Lui fortunato! negli estri della mente divina seppe variare le corde dell'arpa, e piovere celeste voluttà sopra i suoi versi immortali. Leggiadro come il segno dell'alleanza di Dio, scherzoso come la farfalla sul prato, lieto quanto il saluto dell'amante, guardò le cose terrene traverso la luce della sua felice allegrezza; libò il mèle dai fiori, le piante velenose o per istinto singolare schivò, o sopra le sue labbra si tramutarono in dolcissimi succhi.—Ahimè! chi privo dei conforti della immaginazione dal ventre della madre fu abbandonato nell'angoscia del mondo, e volgendosi agli anni della sua infanzia non trova luogo dove il pensiero goda riposarsi un istante, e la più parte delle notti della sua bella giovanezza passò seduto su le fosse che chiudono le generazioni della polvere per meditare intorno alle sciagure e alle colpe,—e pianse di essere uomo,—e rise di essere mortale,—e al turpe sentimento di andare composto di creta porse la faccia nel fango invocando eterna la tenebra sul creato per celarvi dentro la propria vergogna,—chi tale nacque, non osi stendere la mano sull'arpa dell'armonia; le corde si spezzeranno sotto le sue dita, quelle del misfatto e del dolore accompagneranno soltanto la sua voce lugubre:—non lauro di poeta, ma cipresso nudrito di lacrime sarà la corona della sua testa, l'odio della gente la sua ricompensa, la esecrazione l'applauso; maledirà, e verrà maledetto.

O anime innocenti, che vagheggiate dal sorriso dell'Eterno, tratte dalla lusinga dell'amore godete affacciarvi alla vita, e tutte esultanza intendete ad una aurora di cui non vedrete mai il sole, nè badate alla bufera che vi minaccia alle spalle, vivete,—vivete nelle beate illusioni di un tempo che passa; non guardate queste mie carte, non le toccate, che grondano sangue!—La pace del mio cuore è distrutta, ma io non amo distruggere la vostra; lasciatemi nella solitudine dei miei tormenti:—che potrei darvi in ricompensa della gioia perduta?—la scienza?—Adamo cibò il frutto fatale, e seppe che doveva morire;—ecco la scienza dell'uomo!—Povera creta animata, come amari sono i giorni che trascorri su la creta inanimata!

