato nella propria difesa, in parte impedito dalle tenebre che di tratto in tratto succedevano al bagliore dei lampi: egli si restringe a dire che Gorello non mutò passo senza dar colpo, e a questo ci restringeremo anche noi.—Ma poichè, aggiunge lo Storico, i nostri tempi non sono più quelli del buono Re Artù, nei quali le fate donavano gli scudi incantati perchè Lancillotto vincesse il Castello della Guardia Dolorosa¹, Gorello versava sangue da molte parti del corpo, onde, sentendosi scemare la lena, e crescere le percosse, tentò di porre le spalle al maggiore albero della galera, e quivi difendersi, finchè gli reggessero i polsi; gli venne fatto il disegno, e lì menando in giro l'accétta potè ancora per alcun tempo tenere gli assalitori lontani; mentre però essi s'ingegnano circondarlo intenti a finirlo, egli inciampa in un cadavere, e cade; l'avrebbero adesso agevolmente posto in brani, se il Cielo, che lo serbava a più atroce destino, non lo avesse soccorso con mirabile caso: puntellando il pugno su la faccia del morto giunge a rilevarsi in ginocchio; ora un Siciliano che gli stava al fianco destro, desideroso di trapassarlo, abbassa il braccio armato di pugnale, e con esso la persona; il ferro male assestato lo coglie alla tempia, e di un taglio poco profondo lo incide fino alla mascella. Avete mai considerata la rabbia degli uomini? Il detto comune la paragona a quella del tigre; ciò non è già perchè la uguagli, ma perchè tra le rabbie delle bestie non se ne trovi altra che le si accosti, benchè alla lontana, come quella del tigre:—l'uomo è unico, profondamente terribile in tutte le cose.
¹ Questa è una bellissima avventura narrata nel Cap. 38 e seg. del raro libro della Tavola Rotonda
Con rabbia sì fatta che non ha paragone, Gorello afferra il braccio del feritore, e glielo stringe in guisa, che i tendini costretti non possono fare articolare la mano; poi glielo torce nel seno, e lo forza a ferirsi; l'ucciso, che uomo di vastissime membra era, piomba addosso a Gorello, lo copre della propria persona, e fa che nuovamente giaccia disteso per terra: questa ventura fu operata in un punto, così che un altro che teneva alzata l'accétta per trucidare Gorello, di piena forza la vibra nelle spalle del morto compagno.
Intanto Carlo, che dal momento in cui vide Gorello con tanto felice audacia lanciarsi su la galera nemica sentì pungersi d'ira, di vergogna, e del nobile desiderio di porgergli soccorso, considerando che col modo fin lì praticato non sarebbe riuscito in nulla, chiamò ad alta voce: «Sire Gilles, andate, ed avvertite da nostra parte Michaux, Labrodérie, e quanti altri potrete raccogliere in fretta, e ordinate loro che si rechino tosto qui presso di noi.»
Sire Gilles si avvia velocissimo; Carlo, ritraendosi un poco, per essere meno impedito si cava le manopole di ferro, i bracciali, e gli schinieri, quindi torna al suo posto. Accorrevano i Cavalieri chiamati, e il Conte di Provenza così brevemente gli ammoniva: «Baroni, il timoniere della nostra galera già si lanciò su la nemica con raro esempio di ardimento e di valore: ci lasciammo rapire una bella gloria; ma da che non c'è più dato di conseguire la prima, acquistiamo almeno la seconda col dar soccorso al nostro prode fratello di armi.»