¹ Didymi Clerici prophetæ minimi vitia, virtutes, ossa, hic tandem conquiescere coepere. (Epitaffio di Ugo Foscolo)
Che volle fare la Natura, quando con lo orrore delle nevi, le rovine della valanga, la bufera dell'uragano, lo spavento della solitudine, i dirupi, i torrenti, ci ricinse delle Alpi? Pensava ella che fossero sufficiente schermo alla rabbia degli uomini? Non era meglio stillare nel cuore loro un pensiero di pace? Avrebbe la perversità della creta superato la previdenza della Natura? Quelle nevi, quelle rupi furono vinte da tali, che nulla curando abbandonare le care consorti e i parenti, sgorgarono rabbiosi su queste nostre contrade simili a fiumi di lava infuocata:—qui oppressero,—qui si strapparono dalle mani sanguinose la preda,—qui caddero; ora bagna la pioggia, ed agita il vento le loro ossa insepolte, senza onore di fama, senza compianto. Miseri ingannati, che giubbilando accorreste sotto lo stendardo del feroce, che vi chiamò con la gloria perchè vi avrebbe allontanato il disprezzo, venite, e vedete qual sia gloria la vostra. Servi vergognosi di un solo, traditi in vita, come derisi in morte, cadeste vittime innanzi l'idolo della spada che avete adorato.—Essi ci oppressero, essi mangiarono tra noi il pane dell'empio, bevvero il vino del violento;¹ adesso sono morti, esecriamoli…. no…. le antiche ingiurie furono vendicate. Angoscia amaro il riso dello scherno sul labbro del vincitore? Assai lungamente i nostri padri fecero gustarlo altrui, ora gustiamolo noi;—il tempo viene implacabile e giusto riparatore dei torti:—assai lungamente durammo scellerati; se avessimo continuato ad essere forti, lo saremmo tuttora; ci mancò l'anima e la forza, altri ha prevalso;—che giova il lamento? In nome di Dio, non mormoriamo di nessuno, o mormoriamo di noi, che primi ad offendere ci addormentammo sicuri sul letto della ingiuria: l'offesa non dormiva però, che passava le notti a vigilare con la vendetta, e il sonno fuggiva fremendo da quelle inesorate:—al nostro svegliarci, le catene ci suonarono da tutte le membra:—onta al male, accorto che dormì sul pericolo!—Che giova mostrare il lembo lacerato? Ogni uomo ti beffa, nessuno ti aiuta. Anche la oppressione ha la sua grandezza; sta il rispetto co' vinti, come la paura co' vincitori; solleva la testa, cammina sicuro: così, se vivi senza onore, morrai senza infamia, e sarai degno che l'Eterno trami nell'arcano dei secoli ai tuoi tardi nepoti un nuovo manto di gloria.
¹ Comedunt panem iniquitatis, et vimini impietatis bibunt. (Prov., 4.)
Sul declivio delle Alpi dal lato di Francia ascende con infinito anelito una gente desiderosa di pervenire alla cima. I sentieri rotti e precipitosi, il pericolo dei passi, l'angustia dei luoghi non permettendo conservare gli ordini, l'esercito di Carlo cammina sbandato a drappelletti di venti o più persone, intente a procacciare piuttosto la propria, che la comune salvezza. Guido da Monforte Luogotenente generale, Roberto Conte di Fiandra, il Conte di Vandamme, Piero di Bilmont, il Contestabile Giles Lebrun, Mirapoix il Maliscalco, Guglielmo lo Stendardo, ed altri capitani, abbandonate le insegne, circondano la lettiga della Contessa Beatrice, trasportata da due robusti montanari, i quali di tanto in tanto rifiniti dalla fatica la trasmettono a portare ad altri che prestamente subentrano. L'aria soffia gelata, alpestre si dirompe la via; ogni passo che mutano segna una goccia di sudore che la stanchezza distilla dalla loro fronte; spesso si fermano sollevando gli sguardi per vedere quando giunga al termine il monte; ma questo, celando il superbo comignolo tra i nugoloni grigi che quivi dimorano, come in seggio di gloria, accenna essere insuperabile a passo mortale, e ridersi della umana impotenza. Una volta gridarono; ma il grido risuonò così salvatico per quelle frane scoscese, tanto spaventoso uscì l'eco da quei luoghi sconosciuti e terribili che non osarono ripeterlo; gli uccelli di rapina fuggirono schiamazzando dai nidi, i lupi si riunirono a torme, e visto il branco più numeroso, e più feroce di loro, si nascosero prestamente giù per le macchie della bruna vallata. Superarono rocce, valicarono torrenti, sgombrarono nevi, alberi, sassi, e quanto altro si parava loro dinanzi, con rara costanza di audacia: pure di ora in ora tu vedevi un uomo ansante, traendo a mala pena il respiro, gittarsi come sgomento sul terreno, e lasciare che i compagni lo