Profferita questa breve orazione, gli si restrinsero attorno; e quando venne il destro, ad un cenno si lanciarono tutti gridando: «Mongioia! Mongioia!» Come il destino volle, quantunque non si fossero al pari di Carlo alleggeriti, pervennero a salvamento sopra il legno avversario. Quella massa di uomini con tanto impeto balzata percosse d'irresistibile urto i Siciliani, che di súbito indietreggiarono: ripreso coraggio, si spinsero con nuova ferocia su i Francesi che cominciarono a piegare, e cedendo cedendo giunsero in parte, ove poco più che fossero andati oltre trovavano certissima morte nel mare. Di rado avviene che l'uomo, posto tra la difesa disperata e la morte, non vinca la prova. I Francesi ricuperarono, sebbene a fatica, lo spazio perduto: tanta era la pressa, che non solo non potessero adoperare le mazze d'arme per taglio, ma nè di punta. Fu un urtarsi, uno spingersi e respingersi, piuttosto che ordinata battaglia. Carlo, uomo ardito, lasciando allo improvviso l'accétta, afferra il suo avversario alla strozza, e stringe si duramente, che lo getta morto per terra: qualcheduno dei più forti dei suoi compagni ebbe lo stesso pensiero, e gli venne fatto, perchè i Siciliani non dubitavano di questo modo di combattere; qualche altro avendo il pugnale l'adoperò: allora i nemici si ritirano, e sentendosi la più parte feriti esitano a dare nuovo assalto. Questo istante di dubbio decise la battaglia, imperciocchè i Francesi avendo spazio da maneggiare le accétte, in che erano valenti, gli ridussero in breve a chiedere i quartieri, che per comando di Carlo furono prestamente concessi.

Queste cose accadevano allorchè Gorello, quasi sepolto sotto la mole carnosa del suo nemico ucciso, scampò come per miracolo dalla morte. Quegli che dette il colpo, invece di pensare a rinnuovarlo, cheto cheto lasciò l'accétta confitta nel corpo del morto, e favorendolo l'ombra si recò in altra parte per salvare la vita.

Carlo ottenuta la vittoria, per quella specie di affetto che hanno i valorosi tra loro, come se fosse di ogni altra cosa dimentico si dà con molta premura a chiamare Gorello. Gorello, udita la voce, risponde: «Monsignore, in cortesia, sgombratemi da questo morto che tenta vendicare col peso la vita che gli ho levata.»

Carlo getta da parte il cadavere, e porgendo la mano a Gorello l'aiuta ad alzarsi.

«Siete voi ferito?»

«Sì, Monsignore, e in più parti, ma non mortalmente, spero.»

«Ringraziato Dio e San Martino di Tours! Desiderate essere trasportato su la nostra galera?»

«Desidero che si cerchi di Maestro Armando; egli mi è stato compagno nella impresa, ma non l'ho più veduto al mio fianco.»

Carlo ordinò che se ne facesse ricerca; poi vôltosi ai Siciliani, che se ne stavano prostrati, disse loro: «Alzatevi, voi avete fatto quello che è conceduto ad un uomo vivente di fare; voi non meritate questa umiliazione, e tolga Dio che noi abbiamo pensiero di darvela: la fortuna vi ha vinto, ma noi pregiamo la vostra prodezza, e vi ammiriamo; se tutti i vostri compagni somigliano a voi, ardua sarà la opera alla quale ci ha chiamato il Vaticano, ma degna di un figlio di Francia; così gloriosissima riuscirà a noi la nostra vittoria, e la sconfitta senza vergogna.—Ora procuriamo scampare dalla procella che tuttavia imperversa; guidateci voi, che io fido nella lealtà vostra, perchè i valorosi non furono mai traditori. Si chiami l'Ammiraglio.»

Così parlava Carlo, e Dio sa, che gli vedeva il cuore, con quanta simulazione. Quello che certo si è, egli non si sentiva punto disposto a lasciarsi condurre dai vinti, e già aveva detto a Gorello: «Voi sarete il Maestro;» ma come pratico delle cose del mondo, sapeva che quando non si può adoperare la diffidenza armata (che è la meglio), non rimane altro che la ostentazione della sicurezza; ed in fatti quella sua mezza vittoria non lo poneva in istato di deporre ogni timore intorno l'ardire e la forza dei nemici.