È Yole!—Vedetela, a passi lenti e tardi cammina pe' viali del giardino; le posa una mano sul cuore, l'altra le pende giù abbandonata pel fianco; il suo volto apparisce candido quanto il velo verginale che le ricopre il seno, ma solamente candido:—Vergine benedetta! i suoi occhi splendono lucidi come vetro, le palpebre immobili per così lungo spazio, che ogni uomo che le avesse vedute sarebbesi maravigliato come potessero tanto lungamente durare in quella situazione;—la pupilla gelata. Che guarda la misera? Nessuno oggetto di questa terra. Le facoltà di quel senso sembrerebbero morte, o sospese, se non che a poco a poco una lagrima si forma nella cavità inferiore, e sgorga con incerto cammino giù per le guance, quasi in testimonio dello affanno che la sua anima non ha potuto contenere. Da lontano la seguono cautamente Gismonda e la Regina Elena. Povera infelice! allo annunzio dell'avventura di Rogiero cadde svenuta tra le braccia materne, ed ecco come ritorna alla vita. Ella pensò che avessero udito il loro colloquio di amore, temè che lo avessero ucciso, e le fibre dilicate del suo cervello piegarono sotto il peso della angoscia: ora le volano traverso lo intelletto mille rimembranze interrotte, in nessuna delle quali può fissare il pensiero; onde ne nasce una vicenda vertiginosa, un roteare confuso, che la percuote con sensazione di fastidio, simile a quella di colui che s'ingegnasse con ogni sforzo di ritenere nelle mani alcuna cosa sdrucciolevole, nè per quanto si affaticasse pervenisse mai a ritenerla: ora le immagini dei suoi timori le appariscono come eventi, che si operino alla sua presenza:—affretta il passo, muta la via, ma nè per accelerare di quello, nè per variare di questa può fuggire lo inganno della sua mente traviata;—come talora premendo il cuore sul letto del nostro riposo ne sembra tra i sogni di vederci inseguiti da un demonio indefinito e terribile, e di fuggire, e fuggire, e ad un tratto stramazzare:—tenti rilevarti, ma le membra son fatte di piombo; nondimeno ti alzi su le ginocchia, prosegui la fuga carponi, finchè torni a mancarti la lena,—e ti rimani immobile come pietra;—intanto senti alle spalle il fragore dei denti, lo ardore delle narici infuocate, e la pelle graffiata dalla branca infernale;—la natura non può sostenere strazio sì fatto, ti svegli impaurito, bagnato di sudore stendi le mani; conosci che fu sogno, e un gemito di conforto ti si discioglie dal profondo del petto.—Il passato per Yole è divenuto una nebbia, il futuro una tenebra; rammenta un amore, un sembiante, un pericolo, ma slegati, e senza séguito tra loro: le sue idee, come le nuvole del cielo, quando imperversano due venti contrarii, ora precipitano da un lato, ora si cozzano impetuose, nè la procella che ne deriva è niente meno terribile di quella che travaglia la testa di lei.—Che cosa fa adesso l'anima, quella regina delle umane sensazioni? Perchè rimane nella creatura ch'è diventata soggetto di pianto e di riso? Si mantiene ella lucida, o disordinata quanto il corpo in cui continua ad albergare? Non vuole, o non può, riprendere l'impero su gli organi ribellati? Perchè più sublime della creta a cui sta unita si sottopone a tutte le sue modificazioni? La scienza non giunse ancora, nè forse giungerà, a svelare sì fatti misteri: ma la compassione è lungo tempo che geme su questo avvilimento della nostra schiatta infelice.—Non pertanto bellissima si avvolge Yole pei silenzii della notte, come la luna nel firmamento,—scortato dalla quale il pellegrino, poichè schivò i pericoli della via, e giunse a salvamento tra la sua famiglia, si sofferma su la soglia a benedire quel raggio benigno:—quantunque spesso varii cammino, ella si dirige a un punto determinato; qualsivoglia oggetto in che le avvenga di urtare, le si presenta come ostacolo insuperabile, onde tutta smaniosa si pone per altro sentiero; se il caso avesse fatto che per nessuna parte avesse potuto procedere liberamente, forse sarebbe morta. Andando oltre, giunse al luogo dove la notte precedente l'aveva rinvenuta sua madre; si fermò alquanto, si pose in ginocchio, si guardò attorno per ispiare se alcuno la osservasse, poi pianse sommessa: ciò fatto, raccolse un monticello di terra, si trasse di seno una Croce di pietre preziose, e ve la piantò sopra:—oh la preghiera di quella sventurata, che sospirava a mani giunte, era fervida e degna di essere intesa!—finalmente si levò, e parve volesse tornare al castello. La Regina Elena la precorse con un cuore, che se alcuna madre poserà l'occhio su questa nostra istoria potrà immaginare, perchè quei travagli possono sentirsi, non raccontarsi.

«Ben sia giunta,» diceva la Regina Elena vedendo Yole affacciarsi su la porta della sala «ben sia giunta la figliuola del mio affetto!» e le corse incontro, e la baciò in fronte. «Dove sei stata fino adesso, che ti ho chiamata tanto, e non mi hai risposto?»

«Egli è morto.»

«Chi?»

«Egli.»

«Il nome?»

Yole non risponde parola.

«Ah figlia mia! quando cesserai di straziare l'anima della tua povera madre? che ti ho mai fatto, perchè in questo modo tu voglia compensarmi? non sono io che nove mesi ti ho portato nel seno? non io che col mio latte ti ho nudrito, e il pianto della tua fanciullezza acquietato? Sfógati qui nel mio cuore; tutto farò per te,—tutto, pur che non ti veda infelice:—dove speri pietà più profonda di quella di tua madre?»