precedessero, e finchè gli occhi potevano seguitarli si allontanassero; quando poi venivano a smarrirsi per le giravolte del monte, e il suo orecchio non udiva più voce di anima vivente, e il suo sguardo spaziava per lo spavento di quelle solitudini, balzare in piedi tutto tremante, e come meglio poteva correndo raggiungerli: in altro luogo un cavallo sdrucciolando sul ciglione del dirupo strascina seco il cavaliere, che intento a studiare il passo lo conduceva per le redini avvolte intorno al suo braccio; mal sapendo come salvarsi, si appiglia al più vicino, il quale a sua posta aggrappa un altro, e questi un altro ancora,—così tutti insieme in un fascio precipitano giù nel profondo;—uno strillo acutissimo si fa sentire, poi séguita il silenzio mortale, perchè il luogo ove percuotendo si rompono giace oltre l'udito dell'uomo.—Soldati di ferro tutelati dal genio di un feroce Capitano con molto maggiore pericolo in tempi più recenti trapassarono il San Bernardo, e lo Spluga; invano impedirono loro il cammino le artiglierie, e gl'ingombri che le moderne guerre richiedono; invano l'uracano dell'Alpi, le nevi smosse, lo impeto degli elementi scatenati; vinsero, e lasciarono esempio di tale impresa, che, finchè l'uomo sarà composto di carne, non potrà superare giammai, onde il buono istorico¹ ebbe a dire, questi essere fatti piuttosto da giganti, che da uomini: ma se la bufera e le artiglierie non impacciarono l'esercito del Conte di Provenza, medesime però furono le nevi pericolose, le vie sdrucciolevoli, le roccie, i precipizii, gli scogli; ora, come allora, più d'un soldato tenacemente stretto al compagno ebbe vaghezza di affacciarsi a contemplare l'inferno della rovina, e tanta fu la paura che gli percosse lo spirito, che prestamente ritirandosi si fece il segno della croce, e si raccomandò a Dio; ora, come allora, più di uno volgendosi alle case paterne sentì suscitarsi nell'anima il pensiero dei figli diletti, e sospirò, maledicendo l'ambizione dell'uomo che mena la gente da una terra perchè si finisca in un'altra.—Procedevano tristamente in silenzio, guardandosi sospettosi d'attorno per potersi scansare a tempo, se mai a qualche male accorto fosse avvenuto cadere;—erano i loro pensieri salvatici, spietati, siccome vuole la Natura, allorchè l'uomo è costretto dalla prepotente necessità di pensare a sè solo.—Ora camminando giungono in parte dove la montagna tagliata a perpendicolo non offre adito a cui va senza l'ale; i precedenti incalzati dai susseguenti vi danno dentro in molto sconcia maniera; indarno sospinti, partecipano di mano in mano ai più remoti quella involontaria immobilità.—«Non v'erano sepolcri² in Francia, che ci hanno condotto a morire su le aperte montagne? Dove è il Conte di Monforte? venga il Conte, e ci riconduca a casa,»—urlava la plebe imperversata.—«Ritorniamo,» gridò il Conte cruccioso, «poichè questo è il piacere vostro, ritorniamo: già da tre giorni camminavamo questa via, oggimai eravamo presso al termine, dove i nostri amici di Monferrato ci hanno apprestato luoghi da riposare, cibo da ristorarci: le vettovaglie che ci rimangono, serviranno mala pena pel giorno futuro; moriremo per istrada di fame e di freddo;—che cosa importa? ritorniamo. Forse adesso Monsignor Carlo tra gli applausi di Roma ci attende, ci attende il Pontefice santissimo, gl'Italiani ci attendono; ma sia per noi la speranza loro tradita, sia per noi manifesta alla gente la nostra viltà: già i nostri padri condotti da Carlo Magno queste Alpi stesse, fortificate dagli uomini, difese da una intera nazione, superarono;—felice lui, che i cieli chiamavano a condurre i valorosi! noi, figli degeneri, fuggiamole senza che alcuno ce le contenda; torniamo in Francia tra i nostri fratelli che tanti pericoli con inudita costanza vincevano in Palestina, ed una palma di splendidissima gloria conseguivano; le insegne dalle nostre dame donateci, onorate di così illustri imprese, a restituire torniamo. Non io vi tornerò per certo, chè temerei ogni uomo che m'incontrasse per via, al suo compagno mi additasse, e gli dicesse:—Questi è quel forte, che non seppe salire sul monte.—Imitiamo così il nostro virtuoso Signore, che con venti galere si mise in mare alla ventura d'incontrare le ottanta dell'eretico Manfredi; così la data fede gli conserviamo. Ben è questa la via che conduce alla immortalità, questo il modo pel quale acquisteremo le sacrosante indulgenze, che con tanta larghezza ci ha compartito il Pontefice, lo scioglimento questo del voto che faceste alla presenza dei suoi Legati, allorquando prendeste la croce:—pensate, voi adesso trovarvi in faccia degli uomini, e di Dio. Il nostro nome sta per diventare eterno, chè l'infamia si prenderà cura di conservarlo come esempio di vergogna;—il giglio d'oro è macchiato, l'onore perduto; io qui spezzo la spada, e giuro su la fede di Cavaliere di non portare più l'armi:—andiamo incontro all'onta e alla disperazione, da che gloria e salvezza aborrite.»—Queste cose disse il Monforte, ed altre molte ne aggiunse, parte delle quali come vane non ascoltarono, parte andarono perdute tra il rumore del vento, e della moltitudine. Ora stavano sul punto di volgere le spalle, allorquando la Contessa Beatrice, donna di gran cuore, levatasi su la lettiga ordinò che i montanari salissero in piedi su le selle dei cavalli, e quanto più potevano la sollevassero. In questa maniera giunse sul masso, che forse otto braccia era alto, e là, como da un trono, toltasi il velo di testa si dette a sventolarlo in atto di gioia.—«Viva la Contessa! Viva la dama!» urlò la plebe fuori di sè per la contentezza;—«Viva la Contessa Beatrice!»—e accorse con impeto maraviglioso a far prova di seguitarla. Il più forte afferrando alle spalle il meno forte gli montava addosso, e aiutandosi con le mani e co' piedi saliva; molti sdrucciolavano, e non trovando luogo a posarsi si vedevano rotolare su le teste dei compagni fittamente affollati; i saliti, mano, cintura, lancia, o che altro, a cui veniva dietro offerivano, e così dopo lunga ora circa a dugento pervennero a salire quel greppo: ma egli era un frastornío, una confusione, una furia da non potersi immaginare maggiore. Quelli che si erano posti sotto a uno in pochi momenti furono oppressi da cento; sentendosi condotti a mal termine tentavano liberarsi, nè potevano; inferociti dalla resistenza, cominciarono a menare le mani; vedendo che non giovavano, il ferro; i più vicini volevano bene scansarsi, e le percosse, e le battiture contro quelli che spingevano erano infinite: nondimeno, urtati da chi non vedeva quel caso, gli traboccavano addosso, i sorvegnenti a posta loro cadevano su i caduti, e così tutti in un monte sossopra; molti, chi col naso, quale con la testa rotta, si rilevarono; molti anche non si rilevarono, che giacquero in terra cadaveri. Il Conte Guido considerando come da quella maniera di salire ne derivava più male che bene, cominciò a urlare che si rimanessero, ma non faceva frutto; onde comandò ai Cavalieri che lo circondavano andassero a ributtare con la spada la plebe impazzita. Così con la morte e le piaghe di parecchi giunsero ad ottenere un poco di quiete. Allora, fatte ragunare pietre e terra sotto il masso, animando con la voce e con l'esempio, ebbe in quattro ore fabbricato un sentiero, pel quale, come che malagevolmente, passarono cavalli, cavalieri, cariaggi, carrette, e quanto altro si recavano dietro. Allorchè venne la notte, la paura che fino a quel punto gli aveva divisi, gli restrinse insieme, e dimorarono immobili là dove erano stati sopraggiunti. Sebbene il luogo che presentemente occupavano non avesse pericolo, nondimeno tanta era nella immaginativa loro l'idea di rovine e di precipizii, che mai osarono nella tenebra, non che muovere passo, mutare di lato. Sorse il mattino: non profumo di piante, non canto di uccelli, lo salutarono per quell'erme balze; e pure le cime delle Alpi tinte di un vivace colore rancio, che si disegnavano per l'orizzonte azzurro, oggi affatto sgombro di nuvole, erano una cosa maestosa e al punto stesso leggiadra. Coll'anelito dell'anima vicina a conseguire l'oggetto desiderato, i Francesi si pongono in cammino: da prima essi mutarono i passi lenti, come quelli che erano assiderati dal freddo; ma indi a poco il moto scaldando le membra gli rese più destri a salire. Bello era a vedersi il brulichío di quella gente che si affrettava, i lampi che mandavano gli elmi, le aste, le armature dei cavalieri, le insegne abbandonate al vento, le vesti preziose; più bello a sentirsi le trombe di tanto in tanto squillanti, le liete canzoni di guerra, le voci di gioia; pareva assemblea di Cavalieri per celebrare qualche giorno solenne, pareva festa più facile ad immaginarsi che a descriversi: giungono al vertice; l'occhio scintillante pel cupido pensiero dell'acquisto precipita per le sottoposte campagne, e per quanto gli è concesso si spazia nel lontano emisfero. A vero dire, da quella parte non si scorge che un'alba d'Italia; ma tanti angustiavano ancora nella memoria gli orrori che avevano trascorsi, tante le speranze e le immagini lampeggiavano nella fantasia, suscitate dagli altrui raccontamenti, che parve loro di contemplare il Paradiso terrestre, quale l'Eterno aveva posto per la creatura senza peccato; onde sollevando le braccia al cielo gridarono—«Italia!—Italia!»—Questo grido si propaga giù per la valle, i più discosti ripetono—«Italia!»—Adesso sì ch'era un affrettarsi, un affaccendarsi davvero; la voce dei capitani non si ascoltava, le percosse non si curavano; urtando, spingendo, adoperandovi mani e piedi, gareggiavano a cui prima giungeva. Veramente la scesa non compariva meno affannosa della salita; ma chi, potendosi deliziare nella vista di cose leggiadre, vorrebbe attristarsi nella contemplazione delle increscevoli? Vedevano campi fiorenti, prati benedetti dal cielo; quella era la meta del cammino, della via che vi conduceva non si curavano: là speravano cibo e riposo pel bisogno presente; là terre, ricchezze, e quanto altro può rendere lieta la vita; ormai se ne facevano signori; avevano superato la Natura, degli uomini non si davano pensiero. Sciagurati! là avrebbero trovato la tomba, se il destino ne avesse commessa la difesa ad uomini—o più valorosi,—o più concordi,—o meno infami.
¹ Botta, Storia d'Italia, c. 20.
² Forsitan non erant sepulchra in Ægipto, ideo tulisti nos ut moreremur in solitudine? (Exod., 15.)
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Siccome andiamo convinti, che nessuno leggerà queste nostre carte, buone o triste che sieno, per imparare un trattato di geografia, così lo confortiamo a non maravigliarsi, se con súbito salto trasportiamo Rogiero da una foresta della Terra di Lavoro alla Mirandola, castello un tempo fortissimo di Romagna, il che forma bene parecchie centinaia di miglia. La cagione per la quale s'era recato costà, fu, che quinci poteva andarsene in poco tempo a Parma, dove predicava la fama dovesse passare l'esercito di Carlo. Il nostro eroe, in proporzione che si avvicinava, sentiva una repugnanza, un affanno di farsi oltre, per modo che ogni giorno più rallentasse il cammino. Quella voce di traditore sovente gli suonava all'orecchio, come urlo di spavento; le parole di Ghino ancora lo turbavano fortemente; pensava tra sè:—con alto proponimento di superare i pericoli della terra e del cielo, di vendicare il genitore, di riacquistare quello che per nera perfidia mi venne tolto, mi sono messo da lungi a sostenere fatiche, sotto le quali la più parte degli uomini avrebbe piegato; stimava conseguire grandezza, e la mia speranza mi si rivolse non pure in vanità, ma in infamia.—Ecco l'angoscia dell'anima condannata a sentire grandemente, e non trovare negli oggetti esterni che imbecillità, o delitto! Ghino, al quale aveva salvato la vita, e che per la sua condizione doveva necessariamente seguitare precetti poco scrupolosi di onesto, lo aveva compianto; che cosa avrebbero fatto coloro che non gli andavano in nulla obbligati, e che facevano professione di amare la patria, e praticare gli ammaestramenti dell'onesto? Un insopportabile peso gli gravava sul cuore. Così cento volte sellando il cavallo, ed altrettante riponendolo in istalla, si trattenne due giorni alla Mirandola. Chiuso nella sua camera, con la fronte appoggiata alle ginocchia, si lamentava del suo fiero destino; e poichè quando se ne ha bisogno, buoni o cattivi, tutti ci raccomandiamo a Dio, sovente implorava il Cielo, che di consiglio lo sovvenisse. Nella seconda notte della sua fermata, mentre volgendosi ora da questo, ora da quel lato, indolito, invano si affaticava a chiamare il sonno sopra le palpebre, ecco un rumore di qualche cosa, che debolmente si rimuove, si fa sentire per la stanza. Rogiero si pone in ascolto temendo d'ingannarsi; accôrtosi che non era giuoco della sua fantasia, con voce sicura domanda: «Chi è?»
Rispondevasi in un suono fioco, quasi spento, come se si dipartisse da cosa senza corpo: «Rammentatevi di vostro padre.»
«Chi sei che conosci il mio segreto?» gridò Rogiero, balzando a sedere sul letto: «Vieni, angiolo, o demonio, sarai il bene accetto; dammi un consiglio, sia pure di perdizione, o di salute; dammi un consiglio; l'anima mia non può consigliare sè stessa.»